Pier Paolo Pasolini e il neocapitalismo. Un ricordo a 100 anni dalla nascita

Marco Labbate

di Marco Labbate


Pier Paolo Pasolini
Pasolini rende omaggio alla tomba di Antonio Gramsci | Fonte Wikipedia, Pubblico Dominio

La storia dell’impatto di Pier Paolo Pasolini sulla cultura italiana dura un tempo relativamente ridotto: La Meglio Gioventù esce nel 1954, Ragazzi di vita nel 1955. Vent’anni dopo Pasolini sarà assassinato in un desolato spiazzo dell’Idroscalo di Ostia.

Eppure, quell’urto è straordinario e forse unico: Pasolini entra nel mondo della narrativa, della poesia, del teatro, del cinema, del giornalismo, lasciando ovunque una traccia profonda che tuttora perdura. E impressionante è la mole della produzione pasoliniana.

La sua capacità di scrittura appare tuttora vorace. Poche righe di omaggio non sono il luogo in cui la straordinaria forza del suo genio eclettico possono trovare un’adeguata trattazione. Mi soffermo su un punto solo: l’ultimo Pasolini, quello “profetico” degli Scritti corsari che con un’angoscia dai tratti ossessivi toglie la maschera del nuovo mondo neocapitalistico per svelarne il vero volto.

Egli sperimenta alcune traiettorie del nuovo Potere: lo spopolamento delle campagne e la devastazione dei borghi e dei centri storici, l’annientamento del policentrismo culturale, l’omologazione che annulla le differenze sociali, la perdita della carica innovativa del dialetto, l’utilizzo consumistico del sesso e dei corpi. La sua missione finale diventa  annunciare l’orrore di una mutazione antropologica veicolata da un potere, quello dell’acculturazione di massa, più violento di quello fascista, perché capace di mutare l’uomo nella sua costituzione più profonda: la sua ascesa è paragonabile all’età del bronzo o alla grande seminagione.

Nel famoso “Articolo delle lucciole” Pier Paolo Pasolini divide la storia in tre parti: prima dell’avvento del neocapitalismo, i dieci anni di transizione in cui le lucciole scompaiono, e il tempo nuovo, quello in cui le lucciole sono scomparse. Le lucciole ci sono ancora, ma quante specie si sono dissolte negli ultimi cinquanta anni! Il discorso di Pasolini non ha sfumature: è fin troppo facile trovarne alcune fallacie nelle sue sentenze assolute.

Ma la sua forza sta nella disperata ossessione, che conferisce alla denuncia della società neocapitalistica un senso di urgenza, che preconizza alcuni effetti che solo negli anni successivi sarebbero stati visibili. È dentro questo contesto che va calato il famoso processo ai leader del governo democristiano. Non si tratta di un anticipo di Tangentopoli, né di considerazioni che si rivolgono primariamente alla strategia della tensione (per quanto in diversi punti tratti la questione dello stragismo): «la colpevolezza dei potenti democristiani da trascinare sul banco degli imputati non consiste nella loro immoralità, ma in un errore di interpretazione politica nel giudicare se stessi e il potere di cui si erano messi al servizio: errore di interpretazione politica che ha avuto appunto conseguenze disastrose sulla vita del nostro paese».

Anche le considerazioni sul referendum sul divorzio e il suo celebre “Sono contro l’aborto” (ma a favore della sua depenalizzazione) che suscitò un ampio dibattito sono passaggi di una visione disincantata della nuova società: la laicizzazione della società non passa attraverso un’acquisizione di diritti, ma negli spazi concessi da un edonismo opprimente che deturpa i corpi, impone un nevrotico “dovere del coito”, desacralizza la vita. Anch’esso è espressione di quel potere neocapitalista che ha in “Salò o le 120 giornate di Sodoma” la sua perturbante rappresentazione finale.


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