Willy Gnonto

Willy Gnonto: la perla nera italiana

Mauro Pedrazzoli

Bella è la storia di Willy Gnonto, il calciatore italo-ivoriano che ha esordito a 18 anni nella nazionale italiana nell’incontro a Bologna contro la Germania il 4 giugno 2022, propiziando il gol dell’Italia con uno scatto bruciante alla Garrincha (la sgusciante ala destra del grande Brasile a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60). Parla quattro lingue: oltre all’italiano, l’inglese, il francese e il tedesco; a fine partita, intervistato dalla TV tedesca, l’ho sentito parlare un fluente hochdeutsch (anche perché attualmente gioca nello Zurigo; ma lo schwyzerdütsch, lo svizzero tedesco, è diverso dall’alto-tedesco).

È nato a Verbania e cresciuto a Baveno sul Lago Maggiore da genitori ivoriani, che si erano prima sposati in Costa d’Avorio, e poi hanno “replicato” il matrimonio in chiesa a Baveno nel 2000. Il parroco, come regalo di nozze, ha loro donato la “casa”, ossia ospitandoli nell’appartamento della parrocchia; don Alfredo Fomia è stato un nonno per Willy, anche perché la madre cameriera nel contempo gli faceva da perpetua e il padre operaio da custode della chiesa.

Una famiglia benvoluta e aiutata da tutto il paese: quando è nato Willy, i genitori si son trovati un sacco di regali davanti a casa, compresi tre passeggini. Quando il padre ha preso la patente, un compaesano gli ha donato l’auto; paradossalmente non sanno cosa sia il razzismo.

Gnonto è stato un bravissimo studente alle scuole medie (con voti tutti 9 e 10), per poi proseguire col liceo (prima a Verbania, ora a Zurigo) amando il latino. A Coverciano (il centro tecnico della nazionale) si è portato i libri perché sta preparando la maturità classica. È riuscito a conciliare la scuola col calcio professionistico; al suono della campanella “correva” 4-5 volte alla settimana, col pranzo al sacco, a Milano per allenarsi nelle giovanili dell’Inter, già adocchiato da bambino, quando a 9 anni giocava nei pulcini, dal CT della nazionale Mancini allora allenatore dell’Inter.

C’è una foto in cui Mancini mette la mano sulla spalla del pulcino; e anche a Bologna, quando l’ha fatto entrare nel secondo tempo, ha accarezzato il “torello” tranquillizzandolo (il debutto in nazionale è sempre da cardiopalma) e “catechizzandolo” su cosa doveva (e sapeva) fare.

C’è un’altra foto vestito da chierichetto, in cui il camice bianco fa risaltare il suo bel viso da negretto sorridente che, prima del modulo calcistico 4-3-3, ha imparato come si sta al mondo crescendo e studiando.

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