Ricordando Pietro Pinna. Le lettere a Capitini (seconda parte) | a cura di Marco Labbate


pinna_manetteContinua la pubblicazione delle lettere di Pietro Pinna conservate all’Archivio di Stato di Perugia. In seguito alla sua obiezione di coscienza, espressa nel febbraio del 1949, Pinna venne trattenuto nella cella di punizione fino a marzo, poi trasferito al carcere militare di Torino. Si rimandò il processo fino ad agosto, nella speranza che il tempo ne attenuasse la risonanza. In realtà la dilazione ebbe l’effetto opposto, facendo montare l’attenzione della stampa e del Parlamento e facendo dell’obiezione di Pietro Pinna un caso. Attorno al giovane si formò una rete di supporto, ridotta ma molto attiva. Tra le figure che attirarono l’attenzione sull’obiezione di Pinna si possono ricordare, oltre ad Aldo Capitini, l’ex-sacerdote modernista Giovanni Pioli, un giovanissimo Guido Ceronetti, l’avvocato Bruno Segre, che assunse la difesa in tribunale, i deputati Umberto Calosso e Igino Giordani, Eugenia Bersotti, curatrice de «I Cittadini del mondo» e lo jesino Edmondo Marcucci.

Dopo la condanna a dieci mesi con la condizionale, anziché essere rimandato a casa in attesa della nuova cartolina precetto, come da prassi, Pietro Pinna venne chiamato istantaneamente al CAR di Avellino, con l’intenzione di prostrarne la decisione. Pinna replicò la propria obiezione di coscienza ma questa volta le autorità militari, per evitare il ripetersi dell’effetto mediatico, processarono il giovane per direttissima. Pinna scontò i nuovi mesi di detenzione nel carcere di Sant’Elmo, fino alla liberazione, giunta con l’amnistia per l’anno Santo. Richiamato nuovamente al CAR di Bari venne riformato per un’inesistente nevrosi cardiaca. «Sono fatto distendere a torso nudo su di un lettino; due ufficiali superiori medici stanno dintorno; il primo si china, per alcuni secondi mi poggia l’orecchio sul petto, poi invita con aria compresa l’altro ufficiale; questi accenna a chinarsi cinque secondi e conferma», raccontò nella sua biografia La mia obbiezione di coscienza.

Rispetto alla fase della maturazione della propria obiezione le lettere scritte da Pinna diventano meno frequenti, anche per il controllo a cui era sottoposto, soprattutto durante la detenzione napoletana. Il colloquio assume contorni più familiari. L’«Egr. sig. Capitini» diventa un «caro Capitini» e il «tu» sostituisce talvolta il «lei». Emerge, in diretta, quella fame di libri e di studio che avrebbe caratterizzato la detenzione degli obiettori. Pinna si ritagliò nella durezza della detenzione, uno spazio per approfondire alcuni autori, studiare l’inglese, penetrare il pensiero di Capitini attraverso i suoi libri, tra cui il citato Vita religiosa.


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Gli avvocati Segre e Buda davanti al Tribunale militare di Torino a colloquio con due giornalisti

Casale Monferrato 10.3-1949

Egr. Sig. Capitini,

Mi voglia scusare se le scrivo a matita e in tutta fretta.

Ho saputo un momento fa che domattina verrò tradotto a Torino pel processo. Nei giorni scorsi ho ricevuto posta dal prof. Pioli, persona prima d’ora a me sconosciuta e che immagino interessarsi al mio caso dietro Sua indicazione. A lui penso di scrivere questa sera del processo imminente.

Ho pure ricevuto, sig. Capitini, la lettera scrittami a suo tempo e d’essa non so dirle altro che mi procurò una grande gioia.

Riguardo ai prossimi avvenimenti, voglio assicurarla che sono preparato a tutto, immaginando sin d’ora come si risolverà la cosa, una pagliacciata di processo con alcuni mesi di carcere. E non sarà certo questo a togliermi la mia tranquillità, la fede e la fiducia mie.

Nella speranza di non recarle troppo disturbo, mi riprometto di scriverle di nuovo quanto prima, onde tenerla informata d’ogni cosa.

La prego frattanto di gradire i miei più distinti ossequi.

Suo Pietro Pinna

***

Torino, 24 giugno 1949

Caro Capitini,

l’altro giorno ho avuto l’ultimo colloquio coi professori incaricati della visita psichiatrica. È stata una cosa avvilente: so che di tutto quello che asserisco non viene creduta una parola. Per darti un’idea è un burlarsi di loro voler far credere che io mi sia rivolto per consigli ad una persona (tu) veduta soltanto, sentita appena parlare e letta in un libercolo qualsiasi (non so immaginare quel che direbbero se ora mi sentissero rivolgerti il tu): e queste son verità palpabili, figurati la intuizione loro per quelle basate su affermazioni ideali.

Il parere dei periti certo sarà così completamente negativo. Se son tanti i motivi per dolersene, so che una parte di male è pur anche mia, perché non ho tale capacità di farmi comprendere, tanto calore da renderli persuasi. Io per questo l’accetto come una buona lezione.

Però non mi scoraggia. Anche se i medici daranno il loro giudizio, anch’io son pur libero di dare il mio, ed è quello che vale.

Ricevo tutte le tue lettere con grandissimo piacere; la gioia al giungere di un tuo scritto si rinnova sempre. Anche i libri ho avuti e mi hanno interessato moltissimo, leggerò quanto prima anche gli ultimi due arrivati di Mazzini e su Sakespeare (sic).

Lo studio dell’inglese non va male. Ho già scorsa tutta la grammatica, ed ora che mi son giunti i vocabolari potrei incominciare a fare qualche esercizio di traduzione. Inizierò dalle lettere ricevute dall’estero.

Io sto abbastanza bene. La vita qui non è dura, godiamo di molte ore d’aria, del personale siam tutti contenti, ch’è comprensivo e affabile.

Moralmente poi ho tutti i motivi d’esser felice. Non mi manca la vicinanza di tante persone. Il prof. Pioli si interessa a me sin dai giorni di Casale Monferrato e lo sento un uomo in cui si può riporre tutta la fiducia. In Ceronetti ho trovato un amico; anche ieri ho avuto una sua cartolina da Roma in cui mi dice che probabilmente verrà tentata una seconda interrogazione alla Camera con carattere d’urgenza.

I tuoi libri li leggo. Non son certo all’altezza di giudicarli, anche se li leggo con amore. Ma un d’essi m’è particolarmente caro, il più modesto, Vita Religiosa: vi ritrovo tanta parte di me stesso.

Tutta l’amarezza dell’altra sera scompare nel conforto del tu che sento oggi di poterti dare.

Tuo Pietro Pinna

***

Avellino, 12 settembre 1949

Sig. Capitini,

Le scrivo dal 10° C.A.R. di Avellino, ove son giunto direttamente da Torino domenica sera 11.

Contrariamente alla più logica aspettativa, sono stato così richiamato immediatamente in servizio. E allora siamo da capo. È facile intuire il criterio seguito dal Ministero nel non avermi consentito di andare si pur temporaneamente a casa (come del resto mio buon diritto di scarcerato): speculando sul mio ben facilmente intuibile stato di stanchezza fisica e morale, avrà supposto ch’io non avrei avuto la forza necessaria per persistere nel mio atteggiamento di rifiuto e affrontare di nuovo il duro tirocinio.

Comunque, le cose attualmente stanno così. Appena giunto, fui assegnato alla 10° Compagnia, come una qualsiasi recluta; gli ufficiali di qui sapevano già del mio caso, e mi accolsero non ostilmente in maniera quasi cortese. Immediatamente però si addivenne al profondo dissidio; loro, purché mi sottometta a fare un servizio qualsiasi, sarebbero disposti ad agevolarmi in tutte le maniere possibili; io, evidentemente, pongo il rifiuto di prestare come soldato qualsiasi servizio.

Vennero i colloqui, coi soliti discorsi inconcludenti e vani, col capitano comandante di compagnia e col colonnello comandante di battaglione; sembrerebbe dalle loro parole ch’essi facciano uso di tutta la loro autorevolezza e paterna comprensione nel non farmi partecipare all’addestramento militare vero e proprio, destinandomi invece a disbrigare mansioni di furiere! Veda dove arriva l’intuito di queste persone.

Non per questo, io nell’ultimo colloquio riaffermai in modo definitivo il proponimento di non accettare alcun servizio; e immaginavo che ciò bastasse.

Invece, nonostante le mie parole, mi son visto ieri trasferire dalla 6° Compagnia alla Compagnia Comando, assegnato al reparto degli scritturali! Tutto ciò è miseramente puerile e fa veramente male. Con questo il Comando, destinandomi in un servizio dove non vi sia da veder armi, s’è messa la coscienza a posto; se continuerò a rifiutarmi, ogni responsabilità ricadrà su di me, avendo da parte mia toccato il limite della umana comprensione e buona volontà.

Oggi è domenica e perciò sono libero. Domani, lunedì. Si verrà alle strette, e prima di sera non mancherà di rivedermi in cella. Sembra che ciò lo dica quasi con gusto, qualcuno pensa ch’io lo faccio per il puro piacere di apparire un martire; lei che sa, invece, che tutto questo è profondamente triste.

Avevo ricevuto a Torino la lettera che mi indirizzò tramite l’avv. Segre; grazie infinite per le buone parole. Immagini quant’era il mio desiderio di poter trovarmi un po’ in sua compagnia, e giungere prima a dirle la mia riconoscenza per l’inestimabile aiuto offertomi in sì dure traversie; molte volte la sua vicinanza mi ha fatto superare momenti addirittura cruciali, e ridato la forza e la serenità indispensabili.

Ho sofferto vedere (sic) tutto il grave strapazzo a cui s’è sottoposto nel viaggio a Torino, spero fervidamente non gliene sia venuta alcuna conseguenza, e le faccio sin d’ora i miei migliori auguri per la più prospera salute.

Continuerò a tenerla informata per quanto possibile. Ho scritto all’avv. Segre e all’on. Calosso. (…)

Intanto le invio i più cari saluti.

Suo Pietro Pinna

***

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Ferrara, 12 gennaio 1950

Sig. Capitini,

Avvenuta la mia liberazione definitiva, è lei la prima persona a cui sento di dover scrivere.

Ignoro se lei sia al corrente delle mie ultime vicende. Scarcerato il giorno 30 dicembre in seguito al condono, il 4 gennaio partivo per Bari assegnato al 9° Rgt Fanteria.

Vista la nuova destinazione avevo questa volta deciso quasi di non muovermi dal carcere e di portare lì il rifiuto d’obbedienza; se, come diceva il dispaccio ministeriale, dovevo recarmi colà per continuare a prestare il servizio militare, ero certo già che non mi sarebbe restato altro che finire di estenuarmi in quei lunghi colloqui vani, giorni di continua tensione, e finale camera di punizione (dieci volte peggiore del carcere), già sì duramente esperimentati a Casale Monferrato e Avellino.

Risolsi poi per la presentazione a Bari, sperando almeno di ottenere la concessione d’una qualche licenza di convalescenza, o anche della stessa licenza normale che sarebbe potuta spettarmi per il servizio già prestato: pensavo molto a casa mia, ai miei che mi sapevano una seconda volta libero, ma lontano.

A Bari accadde un incidente. Appena giunto mi capita di avere a che fare con un superiore che, all’ignoranza già conosciuta, unisce la villania pure: nel corso della discussione, arriva a minacciare la cella di punizione. L’accoglienza non era lusinghiera; mi parve che in quell’ambiente avrei potuto ancor meno a sperare che nei C.AR. già passati; ripresi la valigia e me ne tornai a Napoli. Fu una sciocchezza. Avevo la vaga idea di ripresentarmi al carcere, o per lo meno costituirmi al distretto militare, ma naturalmente poi questi comandi non poterono accettarmi avendomi perduto di forza. Rimasi tre giorni a Napoli, indeciso sul da farsi; valse infine la considerazione che, dilazionando la presentazione, sarei potuto venir denunciato per diserzione, nome troppo brutto, che avrebbe potuto compromettere la linearità e la chiarezza del mio atteggiamento. Rifeci la corsa per Bari. E qui mi attendeva la notizia più bella: era già tutto disposto per la mia messa in congedo, esentato dal servizio militare per ridotte attitudini fisiche. (…)

Il 10 corrente potevo così partire per tornarmene a casa, totalmente libero. Da ieri mi trovo presso i miei e sono felice veramente, almeno per loro.

Io le riscriverò quanto prima. In questi primi giorni, come può ben immaginare, debbo un po’ dedicarmi alle persone di qui.

Mi scusi se ho scritto in fretta, ma, piuttosto che tardare per parlare più a lungo, ho preferito scrivere subito almeno a Lei, che è stata per me la persona più vicina.

Gradisca i miei migliori saluti. (…)

Pietro Pinna

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