Estetica: una strada per la pace? – Johan Galtung

L’eminente storico dell’India Centrale e del Sud, William Dalrymple, ha scritto un notevole articolo sulla The New York Review of Books (25 giugno 2015). Essendo un estimatore dell’autore, questo editoriale è in larga misura basato su questo scritto rivelatore.

/nas/wp/www/cluster 41326/cssr/wp content/uploads/2015/07/Sultan Ibrahim Adil Shah II of Bijapur. Miniature. Deccan Bijapur c. 1590. The David Collection. copia

La figura centrale è un sultano, Ibrahim Adil Shah II, del regno di Bijapur nell’India Centrale, tra Mumbai e Goa; stiamo parlando dell’inizio del 17° secolo. Il sultano è descritto come “uno studioso erudito, suonatore di liuto, poeta, cantante, calligrafo, maestro di scacchi ed esteta”. Quale differenza rispetto ai governanti occidentali dotati di abilità politico-militari; quale somiglianza con i sovrani cinesi, imperatori, mandarini con poesia, calligrafia e altre arti come parte indelebile della loro legittimità.

Tuttavia, il punto centrale della storia, come viene raccontata da Dalrymple sulla base di un impressionante lavoro che egli passa in rassegna, non si limita a descrivere quello che è stato un notevole sovrano. Il sovrano stesso va oltre, anche al di là dell’affermazione che “le due cose più belle nel mondo sono un liuto e una bella donna”. Dalrymple ha una teoria:

“Mettendo insieme le tradizioni hindu e musulmane in una atmosfera di apprendimento eterodosso, e unendo tradizioni persiane, africane e musulmane in una meritocrazia artistica cosmopolita, Ibrahim presiede su una corte di libero pensiero in cui l’arte è una evidente passione.

Ibrahim era letteralmente ossessionato dal potere dell’arte. Nelle sue poesie egli si sofferma sulla sua abilità di mettere insieme la gente, e sul modo con cui l’arte, in particolare la musica, agisce sul corpo ed è capace di commuovere le persone, o indurle all’estasi, o a una profonda tristezza melanconica”.

E’ vero. Notiamo che non si tratta solo di superare delle differenze geografiche ma anche delle differenze nel corpo, cercando di riconciliare “la vecchia idea medica greca degli umori del corpo” con l’idea hindu di raggiungere lo spirito umano attraverso la percezione estetica. Inoltre, “attraverso la musica e l’arte egli crede che la sua gente possa guardare l’uno all’altro con reciproca comprensione: essi parlano lingue diverse, ma percepiscono lo stesso sentimento, i Turchi e i Bramini.”

Bene, essi difficilmente “percepiscono lo stesso sentimento”, ma sentono, e la buona arte genera buoni sentimenti, visibili gli uni agli altri.

Ciononostante, l’arte che unisce i popoli è solo il suo primo messaggio: “è difficile ertichettarlo musulmano o hindu, piuttosto egli ha una ammirazione estetica per la bellezza di entrambe le culture”.

C’è un secondo messaggio, non solo persone di diverse culture fanno incontrare le arti insieme, ma le arti di diverse culture si incontrano tra loro. “Il persianato e spesso la cultura sciita erano allora fertilizzate con le molto diverse ma straordinariamente ricche tradizioni artistiche hindu dell’India del Sud”.

Il suo vestito era eclettico, così come i dipinti che preferiva.

Non è difficile identificare una teoria in questo caso: gente di diverse culture che condividono insieme arti di diverse culture possono andare dove le arti le portano: verso un eclettismo armonioso.

Condividere insieme l’arte di una cultura dopo l’altra può già costituire una costruzione della pace; e ancor più esporsi all’arte che crea essa stessa ponti tra le culture. Essi riconosceranno i propri temi, e la loro armonia con le altre culture può diventare quella tra le culture.

Ibrahim Shah II sembra essere stato molto colpito dall’estetica della musica e dalla sua capacità di creare armonia attraverso l’armonia. Tutte le arti nel tempo, non solo nello spazio, portano una narrativa, come la musica. C’è un processo, non un punto morto, una Still-Leben (natura morta), che muove la gente.

E’ una enorme sfida per gli artisti multiculturali, quella di creare spazi artistici per fare incontrare diverse culture artistiche, non solo per mescolarle e farle conoscere, ma per armonizzarle, creare, procreare, generare delle ricadute. Altra cosa è sapere quali effetti di costruzione della pace si produrranno.

Tutto questo ci rammenta un altro sentimento molto forte che unisce persiani, africani ed europei, turchi e bramini, musulmani e hindu in generale: amore e sesso, matrimonio transculturale, transfrontiere. Migliaia, milioni, di emozioni, molto forti, di armonia e disarmonia. Ci sono state guerre attraverso i confini, e pace. Potrebbero esserci state più guerre senza i matrimoni, qualche effetto sembra probabile.

Sfortunatamente per Ibrahim, la sua storia finisce male; ricattato, costretto dai Moghul del Nord- Agra- Delhi a pagarli per non subire la guerra contro Bijapur priva di difese militari. In realtà, “Bijapur veniva vista dai Moghul sunniti come un focolaio di eresia sciita”. Sembra familiare, come l’ISIS di oggi.

E nel 1686 il pronipote di Ibrahim, dopo un assedio di diciotto mesi, si arrese consegnando le chiavi ai Moghul. Essi distrussero l’arte.

Tuttavia, i Moghul, di origine mongola ma musulmani, che apprezzasero o meno Ibrahim, furono esposti all’estetica di Ibrahim? Presero qualcosa della sua arte, della sua estetica? O erano talmente diversi, rispetto al sultanato della fascia centrale dell’India, come l’islam rispetto alla cristianità oggi? Furono avvicinati, o esclusi?

La risposta non è molto importante; la teoria non è valida o meno con questo caso. Ma la questione è importante.

Entriamo nel mondo di oggi. Durante i “medio evi”, la dinastia abasside araba-musulmana produsse un miracolo, chiamiamolo Granada per brevità. E il Sacro Romano Impero e la nazione tedesca, cristiani-europei, produssero un altro miracolo, le cattedrali gotiche, Chartres essendo la loro Granada (ce ne sono molte).

E un misto dei due esiste, non per progetto di qualche geniale architetto capace di visione trascendente ma per conquista, decisione, ri-decisione: la mezquita a Cordoba, la moschea trasformata per metà in cattedrale. Che luogo per incontri ecumenici, molti musulmani il venerdì, insieme agli ebrei il sabato, molti cristiani la domenica. Tuttavia, neppure a Madrid le autorità si resero conto dei benefici per l’Andalusia, la Spagna, il mondo. Oggi.

Possa domani la luce di Ibrahim penetrare al loro interno, e illuminarli.

A quel tempo l’Europa produsse essenzialmente un dipinto: Maria con il bambino. L’Arabia produsse ornamenti. Trascendenza, per favore! Dentro la mezquita, i canti gregoriani, e i ritmi arabi.

Che messaggio ricco! Di armonia, di pace; capace di attrarre milioni di persone.

20 luglio 2015

Traduzione a cura del Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: Aesthetics as One Road to Peace?

https://www.transcend.org/tms/2015/07/aesthetics-as-one-road-to-peace/

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