Festa di rovine – Recensione di Maria Teresa Mana

Miriam Marino, Festa di rovine, Città del Sole, Reggio Calabria 2012, pp. 152, € 12,00

Il 30 novembre 2012 la risoluzione dell’ONU promuove la Palestina come «Stato osservatore non membro» delle Nazioni Unite: per la prima volta la Palestina ottiene un riconoscimento ufficiale di esistenza come «entità statale dalla Comunità Internazionale».
Con questo riconoscimento la Palestina potrà avere accesso a trattati e organizzazioni internazionali che prima le erano preclusi e tra questi anche la Corte Internazionale di Giustizia. Israele ha espresso grande delusione e disappunto nei confronti delle nazioni che hanno votato a
favore della risoluzione e ha ribadito la ferma volontà di portare avanti il suo progetto espansionistico e il rifiuto di qualsiasi mediazione che preveda la creazione di due Stati. Il conflitto armato tra le due popolazioni sembra non potersi fermare mai. Gli scontri che hanno preceduto questi ultimi avvenimenti hanno nuovamente fatto molte vittime tra i palestinesi e tra queste anche molti bambini.
Festa di rovine, libro scritto per ricordare i bambini uccisi nei primi anni del 2000, al tempo della seconda Intifada, mi sembra quanto mai attuale. Il libro è dedicato ai tanti bambini palestinesi vittime della insensata guerra espansionistica israeliana che l’autrice, Miriam Marino, definisce «strage degli innocenti». Nel Prologo l’autrice dichiara di voler dare un nome ai bambini uccisi per caso «non in guerra» per sottrarli all’oblìo, così come allo «Yad Vashem» a Gerusalemme sono elencati i nomi delle vittime del nazismo a futura memoria. Il nome li sottrae all’anonimato a cui gli annunci dei telegiornali quotidiani ci hanno abituato e ci fa vedere che dietro ogni bambino morto c’è una storia, una tragedia familiare, un dramma, tanta sofferenza.
Bambini e adolescenti, anche quando non vengono uccisi, sono imprigionati, torturati, sottoposti ad angherie che rendono insostenibile la loro vita e li spingono a scelte estreme. Quanti bambini sono stati uccisi non lo sapremo mai perché le loro tracce sono state seppellite, spianate dai carri armati israeliani nella creazione dei tanti insediamenti che vanno a incunearsi nei campi profughi palestinesi.
In una Palestina abbandonata dalle proprie autorità, quando le speranze del dopo Oslo sono ormai sfumate, impoverita da un’economia sempre più debole, in balia delle rappresaglie israeliane, esemplare è la storia di Samira, giovanissima infermiera, volontaria nel soccorso dei feriti ma impedita dai continui blocchi delle ambulanze dai militari israeliani, un giorno ha scelto la vendetta munendosi di una bomba.
Diversa è la storia di Nabil che dopo un fallito tentativo di scontro con i coloni è sopravvissuto e si è reso conto di essere stato usato. Decide quindi di orientare la sua rabbia positivamente e sottrarsi al gioco. Dei diciotto racconti che compongono il libro tre sono dedicati ai bambini vittime della guerra Irachena. L’autrice ci racconta la storia attraverso le vicende di una famiglia di Bagdad, ci fa vivere l’attesa spasmodica dell’inizio dei bombardamenti, lo scoppio della guerra e le violenze perpetrate dai soldati americane sui civili.
Il rifiuto degli orrori che la guerra porta con sé accomuna la scrittrice ai molti cittadini israeliani, soprattutto i più giovani, che si dissociano dalle scelte nazionaliste del loro governo, preferendo affrontare i conflitti che li separano dai loro vicini stringendo rapporti con i coetanei palestinesi.

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