OPERAZIONE PIOMBO FUSO: MILITARISMO CONTRO DIRITTI UMANI E STATO DI DIRITTO – Jake Lynch

“Israele è l’inaffondabile nave da guerra USA nel Medio Oriente”. Così diceva Caspar Weinberger, Segretario alla Difesa USA sotto la presidenza di Ronald Reagan. E, mentre la popolazione imprigionata di Gaza viene pesantemente bombardata da jet F-16, da proiettili autopropulsi di obici M109 e da quelli più recenti al fosforo bianco di fabbricazione americana, è difficile non accorgersi del carattere di procura dell’offensiva contro Hamas. Guardando una carta geografica del Medio Oriente e strizzando un po’ gli occhi verso l’alto, il contorno di Israele addirittura assomiglia un po’ al ponte di una portaerei USA.

Il “piombo” può essere stato “fuso” in dicembre, ma nella trattazione dei media si è spesso notato che lo stampo è stato formato sei mesi prima, quando iniziò la programmazione dell’operazione. Quella che non è stato altrettanto diffusamente riferita è la sequenza degli avvenimenti nel giugno 2008, che inviò i segnali politici chiave per la guerra. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert fu improvvisamente chiamato a Washington per colloqui con il presidente Bush. Il presidente assediato era “un onest’uomo” declamò Bush nella loro conferenza stampa congiunta, un bell’appoggio agli sforzi di Olmert di resistere agli appelli a dimettersi per accuse di corruzione. Ma al suo ritorno a Tel Aviv, divenne chiaro lo scopo reale dell’incontro. Alle frotte di giornalisti e operatori che l’aspettavano alla scaletta dell’aereo, mentre toccava il suolo israeliano egli avvertì che “sulla base dei dati che percepisco adesso, è più vicino il pendolo per la decisione di una grave operazione”.         Successivamente in quel mese, l’ammiraglio Michael Mullen, presidente dello Stato Maggiore Congiunto USA, rese visita a sua volta a sorpresa in Israele per colloqui con il capo di Stato Maggiore delle forze Israeliane di Difesa Gabi Ashkenazi. Ciò seguì a una dichiarazione di Shaul Mofaz, ex-capo dell’esercito nominato ministro dei trasporti nel gabinetto Olmert, che Israele “attaccherebbe” l’Iran se questi proseguisse nel suo programma nucleare, e manovre militari su vasta scala furono concentrate nel deserto del Negev, il che sembrava appunto una prova generale per un tale attacco. L’esercitazione rimase dapprima sotto silenzio ma fu quindi descritta in dettaglio a un pubblico rapito di giornalisti, non dagli israeliani bensì da funzionari della Casa Bianca di Bush. Erano gli americani a volere che il mondo ne fosse al corrente.

Da Washington, Hamas e il territorio da esso controllato sono visti in un contesto più ampio come una minaccia, un raro frammento di resistenza al progetto egemonico espresso da Weinberger ed elaborato nella Strategia per la Sicurezza Nazionale divulgata dal governo Bush nel 2002; quella che parla del bisogno di scoraggiare l’emergere di potenziali rivali strategici, se necessario con attacchi preventivi. Da qui il rumoroso affilare di spade verso l’Iran, potenza emergente nel Medio Oriente. Grazie all’armamento fornito dagli USA, Israele gode tradizionalmente di una ‘superiorità militare indiscussa’, ma il problema con tale logica è che suscita sfide. E proprio come i bastioni impenetrabili dei castelli medievali provocarono l’invenzione del cannone per penetrarli, così l’Iran può mettere in campo mezzi bellici asimmetrici sempre più efficaci contro gli israeliani – Hezbollah, in Libano, che emerse sanguinolento ma indomito dalla guerra del 2006, e forse ora Hamas nella striscia di Gaza.

In termini strategici, tale calcolo spazza via tutte le amene finezze su democrazia, diritti umani e diritto internazionale. I palestinesi elessero Hamas al proprio governo, ma da quel momento in poi gli USA e i propri alleati si diedero da fare per distorcere il risultato, sponsorizzando un tentativo di colpo di stato, fallito e quindi imponendo uno stato d’isolamento comprensivo di sanzioni economiche punitive come sorta di castigo collettivo.

L’ Independent, il mio ex-giornale di Londra, mantiene un’utile rubrica nominata “la mappatura di Gaza” (mapping Gaza, http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/mapping-the-crisis-in-gaza-1226554.html , NdT): si può scorrerla col mouse di tratto in tratto ricevendone spiegazioni di corretta teoria bellica confrontabile con l’effettiva condotta di Israele. Ne risulta chiaramente un’azione sproporzionata e indiscriminate, dato che – come fatto notare sia dall’ONU sia da Amnesty International – è impossibile attaccare un’area così densamente popolata dal cielo evitando di provocare vittime civili. L’uccisione di 40 persone che avevano seguito le istruzioni dei volantini israeliani lasciando casa e riparandosi in una scuola dell’ONU non può che enfatizzare la grottesca e cinica mancanza di preoccupazioni per la vita umana.

Il punto è che questo è ben quanto ci si può aspettare. Se un paese si accinge a dominare il resto del mondo con la forza delle armi, non è certo compatibile col concetto di diritto internazionale, ma gli è alternativo. Se c’è una posizione politica ingiustificata nel modo più totale e manifesta per gli avvenimenti degli ultimi anni, è quella che tuttora considero – da un punto di vista europeo – un fradicio atlantismo (immagino che qui in Australia dovremmo chiamarlo “pacificismo”). Dovremmo essere di vista acuta su che cosa comporta l’alleanza militare con gli USA, mettendo da parte la propaganda e rievocando gli avvenimenti in cui la maschera è scivolata via. La dottrina di Weinberger è uno di vari esempi specifici, fra i quali ci starebbe un giro d’orizzonte da parte di uno degli atlantisti originari, George Kennan, che diresse i programmatori del Dipartimento di Stato USA fino al 1950 e morì giusto un paio d’anni fa. In una relazione segreta, lo Studio 23 di Programmazione Politica, Kennan osservò:

“Abbiamo circa il 50% della ricchezza mondiale ma solo il 6,3% della popolazione del mondo… In questa situazione, non possiamo mancare di essere oggetto di invidia e risentimento. Il nostro vero compito negli anni a venire è escogitare uno schema di relazioni che ci permetta di mantenere questa posizione di disparità senza detrimento effettivo della nostra sicurezza nazionale. Perciò dovremo diffondere sentimentalità e sogni a occhi aperti, mantenendo l’attenzione concentrata ovunque sui nostri immediati obiettivi nazionali. Non dobbiamo illuderci di poter godere del lusso dell’altruismo e della beneficenza al mondo. Dovremo smettere di parlare di obiettivi vaghi e … irreali come i diritti umani, l’aumento dei livelli di vita, e la democratizzazione. Non è lontano il giorno in cui dovremo agire in puri e semplici concetti di potere. Meno saremo invischiati in slogan idealisti, meglio sarà”.

In una versione successiva, aggiornata per un mondo post-guerra fredda, il programmatore del Pentagono, maggiore Ralph Peters, così caratterizzava la funzione delle forze armate USA nel trimestrale dell’Accademia dell’Esercito USA, Parameters, dell’estate 1997:

“Non ci sarà pace. In qualsiasi altro momento del resto della nostra vita, ci saranno conflitti multipli in forme mutanti sul globo. Il conflitto violento dominerà nei titoli, ma saranno più costanti e in definitiva più decisive le lotte culturali ed economiche. Il ruolo de facto delle forze armate USA sarà di mantenere il mondo sicuro per la nostra economia e aperto al nostro assalto culturale, al cui scopo faremo un bel po’ di uccisioni”.

Questo è contro l’interesse d’Israele e degli israeliani. Poco tempo fa, un sondaggio d’opinione condotto dall’università di Tel Aviv mostrò che una netta maggioranza era a favore del dialogo diretto con Hamas. Il che converrebbe a Israele, giacché avrà comunque in ultima analisi da trattare seriamente con i palestinesi, ma non agli USA che vogliono Israele come propria nave da guerra regionale e usare il conflitto con i palestinesi per mantenere gli arabi deboli e divisi.

Un paio d’anni fa, due accademici USA, John Mearsheimer and Stephen Walt, uscirono sostenendo che nelle relazioni USA-Israele fosse la coda a dimenare il cane in quanto Washington veniva costretta a posizioni contrarie ai propri interessi dalla lobby filo-israeliana americana. Ma la trama dei recenti avvenimenti è a sostegno della tesi opposta, notoriamente sostenuta da un altro professore, Stephen Zunes, dell’Università di San Francisco; cioè che sono gli USA a trascinare Israele in guerra quando sarebbe più proficuo perseguire opzioni di pace. Vuol anche dire che per tutti quanti noi altri la massima priorità, per registrare il nostro disgusto per il trattamento inflitto agli abitanti di Gaza, sta nel cercare occasioni di attribuire la colpa a chi di dovere e contrastare la perdurante alleanza militare dei nostri paesi con gli Stati Uniti.

Qui in Australia un’occasione importante è appena dietro l’angolo, con la prossima edizione dell’operazione biennale Talisman Sabre, un’esercitazione congiunta in cui migliaia di soldati australiani si addestreranno simulando l’invasione di un altro paese insieme alle loro controparti USA. Questo nonostante che nessun governo australiano ancora per chissà quanto tempo sarà in grado di convincere una maggioranza d’australiani che questo rappresenti una politica sensata. Il problema non è imporsi nella discussione, ma nella pura e semplice inerzia dell’apparato istituzionale. E per affrontarla, dobbiamo cominciare a decifrare il tratteggio.

Traduzione italiana a cura di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: OPERATION CAST LEAD: MILITARISM AGAINST HUMAN RIGHTS AND THE RULE OF LAW

http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=656

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