Il paese irredimibile – Pietro Polito

Il nostro Capitini

3. Italia nonviolenta

Alle ore 7.42 di lunedì 19 maggio 2012, a Brindisi, davanti all’Istituto Professionale Francesca Laura Morbillo, a quattro giorni dalla strage di Capaci in cui persero la vita la signora Laura con il marito, il giudice Giovanni Falcone, e la sua scorta, l’esplosione di tre bombole di gas collegate tra di loro e sistemate in un cassonetto vicino al muretto di fianco all’ingresso della scuola ha scatenato l’inferno. Una mattina di maggio, mentre sta per entrare in classe, a Melissa viene rubata la vita, quella di Veronica, Selene, Azzurra, Alessandra, Nicoletta, Sabrina viene segnata indelebilmente.

Che cosa è successo?I tre più grandi quotidiani nazionali parlano apertamente nei loro titoli di stragismo: “caccia agli stragisti”(Corriere della Sera), “volevano la strage” (La Stampa), “la strage delle ragazze” (la Repubblica).

Come ha scritto Benedetta Tobagi, colpita e segnata dalla stessa violenza, “un attentato del genere cerca di seminare terrore e sconcerto: è un attentato al pensiero, oltre che alle vite umane, paralizzante, destabilizzante”. Si tratta di “un gesto di odio verso la vita, il futuro, la bellezza”.

Uno dei nostri più importanti filosofi contemporanei ha osservato che vi sono azioni umane ispirate a e da una malvagità assoluta. Se la moralità assoluta consiste nel fare il bene per il bene, l’immoralità assoluta non può non consistere che nel compiere il male per il male. “Fra tutte le azioni delittuose che gli uomini possono compiere contro altri uomini, – ha scritto il filosofo – la strage è una di quelle che più si avvicina al male radicale. Non c’è forse modo più perverso di ridurre l’uomo a mezzo che quello di considerare puro mezzo di un disegno ignoto la sua morte violenta”.

Il periodico di informazione on line “Pensalibero”, a cura del Gruppo dei Centouno di Firenze, ha titolato che con l’attentato di Brindisi “si ipoteca il futuro” perché “siamo oltre il baratro”.

Lo so di scrivere nelle prossime righe qualcosa di sbagliato, che non andrebbe nemmeno pensato, tanto meno detto alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi, ma da oggi non mi riesce più di prendere sul serio la retorica degli appelli alla coscienza civile, alla coesione sociale, allo spirito di legalità, al senso dello Stato.

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Il ritorno della violenza, una violenza oscura, abietta, inaudita, malvagia, stragista, induce a non lasciar cadere il discorso capitiniano sulla possibilità di una Italia nonviolenta. A questo Paese irredimibile manca un Aldo Capitini.

Italia nonviolenta

Dalla lettura dei carteggi di Aldo Capitini con Walter Binni, Danilo Dolci, Guido Calogero, Edmondo Marcucci, Norberto Bobbio, pubblicati dall’editore Carocci tra il 2007 e il 2012, per iniziativa della Fondazione Centro studi Aldo Capitini di Perugia, con il coordinamento scientifico di Mario Martini, emerge il profilo di una Italia nonviolenta. I cinque carteggi non stanno sullo stesso piano. Binni, Dolci e Marcucci appartengono al cerchio interno capitiniano, mentre Calogero e Bobbio rappresentano emblematicamente il profilo dell’Italia laica e azionista.

Nel passaggio dal fascismo alla democrazia attraverso la Resistenza, che, per Capitini, non si può circoscrivere a venti mesi della lotta partigiana e invece si estende all’intero ciclo dell’antifascismo, si profilano tre Italie possibili, l’Italia comunista, l’Italia cattolica (anche se forse sarebbe meglio dire “democristiana”), l’Italia laica del Partito d’Azione.

Si sa come la storia è andata a finire. La terza Italia, che di tanto in tanto è stata evocata e rievocata come l’Italia della “terza forza” è stata sconfitta politicamente e forse, ma non ne sono tanto sicuro, è sopravvissuta nella storia della cultura e delle idee. Non vedo come altrimenti si potrebbe definire l’Italia che si è affermata storicamente con la fine del Partito d’Azione e dopo la sconfitta del fronte popolare, se non con l’espressione, che può essere ed è stata variamente intesa, di “catto – comunismo”.

Nelle pieghe della storia nazionale, accanto all’idea bobbiana dell’Italia civile (di cui qui non mi occupo), lo storico attento può, potrebbe, seguire le vicende di una quarta Italia: l’Italia nonviolenta.

Questa Italia si distingue da quella cattolica per il postcristianesimo che si prolunga nella proposta della religione aperta; dall’Italia comunista per il postcomunismo che si apre all’orizzonte del liberalsocialismo, dall’Italia azionista per l’idea di una democrazia integrale (omnicrazia) che comprende la democrazia rappresentativa ma non si esaurisce in essa.

Riassumo. L’Italia nonviolenta si pone oltre, o, se si vuole, dopo il cattolicesimo, il comunismo, il laicismo, che politicamente assumono la forma della Democrazia Cristiana, del Partito Comunista, del Partito d’Azione.

Qual è la peculiarità dell’Italia nonviolenta rispetto a quella cattolica, a quella comunista, a quella laica?

La specificità dell’Italia nonviolenta emerge in particolare dalla corrispondenza con Bobbio. Il grande tema al centro del dialogo tra i due è il rapporto tra ragione e fede, laicità e religione, scienza e profezia. Sono continue le sollecitazioni “religiose” di Capitini che vengono accolte con interesse ma insieme anche con distacco e un certo scetticismo da Bobbio.

Questi considera il problema della riforma religiosa vagheggiata da Capitini di grande importanza, quando “si presenta come problema di vita spirituale e politica insieme” (4 settembre 1946). Inoltre egli auspica che l’impegno religioso di Capitini “dia buoni frutti, e serva anch’esso di pungolo per questo bestione addormentato che è la vita religiosa in Italia” (6 ottobre 1946). Bobbio coglie perfettamente la peculiarità dell’Italia nonviolenta, che è un’Italia spirituale, un’Italia religiosa. Tuttavia nutre poca fiducia “sulla sorte della spiritualità in Italia […] un paese dove si incontra qua e là qualche bella palma; ma il resto è sabbia” (6 ottobre 1946). Da “una linea diversa, tanto per intenderci, razionalistica e critica” Bobbio si confronta con la “posizione religiosa-umanistica” di Capitini, affermando di trarne “sempre gran beneficio” (novembre 1946). Si tratta di due prospettive che rimandano a due distinti modi di intendere il mestiere del filosofo. Da un lato “l’ideale del filosofo profeta”, dall’altro “l’ideale del filosofo positivo” (14 agosto 1951).

Dal dialogo tra i due filosofi sembrano trasparire i lineamenti di una Italia ideale insieme laica e religiosa. Capitini propone, e Bobbio lo comprende e sembra anche essere in qualche modo d’accordo, una aggiunta religiosa alla razionalità. Rispetto all’Italia comunista, all’Italia laica, paradossalmente anche rispetto all’Italia cattolica, l’Italia nonviolenta si caratterizza e si definisce per il suo carattere religioso.

Di questo indirizzo il filosofo profeta è persuaso, rispetto ad esso il filosofo positivo rimane perplesso. Pur tuttavia in una lettera di Bobbio del 14 agosto 1951 leggiamo: “Non credere però che abbia rinunciato a comprendere, cioè a gettare qualche ponte per attaccarmi ogni tanto anche all’altra strada. Non credere che non ami più stare a colloquio … coi profeti. Ma preferisco normalmente cose più terra terra, più solide più «pronte a friggere», come direbbe il Cattaneo. Chissà che un giorno mi convinca che questa mia strada non ha via d’uscita (ne ho sempre un persistente ma vago presentimento). Ma sono impegnato a percorrerla fino in fondo” .

L’ispirazione religiosa si traduce in una peculiarità politica che concerne tanto i fini quanto i mezzi.

Quanto ai fini, Capitini ritiene che la prospettiva di un’Italia laica, terza forza tra l’Italia cattolica e l’Italia comunista, sia politicamente debole. In una lettera a Calogero (23 agosto 1949) chiarisce: più che una terza forza, da lui considerata troppo semplicistica e all’insegna di un “laicismo americano”, che “oggi appoggia il Vaticano ed è principalmente ed esclusivamente anticomunista”, l’Italia nonviolenta “è sulla terza via”. Tra lo statalismo staliniano e il capitalismo anonimo la nonviolenza è “sempre per strutture federali autonome dal basso (liberalsocialismo verso socialismo libertario, ma non dell’anarchismo ottocentesco individualistico)”.

Quanto ai mezzi, come si legge in una lettera a Binni del 13 giugno 1963, Capitini presenta il lavoro per l’Italia nonviolenta come un continuo tentativo di “cercare di tenere in Italia l’azione per la pace su un piano più alto che quello di un solo partito”.

Per Capitini, l’azione pacifista di Marcucci è ancor più l’impegno per la terza via di Dolci, sono forme dell’opera religiosa di un movimento puro per la pace in Italia autonomo dai partiti e indipendente sia dalla “Roma orientale” sia dalla “Roma occidentale”. E’questa l’ispirazione fondamentale della marcia della pace Perugia Assisi del 24 settembre 1961 che avrebbe dovuto essere la base di “un solido pacifismo italiano non comunista” (Perugia 29 gennaio 1962).

L’esigenza di un pacifismo non a senso unico è ben presente nella corrispondenza che in una lettera del 2 giugno 1947 afferma: “mi si profila una vera e triste ombra, quella dell’inutilità (che ad altri sembrerà danno) di propagandare pace e non – violenza in una parte del mondo, mentre vi è un’altra parte che va dall’Atlantico all’Oceano Pacifico nella quale ignoriamo qualsiasi moto verso la pace”

È difficile dire – osserva Marcucci – quanto abbia inciso questo “lavoro di cultura popolare e religiosa” (25 giugno 1954). Eppure non mi sembra irrilevante porre in luce nella storia del nostro movimento per la pace questa linea di pacifismo indipendente per il quale la volontà pacifica risulta da uno “spirito illuministico” e da “una visione nuova, integrale dell’uomo e della realtà che lo circonda”. Del resto – sono ancora parole di Marcucci – “i grandi profeti della pace” (e Capitini è tra questi) hanno sempre sostenuto che “con un labile empirismo, senza una fede razionale, non otterremo mai nulla” (19 giugno 1948).

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