Jonathan Safran Foer, Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? – Recensione di Cinzia Picchioni

Jonathan Safran Foer, Se niente importa. Perché mangiamo gi animali?, Guanda, Parma 2010, pp. 368, € 18,00

Nonostante questo libro sia il frutto di un’immensa quantità di ricerche e abbia l’obiettività che può avere un lavoro giornalistico – ho usato le statistiche più prudenti (servendomi quasi sempre di fonti governative o di riviste scientifiche e industriali) e ho assunto due collaboratori esterni perché le verificassero -, io lo vedo come una storia. I dati a disposizione sono moltissimi, ma spesso scarni e malleabili. I fatti sono importanti, ma di per sé non forniscono significati, specie quando sono così legati alle scelte linguistiche. Che cosa significa esattamente misurare la reazione al dolore di un pollo? Significa dolore? Che cosa significa dolore? Per quanto possiamo imparare sulla fisiologia del dolore – durata, sintomi e così via – nulla ci dice qualcosa di definitivo. Ma inserendo i fatti in una storia, una storia di compassione o prevaricazione, o forse entrambe le cose, inserendoli in una storia sul mondo in cui viviamo e su chi siamo e chi vogliamo essere, allora potremo cominciare a parlare con cognizione di causa del perché mangiamo gli animali (pp. 22-3).

La compassione è un muscolo che si rafforza con l’esercizio

Questo è ciò che trovate scritto a p. 276 del libro Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?

Volete diventare vegetariani? Leggetelo.

Siete stanchi di essere vegetariani perché è troppo difficile? Leggetelo.

Non siete vegetariani e non ne potete più di quegli integralisti che non uccidono neanche le zanzare? Leggetelo.

Siete vegetariani e non ne potete più di spiegare e giustificarvi per la vostra scelta? Leggetelo.

Insomma che dire? Questa volta davvero non saprei che cosa scrivere per la recensione di questo libro. Ci provo cominciando dalla forma, cosa che è sempre più facile. Il libro è bello esteticamente, graficamente e editorialmente. Ha 30 pagine di documentatissime note e un indice analitico di 15 pagine! Complimenti alla redazione della casa editrice, e alla casa editrice stessa per il coraggio e la professionalità. Poi la veste grafica è azzeccata anche solo per il fatto che è uguale al (e lo ricorda) primo libro dello stesso autore, Ogni cosa è illuminata, da cui è stato tratto uno dei più bei film degli ultimi dieci anni (secondo me, certo). Ma non solo la copertina è bella, anche l’interno lo è, con la strabiliante scelta di fare tutti i capitoli diversi, con una grafica decisamente nuova, ma non per questo «solo» eccentrica.

Passiamo all’interno (368 pagine!).

Sono vegetariana dal 1979, poi ho vissuto in montagna, avevamo poche capre, le mungevamo e facevamo il formaggio (e lo mangiavamo), poi per un periodo non ho mangiato alcun prodotto animale, poi ho ricominciato a mangiare le uova (e il formaggio se mi capita di andare da qualcuno per non mettere in imbarazzo nessuno…). Ma mai, mai più la carne degli animali.

Così ho cominciato a leggere, per recensirlo, il libro che vi consigliamo… e non ho più smesso; per quattro giorni ogni minuto di tempo libero che ho avuto l’ho usato per andare avanti nella lettura. Su un foglio a parte ho annotato le pagine su cui trovavo qualcosa di importante. A p. 20 scopro che l’autore voleva solo sapere che cosa fosse la carne. Voleva saperlo nel modo più concreto possibile. Da dove viene, come si produce, come sono trattati gli animali e in che misura è importante, che effetti ha mangiare gli animali sul piano economico, sociale e ambientale. E questa ricerca l’ha cominciata quando ha avuto il suo primo figlio perché, scrive «Nutrire mio figlio non è come nutrire me stesso: è più importante». Allora, per tre anni, Jonathan ha raccolto dati, visitato allevamenti e scritto questo libro che è un racconto, un’inchiesta e una testimonianza, tutto insieme.

Cominciamo da una testimonianza (p. 121), quella – autentica – di Frank Reese, l’ultimo avicoltore, che fa «le cose per bene dall’inizio alla fine», e stiamo parlando dell’allevamento di polli e tacchini. Ma mi accorgo ora che non potrei scrivere nulla di meglio di quello che ha scritto Frank Reese, perciò consiglio di leggerlo assolutamente.

Mi sento di segnalare in particolare (ma lo ripeto, il libro è un capolavoro) il capitolo Parole/Significato (p. 51), una sorta di vocabolario per intenderci sui termini, da Animale a Sofferenza, passando per Gabbie di batteria (p. 55):

È antropomorfismo provare a immaginarsi dentro la gabbia di un animale d’allevamento? […] una gabbia per galline ovaiole concede in genere a ogni animale una superficie all’incirca […] grande poco meno di un foglio A4[…] Entra mentalmente in un ascensore affollato, un ascensore così affollato che non riesci a girarti senza sbattere (esasperandolo) contro il tuo vicino. Un ascensore così affollato che spesso rimani sollevato a mezz’aria. Il che è una specie di benedizione, perché il pavimento inclinato è fatto di fil di ferro che ti sega i piedi. Dopo un po’ quelli che stanno nell’ascensore perderanno la capacità di lavorare nell’interesse del gruppo. Alcuni diventeranno violenti, altri impazziranno. Qualcuno, privato di cibo e speranza, si volgerà al cannibalismo. Non c’è tregua, non c’è sollievo. Non arriverà nessun addetto a riparare l’ascensore. Le porte si apriranno una sola volta, al termine della tua vita, per portarti

nell’unico posto peggiore (vedi Lavorazione).

Per non avere dubbi, la genialità dell’autore (e/o del redattore, e/o di Tom Manning – che ha fatto le illustrazioni degli occhielli – e/o dell’editore?) ci mette a disposizione, alle pp. 88-89, un disegno delle reali dimensioni della gabbia standard per galline ovaiole.

Per avere un vocabolario comune e intenderci sui termini, vi invito a leggere un capitolo che comincia a p. 267, e che si intitola Che cosa c’entrano i tacchini con la festa del Ringraziamento? Rimarrete sorpresi nell’apprendere che

Al centro della nostra tavola del Ringraziamento c’è un animale che non ha mai respirato aria fresca o visto il cielo fino al giorni in cui è stato mandato al mattatoio. Sui rebbi delle nostre forchette sta un animale incapace di riprodursi sessualmente. Nei nostri stomaci va un animale imbottito di antibiotici. […] E che succederebbe se non ci fosse il tacchino? Si romperebbe, o danneggerebbe, la tradizione se ci limitassimo a stufato di patate dolci, panini fatti in casa, fagiolini con le mandorle […]La festa è forse compromessa? […] Nei tre anni che ho trascorso a scrivere questo libro, per esempio, è stato documentato per la prima volta come il bestiame contribuisca al riscaldamento globale più di qualunque altra cosa […] la prima catena di supermercati (la Whole Foods) si è impegnata in un programma vasto e sistematico di etichettatura sul benessere degli animali […] il «New York Times» ha pubblicato editoriali contro l’allevamento industriale nel suo complesso sostenendo che «l’allevamento si è trasformato in abuso degli animali» […]. Noi non possiamo addurre come scusa l’ignoranza, ma solo l’indifferenza. La nostra generazione sa come stanno le cose. Abbiamo l’onere e l’opportunità di vivere nella fase in cui le critiche all’allevamento intensivo hanno fatto breccia nella coscienza popolare. Siamo noi quelli a cui chiederanno a buon diritto: «Tu che cos’hai fatto quando hai saputo la verità sugli animali che mangiavi?»

Noi che non mangiamo gli animali ci troviamo spesso a dover giustificare la scelta, e a volte ci troviamo spiazzati perché dovrebbe bastare una risposta del tipo «Perché soffrono come noi». Questo libro è molto utile per trovare le motivazioni per ciascuna delle solite domande che chi mangia gli animali rivolge a chi non lo fa. L’autore (33 anni!) ha raccolto una tale mole di dati che nelle pagine del suo libro possiamo trovare le motivazioni per tutti: l’animalista convinto sarà contento di leggere (a p. 72) la definizione di Essere umano:

Gli esseri umani sono i soli animali che fanno figli di proposito, […]festeggiano i compleanni, sprecano e perdono tempo, si lavano i denti, […] hanno religioni, partiti politici e leggi, tengono souvenir, […] interpretano i sogni, nascondono i genitali, si depilano, seppelliscono «capsule del tempo» per i posteri e possono scegliere di non mangiare qualcosa per ragioni di coscienza. Le ragioni per mangiare o non mangiare gli animali sono spesso identiche: noi non siamo loro.

L’umanitario (quello che risponde sempre «Invece di pensare agli animali pensa ai bambini che muoiono di fame») potrà informarsi (a p. 227) sul fatto che

[…]non c’è differenza etica tra mangiare carne e buttare un’enorme quantità di cibo nella pattumiera, perché gli animali che mangiamo trasformano solo una piccola frazione del cibo che ingeriscono in calorie di carne: ci vogliono da sei a ventisei calorie di mangime perché un animale produca una sola caloria di carne. La stragrande maggioranza di quello che coltiviamo […] va a sfamare gli animali – parliamo di terra e cibo che potremmo usare per sfamare esseri umani […]. Il relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione ha definito un «crimine contro l’umanità» trasformare cento milioni di tonnellate di cereali e mais in etanolo, mentre quasi un miliardo di persone soffre la fame. Quindi che genere di crimine commette l’industria zootecnica, che usa 756 milioni di tonnellate di cereali e mais all’anno, più che sufficienti a sfamare adeguatamente il miliardo e mezzo di persone che vivono in estrema povertà? E quei 756 milioni di tonnellate non tengono conto del fatto che anche il novantotto per cento dei 225 milioni di tonnellate di soia prodotte nel mondo serve come mangime per gli animali? Favorisci una grossa inefficienza e pompi il prezzo del cibo per i più poveri della Terra anche se mangi solo carne Niman Ranch. È stata questa inefficienza – non il costo ambientale e neppure il benessere degli animali – a indurmi a smettere di mangiare carne.[…].

L’ambientalista si automotiverà scoprendo (a p. 67, ma forse lo sa già) che

[…] a livello globale il bestiame contribuisce più dei trasporti ai cambiamenti climatici. Secondo l’Onu, il comparto dell’allevamento è responsabile del 18 per cento delle emissioni di gas serra, circa il 40% in più dell’intero settore dei trasporti – autovetture, camion, aerei, treni e navi – nel suo complesso. […] I dati più attuali quantificano anche il ruolo della dieta: gli onnivori contribuiscono alle emissioni d gas serra sette volte più dei vegani. Le Nazioni Unite sintetizzano gli effetti ambientali dell’industria della carne in questo modo: allevare animali a fini alimentari (in allevamenti tradizionali o industriali) «è una delle due o tre attività che contribuiscono maggiormente ai più seri problemi ambientali […] se ci preoccupiamo per l’ambiente […] mangiare o non mangiare gli animali deve importarci. Messa in termini più semplici, chi mangia regolarmente prodotti ricavati da animali allevati in modo intensivo non può definirsi ambientalista senza disgiungere la parola dal suo significato».

I fanatici del chilometro zero non dubiteranno più della scelta vegetariana quando (a p. 115) leggeranno che

Oggi non è raro che la carne faccia mezzo giro del globo per arrivare nel tuo supermercato. La distanza media coperta dalla nostra carne si aggira sui duemilacinquecento chilometri (p. 115).

I san Tommaso potranno conoscere la realtà dei mattatoi leggendo lo stupendo raccontino di p. 178; l’idea è che se tutti andassimo a far visita a un macello, diventeremmo immediatamente vegetariani, ma nessuno vuole (o ha il coraggio di) visitarne uno. Ecco la spiegazione della frase di p. 98: «L’industria zootecnica esercita la propria influenza politica sapendo che il proprio modello di business dipende dal fatto che i consumatori non hanno la possibilità di vedere (o sentire)».

I sensibiloni che quando piove mettono l’impermeabile al cane e non «farebbero del male nemmeno a una mosca» dovranno diventare consapevoli del fatto che

Proprio come nulla di ciò che facciamo può provocare direttamente tanta sofferenza negli animali quanto nutrirsi di carne, nessuna delle nostre scelte quotidiane ha più impatto sull’ambiente.(p. 83).

I politici e i sindacalisti potranno riflettere su quanto troveranno a p. 280:

Quando alziamo la forchetta, diciamo da che parte stiamo. Ci mettiamo in un determinato rapporto con gli animali da allevamento, con i lavoratori del comparto zootecnico con l ‘economia nazionale e con il mercato globale. Non prendere una decisione – «mangiare come tutti gli altri» – vuol dire prendere la decisione più facile, cosa che è sempre più problematica. Senza dubbio, quasi ovunque e quasi in ogni epoca decidere una dieta senza decidere – ossia mangiare come tutti gli altri- era probabilmente un’ottima idea. Oggi mangiare come tutti gli altri vuol dire aggiungere una goccia nel vaso. Può non essere quella che lo farà traboccare, ma sarà un atto che si ripeterà ogni giorno della nostra vita, e ogni giorno della vita dei nostri figli e dei figli dei nostri figli…

Gli sportivi e quelli che dicono di non poter vivere senza la carne, perché vanno in carenza di proteine forse non sanno che

l’eccesso di proteine dovrebbe essere evitato perché va a detrimento delle normali funzioni fisiologiche e, quindi, della salute. […] È dimostrato che l’eccesso di smaltimento e quindi di escrezione di proteine aumenta la perdita di calcio per le vie urinarie. […] Certe diete ad alto contenuto proteico potrebbero anche far aumentare il rischio di malattie coronariche. […] Infine, l’assunzione eccessiva di proteine è in genere associata a possibili malfunzionamenti renali (p. 322).

Gli spirituali potranno utilizzare le parole di p. 47 per le loro meditazioni

In silenzio l’animale incrocia il nostro sguardo. L’animale ci guarda e, che distogliamo gli occhi (dall’animale, dal piatto, dal nostro preoccuparcene, da noi stessi) o meno, siamo esposti. Che cambiamo la nostra vita o che non facciamo nulla, abbiamo risposto. Non fare niente è fare qualcosa.

I vegetariani part-time, coloro che «un po’ di pesce lo mangio» (perché, non è un animale? Ah già, qualcuno ha scritto sul sistema nervoso dei pesci, che risulta essere meno sensibile (?) di quello dei mammiferi e allora…) potranno forse rivedere almeno in parte le loro posizioni leggendo da p. 204 a p. 210 (se non sono troppo impressionabili), insieme con le righe qua sotto

Tra le centoquarantacinque specie regolarmente uccise – in modo gratuito – mentre si uccidono i tonni figurano: mante, diavoli di mare, razze maculate, squali dal muso lungo, squali ramati….

e giù un elenco impressionante (una pagina intera, la 58, senza spazi) di specie pescine! Come al solito se non vediamo non crediamo. Geniale! Prendetevi il tempo di leggerli tutti, i nomi dei pesci, vedrete che differenza! Perché

Noi tendiamo a non pensarci perché tendiamo a non saperlo: cosa succederebbe se ci fosse un’etichetta, sul nostro cibo, che ci informa di quanti animali sono stati uccisi per portare quell’ambìto crostaceo nel nostro piatto? Così, nel caso dei gamberetti pescati a strascico in Indonesia, per esempio, l’etichetta potrebbe recitare: PER OGNI CHILO DI QUESTI GAMBERETTI SONO STATI UCCISI E RIBUTTATI IN MARE 24 KG DI ALTRI ANIMALI MARINI (pp. 57-58).

Scelgo di terminare con due riflessioni dell’autore, che mi trovano così d’accordo che preferisco lasciar parlare lui (certo meglio di me)

Che io sieda alla tavola globale, con la mia famiglia o con la mia coscienza, l’allevamento industriale, per quanto mi riguarda, non appare solo irragionevole. Accettarlo mi sembrerebbe inumano. Accettarlo – nutrire la mia famiglia con il cibo che produce, sostenerlo con i miei soldi, mi renderebbe meno me stesso, meno il nipote di mia nonna […] p. 286

riferendosi all’episodio di sua nonna che, in tempo di guerra, non accettò di mangiare un pezzo di maiale che un contadino le offriva. Il nipote, l’autore del libro che segnaliamo questa settimana, le chiese il perché e la nonna rispose che non lo mangiò perché non era kosher; al che il nipote replicò: «Ma neppure per salvarti la vita?» e la nonna concluse con la frase che ha dato il nome all’intero libro: «Se niente importa, non c’è niente da salvare» (il racconto di questo episodio è a p. 24 e si intitola Ascolta) e Foer scrive allora che tutto importa:

Il cibo importa, e gli animali importano e mangiare gli animali importa ancora di più. La questione del consumo di carne è in definitiva guidata dalle nostre intuizioni su ciò che significa raggiungere un ideale che abbiamo chiamato, forse in modo incoerente, «essere umano» (p. 283).

Un grazie particolare a chi ha realizzato l’indice analitico, è un lavoraccio, ma per noi lettori/lettrici è molto utile.

Una replica a “Jonathan Safran Foer, Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? – Recensione di Cinzia Picchioni”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *