Il dibattito su uno o due stati è irrilevante mentre Israele e gli USA consolidano il Grande Israele – Noam Chomsky

Il 13 luglio l’ex capo dello Shin Bet Yuval Diskin ha lanciato un grave avvertimento al governo di Israele: o raggiungerà un qualche tipo di soluzione a due stati o ci sarà “una svolta verso il quasi inevitabile risultato dell’unica realtà restante: uno stato “dal mare al fiume’”. Il risultato quasi inevitabile, “uno stato per due nazioni”, porrà “un’immediata minaccia esistenziale di cancellazione dell’identità di Israele come stato ebraico e democratico”, presto con una maggioranza arabo-palestinese.

Su basi simili, nell’ultimo numero della principale rivista britannica di affari internazionali, due specialisti di spicco del Medio Oriente, Clive Jones e Beverly Milton-Edwards, scrivono che “se Israele desidera essere sia ebreo sia democratico”, deve abbracciare “la soluzione a due stati”.

E’ facile citare molti altri esempi, ma non è necessario, perché si assume quasi universalmente che ci siano due soluzioni per la Cis-Giordania: o due stati – uno palestinese e uno ebraico democratico – o uno stato solo “dal mare al fiume”. I commentatori israeliani esprimono preoccupazione per il “problema demografico”: troppi palestinesi in uno stato ebraico. Molti palestinesi e loro sostenitori appoggiano la “soluzione a uno stato solo”, anticipando una lotta anti-apartheid e per i diritti civili che porterà a una democrazia laica. Anche altri analisti presentano costantemente le scelte in termini simili.

L’analisi è quasi universale ma è carente in modo cruciale. C’è una terza scelta, cioè l’opzione che Israele va perseguendo con costante sostegno degli Stati Uniti. E questa terza opzione è la sola alternativa realistica alla soluzione a due stati appoggiata da uno schiacciante consenso internazionale.

Secondo me è sensato immaginare una futura democrazia laica binazionale nell’ex Palestina, dal mare al fiume. Per quel che vale, è quanto sto sostenendo da settant’anni. Ma sottolineo: sostenendo. Sostenere, come forma distinta dal semplice proporre, richiede di tracciare un percorso da qui a là. Le forme di reale sostegno sono cambiate con il cambiare delle situazioni. Da metà degli anni ’70, quando i diritti nazionali palestinesi divennero un tema saliente, la sola forma di sollecitazione è stata per fasi, la prima essendo la soluzione a due stati. Non è stato suggerito alcun altro percorso che abbia una sia pur remota possibilità di successo. Proporre una soluzione binazionale (“un solo stato”) senza passare al sostegno offre, in realtà, appoggio alla terza opzione, quella realistica.

La terza opzione, che sta prendendo forma sotto i nostri occhi, non è misteriosa. Israele sta sistematicamente ampliando piani che sono stati abbozzati e avviati poco dopo la guerra del 1967 e istituzionalizzati più completamente con la salita al potere del Likud di Menahem Begin un decennio dopo.

Il primo passo consiste nel creare quella che Yonatan Mendel chiama “un’inquietante città nuova” chiamata “Gerusalemme” ma che si estende molto al di là della Gerusalemme storica, incorporando dozzine di villaggi palestinesi e di terre circostanti e inoltre designata come Città Ebrea e capitale di Israele. Tutto questo in diretta violazione degli ordini espliciti del Consiglio di Sicurezza. Un corridoio a est di questa nuova Grande Gerusalemme incorpora la cittadina di Ma’aleh Adumim, creata negli anni ’70 ma edificata principalmente dopo gli accordi di Oslo del 1993, con terre che virtualmente raggiungono Gerico, tagliando così effettivamente in due la West Bank. Corridoi verso il nord includenti le cittadine di coloni di Ariel e Kedumim divideranno ulteriormente quello che resta sotto un qualche grado di controllo palestinese.

Contemporaneamente Israele sta incorporando il territorio del lato israeliano dell’illegale “muro di separazione”, in realtà un muro di annessione, impossessandosi di terra arabile e di risorse idriche e di molti villaggi, strangolando la cittadina di Qalqilya, e separando gli abitanti dei villaggi palestinesi dai loro campi. In quella che Israele chiama “la cerniera” tra il muro e il confine, quasi il dieci per cento della West Bank, l’accesso è permesso a tutti, palestinesi esclusi. Quelli che vivono nella regione devono passare attraverso una complicatissima procedura burocratica per ottenere un accesso temporaneo. L’uscita, ad esempio per cure mediche, è ostacolata allo stesso modo. La conseguenza, prevedibilmente, è stata un grande turbamento della vita dei palestinesi e, secondi rapporti dell’ONU, una diminuzione di più dell’80% del numero dei contadini che coltivano regolarmente le loro terre e un declino del 60% del prodotto degli olivi, tra altri effetti dannosi. Il pretesto per il muro è stato la sicurezza, ma ciò significa sicurezza per i coloni ebrei illegali; circa l’85% del muro passa attraverso la West Bank occupata.

Israele si sta anche impossessando della Valle del Giordano, imprigionando così completamente i cantoni che restano. Grandi progetti infrastrutturali collegano i coloni ai centri urbani israeliani, garantendo che non vedranno nessun palestinese. Seguendo un modello neocoloniale tradizionale, a Ramallah resta un centro moderno per le élite palestinesi, mentre il resto prevalentemente langue.

Per completare la separazione della Grande Gerusalemme dal resto dei cantoni palestinesi, Israele dovrebbe impossessarsi della regione E1. Finora ciò è stato vietato da Washington e Israele è stato costretto a ricorrere a sotterfugi, come costruire una stazione di polizia. Obama è il primo presidente statunitense che non ha imposto alcun limite alle iniziative israeliane. Resta da vedere se permetterà a Israele di prendersi la E1, forse con espressioni di malcontento, ma con una strizzatina d’occhio per chiarire che non sono da prendere sul serio.

Ci sono costanti espulsioni di palestinesi. Nella sola Valle del Giordano la popolazione palestinese è stata ridotta dai 300.000 abitanti del 1967 ai 60.000 di oggi e processi simili sono in corso altrove. Seguendo la politica di “un dunam dopo l’altro” [un chilometro quadrato dopo l’altro – n.d.t.] che dura da un secolo, ogni iniziativa ha una portata limitata in modo da non suscitare troppa attenzione internazionale, ma con un effetto cumulativo e un intento che sono molto chiari.

Inoltre, sin da quando l’accordo di Oslo ha dichiarato che Gaza e la West Bank sono un’unità territoriale indivisibile, il duo USA-Israele si è dedicato a separare le due regioni. Un effetto significativo è garantire che nessuna limitata entità palestinese abbia accesso al mondo esterno.

Nelle aree di cui Israele si sta impossessando la popolazione palestinese è limitata e sparpagliata, ed è ridotta ulteriormente da costanti espulsioni. Il risultato sarà un Grande Israelecon una sostanziale maggioranza ebrea. In base alla terza opzione non ci sarà alcun “problema demografico” e nessuna lotta per i diritti civili o contro l’apartheid, nulla di più di quanto già accade all’interno dei confini riconosciuti di Israele, dove il mantra “ebreo e democratico” è intonato regolarmente a beneficio di quelli che scelgono di credere, dimentichi dell’intrinseca contraddizione, che molto più che semplicemente simbolica.

Salvo che per fasi, l’opzione di uno stato unico è un’illusione. Non gode di sostegno internazionale e non c’è motivo per cui Israele e il patrono statunitense debbano accettarla, visto che hanno un’alternativa molto più preferibile, quella che stanno attuando oggi; con impunità, grazie al potere USA.

Gli USA e Israele sollecitano negoziati senza precondizioni. I commenti in quei paesi e altrove in Occidente affermano solitamente che i palestinesi stanno imponendo tali precondizioni, ostacolando il “processo di pace”. In realtà gli Stati Uniti e Israele insistono su precondizioni cruciali. La prima è che i negoziati siano mediati dagli Stati Uniti, che non sono una parte neutrale bensì un partecipante al conflitto. E’ come se si proponesse che i conflitti tra sunniti e sciiti in Iraq fossero mediati dall’Iran. Negoziati autentici sarebbero nelle mani di qualche stato neutrale con un certo grado di rispetto internazionale. La seconda precondizione è che sia consentita la prosecuzione dell’ampliamento degli insediamenti illegali, come è stato fatto senza sosta nei vent’anni dall’accordo di Oslo; prevedibilmente, considerate le condizioni di tale accordo.

Nei primi anni dell’occupazione gli Stati Uniti si unirono al mondo nel considerare illegali gli insediamenti, come confermato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dalla Corte Internazionale di Giustizia. Con Reagan il loro status fu ridotto a “una barriera per la pace”. Obama ha indebolito ulteriormente la classificazione in “non di aiuto alla pace”, con delicati ammonimenti che sono agevolmente ignorati. La posizione di estremo rigetto assunta da Obama ha, in effetti, suscitato una certa attenzione nel febbraio del 2011, quando ha posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che appoggiava la politica ufficiale statunitense, cioè la fine dell’ampliamento degli insediamenti.

Fino a quando queste precondizioni resteranno in vigore, è probabile che la diplomazia rimarrà in stallo. Con brevi e rare eccezioni è così dal gennaio del 1976, quando gli Stati Uniti opposero il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, proposta da Egitto, Giordania e Siria, che sollecitava una soluzione a due stati entro i confini internazionalmente riconosciuti, la Linea Verde, che garantiscono la sicurezza di tutti gli stati entro confini sicuri e riconosciuti. Quello è essenzialmente l’accordo internazionale, che a questo punto è diventato universale; con le due solite eccezioni, non solo a proposito del Medio Oriente, per inciso. L’accordo è stato modificato per includervi “aggiustamenti minori e reciproci” della Linea Verde, per mutuare la formulazione ufficiale degli Stati Uniti prima che rompessero con il resto del mondo. 

Lo stesso vale per i negoziati che potranno aver luogo presto a Washington. Considerate le precondizioni, è improbabile che ottengano nulla di più che servire da cornice per la prosecuzione israeliana del suo progetto di impossessarsi di qualsiasi cosa consideri di valore nella West Bank e nelle Alture siriane del Golan, annesse in violazione di un’ordinanza del Consiglio di Sicurezza, mantenendo contemporaneamente l’assedio su Gaza. E facendo questo in continuazione con il fondamentale sostegno economico, militare, diplomatico e ideologico dello stato che gestisce i negoziati. Naturalmente si può sperare per il meglio, ma è difficile essere ottimisti.

L’Europa potrebbe svolgere un ruolo nel far progredire le speranze di una soluzione diplomatica pacifica, se fosse disposta a perseguire un percorso indipendente. La recente decisione della UE di escludere la West Bank da qualsiasi futuro accordo con Israele potrebbe essere un passo in questa direzione. Le politiche statunitensi, inoltre, non sono scolpite nella pietra, anche se hanno radici strategiche, economiche e culturali profonde. In assenza di tali cambiamenti c’è ogni motivo per aspettarsi che il quadro ‘dal fiume al mare’ sarà conforme alla terza opzione. I diritti e le aspirazioni dei palestinesi saranno accantonati, almeno temporaneamente.

Se il conflitto israelo-palestinese non viene risolto, è molto improbabile un accordo di pace regionale. Tale fallimento ha implicazioni più vaste, in particolare per quella che i media statunitensi definiscono “la più grave minaccia alla pace mondiale”, echeggiando le dichiarazioni del presidente Obama e della maggior parte della classe politica, cioè il programma nucleare dell’Iran. Le implicazioni divengono chiare quando consideriamo i modi più ovvii per trattare la presunta minaccia, e il loro destino. E’ utile, innanzitutto, prendere in considerazione alcune domande preliminari. Chi considera la minaccia di tale significato cosmico? E qual è la minaccia percepita?

Le risposte sono semplici. La minaccia è prevalentemente un’ossessione occidentale: degli Stati Uniti e dei loro alleati. I paesi non allineati, la maggior parte del mondo, hanno vigorosamente appoggiato il diritto dell’Iran, in quanto firmatario del Trattato sulla Non-proliferazione, di arricchire l’uranio. Nel mondo arabo l’Iran in generale non è amato, ma non è percepito come una minaccia; piuttosto sono gli USA e Israele che la popolazione considera una minaccia, con margini molto ampi, come costantemente dimostrato dai sondaggi.

Nel discorso occidentale si afferma comunemente che gli arabi appoggiano la posizione statunitense a proposito dell’Iran, ma il riferimento è ai dittatori, non alla popolazione in generale, che sono considerati una seccatura irrilevante nella dottrina democratica prevalente. E’ pure standard il riferimento alla “freddezza tra la comunità internazionale e l’Iran”, per citare dalla letteratura corrente degli studiosi. Qui l’espressione “comunità internazionale” si riferisce agli Stati Uniti e a chiunque si accompagni a loro; in questo caso una piccola minoranza della comunità internazionale, ma molta di più se le posizioni politiche sono considerate in termini di potere.

Qual è, allora, la minaccia percepita? Una risposta autorevole è fornita dai servizi segreti statunitensi e dal Pentagono nei loro regolari esami della sicurezza globale. Hanno concluso che l’Iran non è una minaccia militare. Spende poco per l’esercito anche secondo gli standard della regione e ha una limitata capacità di impiegare la forza. La sua dottrina strategica è difensiva, intesa a resistere a un attacco. La comunità dei servizi segreti non riferisce alcuna prova che l’Iran stia sviluppando armi nucleari, ma se lo sta facendo, conclude, ciò farebbe parte della strategia iraniana di deterrenza.  

E’ difficile pensare a un paese che al mondo abbia più necessità dell’Iran di un deterrente. E’ stato tormentato senza sosta dall’occidente da quando il suo regime parlamentare è stato rovesciato da un colpo di stato militare statunitense-britannico nel 1953, prima sotto il duro e brutale regime dello Scià, poi sotto aggressioni omicide di Saddam Hussein, con il sostegno dell’occidente. E’ stato in larga misura l’intervento statunitense che ha indotto l’Iran a capitolare; e poco tempo dopo il presidente George Bush I ha invitato gli ingegneri nucleari iracheni negli Stati Uniti per addestramento alla produzione avanzata di armamenti, una minaccia straordinaria per l’Iran. L’Iraq è diventato presto un nemico, ma contemporaneamente è stato sottoposto a sanzioni l’Iran, intensificate per iniziativa degli USA sino al giorno d’oggi. E’ stato costantemente sottoposto alla minaccia di un attacco militare dagli USA e da Israele, in violazione della Carta dell’ONU, casomai a qualcuno potesse interessare.

E’ comunque comprensibile che gli USA e Israele considerino un deterrente iraniano come una minaccia intollerabile. Limiterebbe la loro capacità di controllare la regione, mediante la violenza se lo decidessero, come hanno fatto spesso. Questa è l’essenza della minaccia iraniana percepita.

Che il regime clericale sia una minaccia per il suo stesso popolo non è certo in dubbio, anche se disgraziatamente non è affatto l’unico di questo genere. Ma va ben oltre l’ingenuità credere che la repressione interna interessi molto le grandi potenze.

Qualsiasi cosa uno pensi della minaccia, ci sono modi per mitigarla? Parecchi, in realtà. Uno dei più ragionevoli consisterebbe nel muoversi in direzione della creazione di una zona priva di armi nucleari nella regione, come vigorosamente sostenuto dal movimento dei Non-allineati e particolarmente dagli stati arabi e, in effetti, dalla maggior parte del mondo. Gli Stati Uniti e i loro alleati esprimono un appoggio formale, ma sono stati ben poco cooperativi. Ciò è ancora una volta chiaro oggi. Sotto l’autorità del Trattato sulla Non-proliferazione lo scorso dicembre si doveva tenere una conferenza internazionale in Finlandia per far progredire tali piani. Israele si è rifiutato di partecipare, ma, con sorpresa di molti, a inizio novembre l’Iran ha annunciato che sarebbe stato presente, senza condizioni. Gli USA allora hanno annunciato che la conferenza era cancellata, ripetendo le obiezioni di Israele: che una conferenza è prematura prima che sia stabilita la sicurezza regionale. Gli stati arabi, la Russia e il Parlamento Europeo hanno chiesto un immediato rinnovo dell’iniziativa, ma naturalmente poco è possibile senza gli Stati Uniti.

I dettagli sono confusi. Sono disponibili pochi dati documentali, e tutto questo è passato senza esame. In particolare la stampa statunitense non ha indagato né, in realtà, ha pubblicato una sola parola sui tentativi più ragionevoli e pratici di affrontare quella che essa cita come “la minaccia più grave alla pace mondiale”.

E’ molto chiaro, comunque, che gli stati arabi e altri chiedono mosse per eliminare immediatamente le armi di distruzione di massa come un passo verso la sicurezza regionale; mentre gli Stati Uniti e Israele, al contrario, invertono l’ordine e chiedono sicurezza regionale – intendendo sicurezza per Israele – come prerequisito per eliminare tali armi. Sullo sfondo non molto remoto vi è la comprensione che Israele ha un sistema avanzato di armi nucleari, il solo nella regione; ed è il solo a rifiutare di aderire al Trattato di Non-proliferazione, assieme a India e Pakistan che, entrambi, beneficiano anche del sostegno USA ai loro arsenali nucleari.  

Il collegamento tra il conflitto israelo-palestinese e la presunta minaccia iraniana è perciò chiaro. Fino a quando gli Stati Uniti e Israele persisteranno nella loro posizione di rifiuto, bloccando l’accordo internazionale su una soluzione a due stati, non ci saranno accordi sulla sicurezza regionale e dunque non ci sarà nessun passo in direzione della creazione di una zona libera da armi nucleari e della mitigazione, forse della fine, di quella che Stati Uniti e Israele chiamano la più grave minaccia alla pace, o almeno a farlo nel modo più ovvio e di portata più vasta.

Andrebbe notato che, assieme alla Gran Bretagna, gli Stati Uniti hanno una responsabilità speciale di dedicare i loro sforzi a creare una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente. Nel tentare di dare una fragile copertura legale alla loro invasione dell’Iraq  i due aggressori hanno fatto riferimento alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza numero 687 del 1991, affermando che Saddam violava la richiesta di fermare il suo programma di armamento nucleare. La risoluzione ha anche un altro paragrafo che chiede “passi verso l’obiettivo di creare in Medio Oriente una zona libera da armi di distruzione di massa …”, obbligando gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ancor più degli altri a intraprendere seriamente questa iniziativa.

Questi commenti, naturalmente, si limitano a sfiorare la superficie e tralasciano molti argomenti urgenti, tra essi l’orribile discesa della Siria nel suicidio e sviluppi infausti in Egitto, che sicuramente avranno un impatto regionale. E, in realtà, molto altro. E’ così che appaiono alcuni dei temi centrali, almeno a me.

Una versione in arabo di questo articolo sarà pubblicata a novembre 2013 sul Dirasat Yearbook, pubblicato a Nazareth.

Noam Chomsky è professore emerito presso il dipartimento di linguistica e filosofia del MIT. E’ autore di numerose opere politiche di grande diffusione tra cui, recentemente, ‘Hopes and Prospects’ [Speranze e prospettive] e ‘Making the Future’ [Costruire il futuro].

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-one-state-two-state-debate-is-irrelevant-as-israel-and-the-us-consolidate-greater-israel-by-noam-chomsky.html

Originale: Mondoweisstraduzione di Giuseppe Volpe

27 ottobre 2013

http://znetitaly.altervista.org/art/12877

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