Ucraina: lettera aperta al Presidente del Consiglio Mario Draghi

Gianni D'Elia

di Gianni D’Elia


Ucraina: lettera aperta
Mario Draghi | Fonte: Quirinale.it, Attribution, via Wikimedia Commons

Mi è capitato poco fa in macchina di sentire in diretta alcuni passi del suo discorso al Senato della Repubblica.

Ne è emersa a tratti una visione piccola, meschina e chiusa del modo di intendere la pace e la sicurezza.

Lei dice, non cito testualmente, che prima dell’invasione in Ucraina ci eravamo illusi, come Europei di poter vivere in pace dentro i nostri valori di giustizia, libertà e democrazia. Poco dopo, qui cito testualmente perché ho fermato la macchina e me la sono segnata: «credevamo di abitare in un giardino di pace».

Ma quale giardino di pace? Sì appunto, il nostro piccolo giardino della fortezza Europa.

Quanti conflitti armati nel mondo, fuori dal nostro giardino, ci sono stati in questi anni? Basti citare la Siria con più di 500 mila morti e milioni di profughi in tutti i paesi limitrofi e non solo.

E quanti conflitti armati nel mondo abbiamo alimentato con la vendita delle nostre armi, nonostante la legge 185/1990 ne faccia divieto?

Conflitti più o meno grandi e più o meno dimenticati ma patiti anch’essi dai civili magari distanti da noi ma pur sempre donne, uomini, bambini.

Ma si sa che le guerre comportano propaganda politica. Questa in Ucraina non sembra da meno altrimenti, come spiegare che alcuni profughi valgono più di altri e alcuni conflitti vanno sotto i riflettori e altri sono dimenticati? Tutti i profughi, ora quelli dell’Ucraina, dovrebbero avere la nostra solidarietà e la nostra partecipazione attiva.

Lei ha detto che non credevamo mai di vedere una guerra in Europa o così vicino all’Europa, dopo le due guerre mondiali. Ma la guerra in Bosnia e nei Balcani ce la siamo dimenticata? Eppure lì, così vicino alla nostra Puglia, c’è stato l’assedio di Sarajevo durato settimane. C’è stato un bombardamento della Nato su Belgrado e quindi anche sui suoi abitanti.

Come non ricordare quei giorni drammatici in cui come società civile italiana siamo riusciti ad inviare la Carovana dei 500 per cercare di mitigare l’assedio di Sarajevo.

Diciamo anche che a quel tempo, ci sarebbe stato bisogno di un riconoscimento europeo non solo della Croazia e della Slovenia ma anche della Bosnia e della Serbia che non è arrivato e forse, avrebbe mitigato il conflitto.

Ora Presidente, io non so bene cosa bisognerebbe fare se non quello che si sta cercando fare: mantenere aperta la via del dialogo per un cessate il fuoco, sostenere interventi umanitari per la popolazione dell’Ucraina e per accogliere i profughi in fuga e sanzioni culturali, economiche, sportive al governo russo. Invece, come lei ha prospettato stamattina, non ci sarebbe affatto bisogno di inviare e preparare soldati e armi perché questo inasprirebbe senz’altro il conflitto.

Il problema è proprio questo. Dal momento che i nostri arsenali sono sempre pieni e le spese per questi non sono mai diminuite con qualsiasi governo, questi arsenali ogni tanto, c’è bisogno di svuotarli e utilizzarli ora in Ucraina, ora in Yemen, ora in qualche paese africano o asiatico.

Lei ha detto, cito anche qui, che «siamo riconoscenti alle nostre forze armate anche per il ruolo centrale giocato nella pandemia». No, signor Presidente, faccio parte di quei cittadini che non sono affatto riconoscenti perché avrebbero voluto che fosse il sistema sanitario civile a essere centrale nell’affrontare l’emergenza sanitaria.

Soprattutto, non sono riconoscente alle forze armate. A esse vengono destinati sempre più fondi che potrebbero essere destinati alla creazione di un altro tipo di difesa. Una difesa civile, non armata e nonviolenta che potrebbe condurre a una società più giusta e più sicura. Questo dobbiamo ai giovani: disarmo e abolizione delle guerre.


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