11 settembre: quanti sono?

Autore
Giorgio Barazza


Perché ci dimentichiamo che gli 11 settembre (famosi) sono 3?

Forse tenere alta la consapevolezza che si possono affrontare i conflitti anche ad alta intensità senza l’uso della violenza delle armi ci mette in difficoltà, ci obbliga a mantenere vivo il dubbio circa cosa significa lottare per il cambiamento.

Un altro mondo è possibile dicono in molti, ma un’altra difesa è possibile in pochi. Eppure oramai sono più le forze dell’avversario (es. le accademie militari) a studiare e promuovere l’utilizzo delle lotte nonviolente che non coloro che vogliono costruire un mondo più giusto.

A tale proposito si può vedere come si è celebrato il ventennale del G8 del 2001. Molto sulla repressione del dissenso, sul ruolo dei media, delle forze di polizia, sulle forze politiche (partiti), sulle istituzioni, sul ruolo dei provocatori. Poco o nulla sul rendere più efficaci le forme di lotta coerentemente con i fini dichiarati.

Ecco gli 11 settembre: 2001 (Stati Uniti), 1973 (Cile), 1906 (Sudafrica).

  1. C’è il terrorismo di stato (1973) a opera degli Stati Uniti, tramite la CIA, nei confronti del governo socialista democraticamente eletto in Cile, che si realizza con il colpo di stato a opera del generale Pinochet;
  2. E c’è il terrorismo privato (2001) a opera di organizzazioni tipo Al Qaida nei confronti di civili. Opera attraverso l’abbattimento delle Torri Gemelle a cui seguono invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq e non dell’Arabia Saudita da cui provenivano ii terroristi;
  3. C’è anche il “satyagraha” (forza della verità), la resistenza nonviolenta massa iniziato l’11 settembre 1906 in Sudafrica organizzato da Gandhi che opera attraverso la non-collaborazione e la disobbedienza civile nei confronti delle situazioni di ingiustizia.

La sera dell’11 settembre 1906 nell’Empire Theatre di Johannesburg si tenne una affollatissima assemblea della comunità indiana residente in Sudafrica. Si convocò l’assemblea per protestare contro le nuove norme introdotte in un’ordinanza proposta dal governo relativa alla registrazione dei membri della comunità indiana. Il governo della provincia sudafricana del Transvaal aveva imposto a tutti gli asiatici, inclusi i bambini dagli otto anni in su, di girare obbligatoriamente con un lasciapassare dopo la schedatura con le impronte digitali. In quella assemblea Gandhi propose per la prima volta di adottare il “satyagraha” la forma di resistenza nonviolenta che caratterizzerà tutta la sua vita. Il documento votato dall’assemblea dichiarerà che

“gli indiani sono determinati a non obbedire all’ordinanza nel caso divenisse legge, pronti a soffrire tutte le conseguenze connesse a questa disobbedienza”.

Forse può essere utile mettere a fuoco alcuni elementi di riflessione su questa forma di lotta nonviolenta.

Nanni Salio

  1. Con l’aiuto di uno schema che Nanni Salio, divulgatore, utilizzava sovente cercherei di collocare l’azione nonviolenta all’interno di due assi che riguardano l’uccidere e il morire all’interno di un conflitto e individuando la posizione dei combattenti nonviolenti nell’area compresa tra la disponibilità a morire (massimo sacrificio) e la scelta (obiezione di coscienza) di non uccidere;

Gene Sharp

  1. Con l’aiuto di Gene Sharp, ricercatore metterei a fuoco 14 parametri con cui analizzare le lotte armate e le lotte nonviolente che sono condizioni dell’efficacia e del successo in cui risulta la completa assenza di alcune tra le forze armate (rinunciare alla violenza, agire apertamente, portare avanti un progetto costruttivo, accrescere la solidarietà) e la presenza delle altre ma con contenuti completamenti diversi;

Giorgio Barazza

  1. Confrontando il periodo della lotta nonviolenta e quello della lotta armata durante la “guerra del Kossovo” metterei a disposizione le riflessioni personali che ho fatto mettendo a fuoco le caratteristiche individuali e di popolo necessarie che andrebbero coltivate per andare verso una lotta nonviolenta o abbandonate se non si vuole andare verso la lotta armata;

Marianella Sclavi

  1. Un piccolo esercizio di didattica è offerto da Marianella Sclavi. Metterei a fuoco quanto sono immensi gli spazi di azione – affronto il conflitto senza collaborare con la violenza – di cui disponiamo quotidianamente se vogliamo cimentarci in questa direzione. Basta immaginare altre situazioni e riprodurre lo schema cercando di collocare le diverse soluzioni nei due assi che riguardano il conflitto (affronto – non affronto) e la violenza(collaboro – non collaboro);

Freedom House

  1. Anche la ricerca di Freedom House ci dà un contributo in questa direzione. Fornisce alcune considerazioni che ci costringono a ripensare al ruolo delle armi nel conflitto nella prospettiva di costruire delle democrazie durevoli.

Se i punti precedenti diventano comportamenti individuali e collettivi e sono visibili nelle lotte per il cambiamento, anche noi possiamo condividere i 5 apprendimenti di Johan Galtung. Sono stati messi a fuoco quando ha presentato all’Assemblea delle Nazioni Unite la giornata internazionale della nonviolenza (2 ottobre); riflettendo sulla lunga lotta di liberazione dal colonialismo inglese diretta da Gandhi.

  1. Non aver paura di parlare con il tuo “nemico”;
  2. non aver paura del conflitto è più una opportunità che una minaccia;
  3. rendi visibile il futuro;
  4. conosci la tua storia se non vuoi ripeterla;
  5. mentre lotti purifica, metti ordine in casa tua.

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