Cinema – Almanya, la mia famiglia va in Germania – Recensione di Enrico Peyretti

Almanya – La mia famiglia va in Germania. Un film di Yasemin Samdereli. Con Vedat Erincin, Fahri Ogün Yardim, Lilay Huser, Demet Gül, Denis Moschitto. Titolo originale Almanya – Willkommen in Deutschland. Commedia, durata 101 min. – Germania 2011. – Teodora Film


Le migrazioni e i nuovi insediamenti di popoli coabitanti e sempre più conviventi continuano ad ispirare, su diversi registri, la narrativa cinematografica. Ben a ragione, perché sono la nostra storia quotidiana, negli ultimi decenni, al livello popolare, e non di governi e poteri. L’Europa, e unità anche più grandi, si costruiscono così, più ancora che con le monete e i trattati. Razzismi e localismi miserrimi non impediranno questa crescita umana, pur coi relativi inciampi e difficoltà. Le diversità devono unirsi e l’unità deve restare diversa.

I turchi in Germania (Alamnya, in turco) sono uno dei casi storici più interessanti: oggi sono da due a tre milioni su ottanta di tedeschi. Cinquanta anni fa, nel 1961, arrivarono 750 mila immigrati chiamati per un accordo tra Germania e Turchia. Un’immigrazione pianificata, non subìta, non come quella in Italia, a colpi di clandestini e sanatorie. Dopo turni di due anni i lavoratori turchi avrebbero dovuto tornare a casa, ma gli imprenditori tedeschi chiesero che rimanessero, e arrivarono le famiglie. La metà di quei 750 mila, sono tornati in Turchia a godersi la pensione. Gli altri, rimasti, sono diventati nonni di nipoti ormai tedeschi, e un po’ tedeschi loro stessi. Visitando la Turchia, due anni fa, mi è sembrato di vedervi un’impronta tedesca.

In questo film, delle sorelle Samdereli (Yasemin regista e Nesrin cosceneggiatrice), una famiglia di tre generazioni abbraccia e ricongiunge tempi e luoghi. Al piccolo Cenk si racconta la storia dei nonni, dall’innamoramento, all’emigrazione, alla sua nascita. Tre generazioni, due popoli, due terre, e il prossimo nato verrà da un altro popolo ancora. La famiglia è una struttura forte, ma non chiusa. La nuova cittadinanza è vissuta in modo diverso dal nonno e dalla nonna, Hüseyin e Fatma. L’amore per le proprie origini non è ottuso e fanatico. Sotto i diritti comuni e i nuovi documenti, restano le storie personali, le tradizioni, ma la convivenza è possibile, in questa storia affettuosa e ironica, che non ignora i limiti umani, ma incoraggia la speranza.

È un film di pace. L’accoglienza, con alti e bassi, c’è. Tutti possono imparare dall’altro. Al bimbo appena immigrato fa paura il crocifisso dei cristiani (unico riferimento religioso tedesco), mentre lo innamora il nuovo culto della cocacola, ancora più adorato in Turchia che in Germania. Agli anziani tedeschi disturbati dal chiasso e dal numero dei bambini, si contrappone l’esultanza per la notizia che nascerà un altro bimbo. Il nonno che muore sarebbe destinato al cimitero degli stranieri, in Turchia, se, contro la legge, l’antico rito musulmano non lo accogliesse in braccio alla propria terra amata. La religione antica, Allah invocato per la pazienza quotidiana, sono il punto d’appoggio di questo popolo di due terre. La morte spiegata da papà al piccolo Cenk è leggera come una nuvola, e le nuvole, si sa, non hanno confini. (e. p.)

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Una volta un saggio alla domanda “Chi o cosa siamo noi?” rispose così: siamo la somma di tutto quello che è successo prima di noi, di tutto quello che è accaduto davanti ai nostri occhi, di tutto quello che ci è stato fatto, siamo ogni persona, ogni cosa la cui esistenza ci abbia influenzato o con la nostra esistenza abbia influenzato, siamo tutto ciò che accade dopo che non esistiamo più e ciò che non sarebbe accaduto se non fossimo mai esistiti!” (Aylin Tezel)


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