Stati Uniti d’America — Uno stato fallito? Johan Galtung

Dipende, ovviamente, dai criteri. Uno stato ha una politica interna verso i propri cittadini, e una esterna verso il sistema statuale. Dipende dalla politica interna ed estera, in altre parole. Questo vuol dire che può fallire in due modi, col non occuparsi dei propri cittadini e col non venire a patti con altri stati. Effettivamente i due aspetti sono strettamente correlati come sovente è stato fatto notare: un regime (che gestisce lo stato) può compensare un fallimento a casa con vittorie fuori casa. E inversamente compensare fallimenti esteri prendendosi molto cura dei propri cittadini. E anche, la riuscita in casa per mobilitare cittadini riconoscenti in guerre patriottiche all’estero.

L’America, o anzi gli USA, al presente non si prendono granché cura dei propri cittadini. Un recente studio citato in Nation of Change,More Evidence That Half of America Is in or Near Poverty, (Altre prove che mezza America è in povertà o giù di lì) del 24 marzo 2014, di Paul Buchheit: il “Centro sulle Priorità Politiche e di Bilancio” stima che una famiglia media di tre persone ha bisogno di 48.000$ per soddisfare i propri bisogni di base, molto vicino al reddito della famiglia mediana di 51.000$. Dagli anni 1950 i costi alimentari sono raddoppiati, quelli per l’abitazione triplicati, i costi medici sestuplicati, e quelli per un’istruzione universitaria 11 volte maggiori – appunto quattro bisogni fondamentali chiave. Cibo, abitazione, sanità, cura dei figli, trasporti e tasse consumano quasi tutto il reddito mediano – senza contare l’istruzione – quindi, “mezza America è in povertà o giù di lì”. E quella metà inferiore della popolazione USA possiede solo l’1.1% della ricchezza nazionale – tanto quanto i 30 americani più ricchi – con ricchezza uguale a zero per il 47% più in basso. Nulla su cui fare affidamento. Misure di sicurezza come Medicare e Medicaid, buoni pasto, ricoveri pubblici e mense popolari aiutano. Ma molti non sono in grado di beneficiarne e inoltre sono minacciate politicamente.

Si aggiunga il rischio alla sicurezza per suicidi-omicidi-incidenti; una causa importante è costituita dalle pistole, facilmente disponibili. Inoltre, le pensioni in calo per molti a causa delle perdite speculative dei fondi di gestione. E le famiglie della popolazione nera soffrono ancora di più, anche per via dei redditi in calo.

Tutto questo indebolisce la maggior fonte d’identità, il Sogno Americano, un tempo accessibile a tanti di varia provenienza. Tuttavia, cos’è rimasto della terra dei liberi, il paese libero? Di libertà di parola ce n’è molta fintanto che nessuno ascolta, salvo l’NSA. Di libertà economica per usare il denaro per fare altro denaro ce n’è anche molta, per quelli che hanno denaro. Risultato: una società imbavagliata di inequità.

Poi la politica estera. Con quasi 250 interventi all’estero dai tempi di Thomas Jefferson, il volume di odio in cerca di reazione di rivalsa violenta (blowback), “conseguenze non intenzionali” – dev’essere notevole. “Non siamo mai stati così al sicuro”, dicono taluni oggi, grazie alla “guerra al terrorismo” e allo spionaggio NSA nazionale ed estero. Ma la vendetta sa trovare le sue vie nuove e molto creative, come l’11 settembre. La politica estera USA ha messo a rischio notevole gli americani sia in patria sia all’estero quando viaggiano.

Recentemente quella bellicosa politica estera è stata anche notevolmente priva d’intelligenza. Nel giro di un decennio gli USA sono riusciti a consegnare l’Iraq alla propria maggioranza sciita –sogno dell’Iran avveratosi grazie a Bush Jr – e la Libia, nonché presto, probabilmente, la Siria ad Al Qaeda, movimento arabo sunnita – grazie a Obama. E l’Afghanistan allo status quo, grazie a tutti e due.

Abbiamo già vissuto una tale situazione. Grandi Potenze che trattano bene i cittadini, mobilitandoli per la guerra, dapprima con successo, poi scivolando a valle perdendo le guerre e la soddisfazione dei cittadini. Emergono nomi non gradevoli negli USA: la Francia sotto Napoleone, la Germania sotto Hitler. È appena uscito un libro dell’ex-primo ministro francese Leonel Jospin, Le mal napoleonéen, il male napoleonico. All’inizio egli consolidò la Rivoluzione con grandi benefici per la gente, fece molto per riconciliare le due parti della Francia; il codice civile. Poi giunse una fase autoritaria e corrotta (“Napoléon, Quel Désastre!”, Le Nouvel Observateur, 6 marzo 2014, p. 91), poi l’impero, incoronandosi nel 1804, brillanti battaglie (vedi le stazioni del metro parigino) –e poi Waterloo nel 1815. La fine.

E dopo di ciò, una Francia che inciampava in una crisi dopo l’altra.

Sotto Hitler i comuni cittadini tedeschi riuscivano a vivere con posti di lavoro, identità e libertà di cui le famiglie dei ceti inferiori non avevano mai goduto; facilmente mobilitati, con il Kriegsbegeisterung [entusiasmo bellico, ndt], per ristabilire il posto della Germania nel mondo. Battaglie brillanti; come Napoleone, cercò di sconfiggere, perdendo alla Fine.

I tre casi hanno in comune un fattore importante: né Hitler, né Napoleone, né gli USA seppero quando fermare l’espansione, ma seguirono il copione fino in fondo. Hitler avrebbe potuto fermarsi nel 1940, non attaccando la Russia; Napoleone nel 1807 dopo le sue battaglie vinte; gli USA nel 1945, giungendo a un patto informale con la Russia anziché Churchill.

Russia. La Russia sopravvisse a Napoleone e Hitler, occupandone entrambe le capitali dopo terribili perdite. Proprio adesso, se Putin sa dove fermarsi, la Russia sopravviverà anche agli USA. Occupando Washington? Può darsi di no.

Quel che invece proprio Washington potrebbe fare è molto ovvio ma non così facile, con molti di coloro che al vertice degli USA vogliono sia più belligeranza sia più iniquità, senza freni né retromarcia.

Si cessino le guerre, si organizzino conferenze di pace con tutte le parti coinvolte, anche quelle non gradite a Washington, si tenga conto di ciò che esse vogliono, si cerchi un nuovo ordine mediante il soddisfacimento, in misura sufficientemente ragionevole, di tutti gli obiettivi legittimi – compresi quelli degli USA. Si dia spazio alla riconciliazione riconoscendo gli errori, disponibili a una qualche compensazione. Si sollevino i ceti al fondo della società USA, cominciando dai più poveri tra i poveri; si arresti la speculazione – il gemello della guerra, si diminuiscano i costi per i bisogni fondamentali permettendo a un numero crescente di persone di coltivare il proprio cibo in cooperative e vivere in coabitazioni pubbliche. Si tragga ispirazione dalla sanità pubblica dell’Europa occidentale; si renda economicamente accessibile l’università invitando a insegnare professori in pensione. Molto semplice, ma va a sbattere contro il muro di pietra di una ideologia trincerata su se stessa. Gli USA come proprio peggior nemico.

Gli Stati Uniti d’America uno stato fallito? Non c’è dubbio, come la Francia di Napoleone e la Germania di Hitler. Per una democrazia, ci vuole più tempo per fallire. Essendo una democrazia sui generis, ci potrà volere ancora più tempo per rinnovarsi. Ma dovrà farlo. E – come ha detto una volta qualcuno – Sì, lo possiamo! (Yes, we can!)

2 aprile 2014
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: America — A Failed State?
https://www.transcend.org/tms/2014/04/america-a-failed-state/

2 Risposte a “Stati Uniti d’America — Uno stato fallito? Johan Galtung”

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