Teoria critica della razza: osservazioni e lezioni apprese

Autore
Richard E. Rubenstein


Teoria critica della razza

La più recente battaglia ideologica nelle “guerre culturali” USA oppone gli avversari di destra della [sociologica] Teoria critica della razza (CRT) ai suoi sostenitori di sinistra e liberal, con la maggioranza degli americani, che ne sanno ben poco, propensi o contrari secondo i propri pre-concetti pre-esistenti.

Bisogna distinguere due argomenti: l’attuale controversia, che coinvolge una versione quanto mai selettiva e distorta della teoria pubblicizzata dai suoi opponenti; e la CRT in sé, che è un approccio generale, sfaccettato. Non è sempre coerente ai rapporti razziali USA originariamente sviluppatisi nell’accademia anti-razzista degli anni 1960 e dal movimento degli Studi Critici Legali (CLS) degli anni 1970.

La situazione

Al momento di questo scritto, 24 stati [confederati USA] hanno introdotto progetti di legge per escludere l’insegnamento di certi presunti elementi della CRT nelle proprie scuole, e sei corpi legislativi statali hanno promulgato tali norme. L’obiezione sottesa dei critici è che la teoria insegni agli americani a vergognarsi di esserlo e ai bianchi di esserlo. Un esempio delle obiezioni arrivatemi via mail pochi giorni fa è quest’avviso del Hillsdale College, scuola conservatrice in Michigan. L’alunno più famoso è Erik Prince, fondatore della famigerata organizzazione Blackwater fornitrice alla CIA di mercenari e spie in Iraq e altrove. La lettera, indirizzata a “Concittadino Americano”, dice così:

“C’è un movimento crescente per insegnare ai giovani Americani che la storia del nostro paese è oppressiva e vergognosa. E che l’essenzialità della storia Americana non è la libertà ma la schiavitù. Per contrastare questa narrazione falsa e distruttiva, Hillsdale College ha prodotto un nuovo corso gratuito online, “I Diritti Civili nella storia Americana”, ora disponibile in una speciale confezione DVD   Questo corso tratta il concetto di uguaglianza, diritti naturali e diritti civili dei padri Fondatori; la ricerca di giustizia in America mediante la Guerra Civile, durante la Ricostruzione e nel 20° secolo; e il pericolo alla libertà e agli odierni diritti civili posto dalla politica identitaria”.

La stessa argomentazione viene sviluppata in modo più sottile e vasto da analisti come Christopher F. Rufo dell’Istituto Manhattan, che si lamenta in “La battaglia per la Teoria Critica della Razza” (Wall Street Journal Opinion, 6/27/21) che

Partendo dall’omicidio di George Floyd l’anno scorso, concetti chiave della teoria critica della razza sono diventati onnipresenti nelle istituzioni dell’élite del paese. Tra questi “razzismo sistem(at)ico”, “privilegio bianco”, e “fragilità bianca”. Politici progressisti hanno cercato di attuare politiche “antirazziste”. Allo scopo di ridurre le disparità razziali, come programmi di sostegno al reddito solo per minoranze e distribuzione vaccini su base segregata per razza.

Come agire

Secondo Rufo, consulente legislativo di stato per la formulazione delle leggi anti-CRT, è necessario agire sugli insegnanti. Devono smettere di promuovere “i concetti base della teoria critica della razza, fra cui l’essenzialismo razziale, la colpa collettiva, e la superiorità razziale”. Analogamente sostiene che le aziende e altre organizzazioni di adulti devono smettere di tenere seminari e corsi antirazzisti. Moment volti a far sì che funzionari e amministratori bianchi si sentano in colpa per la loro eredità e preconcetti inconsci razziali.

Qual è la relazione fra le dottrine descritte da tali critici e la teoria stessa? Per qualche verso la caricatura della CRT di Rufo (effettivamente, una forma di “essenzialismo” ideologico) richiama la descrizione di Nietzsche del cristianesimo come filosofia progettata per rendere le persone vergognose di essere umane. Ma l’eccessiva semplificazione di Nietzsche era più centrata che quella di Rufo. La CRT è soprattutto strutturalista. Il suo principio fondamentale, accettato da tempo da quasi tutti gli storici e sociologi, è che la disuguaglianza razziale negli Stati Uniti è non solo il prodotto del pregiudizio anti-nero. Essa è radicata nei modi in cui sono organizzate e operano le istituzioni politiche, economiche e culturali americane.

Separate e disuguali

In effetti, la conclusione primaria della Commissione Consultiva Nazionale sui Disordini Civili (Commissione Kerner), istituita per riferire sulle cause delle insurrezioni razziali urbane degli anni 1960, fu che l’America del ventesimo secolo stava “procedendo verso due società, una nera, una bianca – separate e disuguali”.[i]  Questo voleva dire che la subordinazione dei Neri iniziata con la schiavitù corporale/da beni mobile [1526] non finì con gli emendamenti antischiavisti alla costituzione USA [1865] o con la successiva legislazione dei diritti civili, le decisioni dei tribunali, e i mutamenti nella concezione popolare dei rapporti fra le razze. Continuò – e continua tuttora – sotto forma d’ineguaglianza sistemica, istituzionalizzata.

Varie dottrine correlate a questo approccio strutturale base sono ben riassunte da Richard Delgado e Jean Stefancic nel loro Teoria Critica della Razza: un’introduzione, pubblicata inizialmente vent’anni fa (3^ ediz., NYU Press, 2017). Gran parte dei teorici della CRT credono che la razza sia un costrutto sociale, non un fatto biologico, e che la discriminazione istituzionalizzata negli USA  definisca l’esperienza normale di quasi tutta la gente di colore. Le riforme legali e politiche, pur benvenute, non alterano la tendenza fondamentale del sistema ad elargire vantaggi relativi ai Bianchi e svantaggi ai non-bianchi. Anche avanzamenti autentici negli atteggiamenti popolari verso gruppi di minoranza sono minati dalla tendenza a sostituire vecchi stereotipi negativi con altri nuovi. Per esempio: lo “scuretto” felice e ignorante diventa “regina del welfare,” il criminale violento, l’elettore fraudolento, etc.

Inoltre, i teorici della CRT generalmente insistono che le esperienze di singoli membri di gruppi di minoranza sono determinate dalla “intersezionalità”; cioè, la sua appartenenza non solo a un gruppo razziale ma anche a una particolare classe economica, a un certo genere, un gruppo con certe preferenze sessuali, un gruppo religioso, e così via. Infine, alcuni teorici sostengono che le persone di colore sono unicamente qualificate a parlare e raccontare proprie esperienze di oppressione razziale e di tentata liberazione.

La controversia

Considerando quante di queste idee siano reputate antiquate dagli studiosi dei rapporti razziali USA, che cosa ha prodotto l’improvvisa esplosione della controversia di cui sopra? La risposta, sembra chiaro, si radica nello sviluppo del movimento di Trump; con il suo appello al risentimento bianco, a sua volta prodotto dalla resistenza a mutamenti culturali minacciosi, lagnanze di classe, e timori di venire demograficamente sommersi da popolazioni ed elettori non-bianchi. Gli attivisti di destra sono convinti che quel che più infuria i bianchi, particolarmente in stati conservatori e rurali, è l’accusa che la propria storia e cultura siano (state) irrimediabilmente inquinate da violenza e oppressione razziali, e che debbano passare il resto della vita a espiare e ricompensare questi peccati sociali.

Per i bianchi che nutrono una torma di rancori verso una torma di autorità istituite ma aggrappati a tradizioni di ortodossia religiosa e nazionalismo patriottico, l’idea più esasperante di tutte è che l’America stessa sia corrotta al midollo e che il razzismo sia una forma collettiva di peccato originale.  Uno degli avvenimenti che per primi hanno attirato attenzione a questo tema fu la pubblicazione nel 2019 da parte de The New York Times del 1619 Project, un pezzo di giornalismo prolungato creato da Nikole Hannah-Jones per commemorare il 400° anniversario della prima importazione [diretta] di schiavi in America.

Il progetto, che poi vinse un premio Pulitzer, s’attirò inizialmente le ire non di conservatori, bensì di storici liberal. Erano convinti che Hannah-Jones avesse esagerato l’intensità con cui la Rivoluzione Americana contro la Gran Bretagna fosse motivata dal desiderio dei proprietari di schiavi di mantenere il loro “istituto peculiare” allorché la Gran Bretagna stava procedendo verso l’abolizione della tratta di schiavi. Hannah-Jones in seguito apportò vari cambiamenti al suo linguaggio che placarono quasi tutti gli storici, ma destrorsi come Rufo fiutarono sangue.

Essenzialismo morale

L’ipotesi sottesa di chi ha reso la CRT una cause célèbre trumpista è un aut/aut basato sull’essenzialismo morale. O la propria storia e cultura sono essenzialmente buone, santificate dal sacrificio, e rappresentano fonti legittime di orgoglio collettivo, o sono essenzialmente cattive. Una esistenza collettiva inquinata dall’abuso violento di potere, dall’oppressione degli innocenti e dagli interessi egoistici assatanati.  Appena analisti strutturali di fenomeni come la persistente disuguaglianza razziale fanno notare che le origini e i potenziali rimedi per questa sorta di problema sociale sono sistemici, essenzialisti morali (specialmente se in precedenza feriti da insulti alle proprie tradizioni culturali) concludono che questo significa condanna totale della loro storia, dei loro valori sociali e modi di vivere. Hanno poca tolleranza per l’ambiguità sistemica. L’idea che virtù e peccati collettivi, idee e pratiche di ampio beneficio sociale e idee e attività vili e degradanti, possano essere due facce della stessa medaglia.

Talvolta, mi spiace dirlo, questo problema è stato esacerbato da qualche analista e attivista che, sotto la bandiera della CRT, ha dimostrato la propria intolleranza per l’ambiguità sistemica. Thomas Jefferson era un detentore di schiavi con una lunga relazione sessuale illecita con una schiava. Per loro il suo egalitarismo (“tutti gli uomini sono creati uguali”) non è nulla più che una vergognosa parodia. A Jefferson e ai liberal del suo stampo s’infligge la sentenza definitiva: colpevole secondo accusa!  Quel che analisti come Marx e Hegel ne capirono invece è che i sistemi sociali si fondano su e vengono sospinti da contraddizioni, compresa quella fra passata oppressione e futura liberazione. Thomas Jefferson tradì le sue stesse idee, ma il suo sogno sorresse Martin Luther King. I giudizi morali sono inevitabili, ma il giudizio finale (come riconobbe san Paolo) esige una prospettiva universale, atemporale, che appartiene a nessuno di noi.

Come procedere

Per risolvere il conflitto fra propugnatori e oppositori della Teoria Critica sulla Razza, perciò pare che bisogni procedere in due fasi. La prima immediata e la seconda più a lungo termine. Subito, la teoria dev’essere riformulata in termini comprensibili ai non-accademici chiarendo che il nodo della teoria non è condannare i bianchi per la loro razza o eredità culturale oppure impancarsi a giudizio finale sull’America. Si tratta invece di dimostrare le fonti strutturali delle idee e prassi più benefiche e più distruttive dell’America, e la necessitàdi cambiamenti risoluti in un sistema che genera tali profonde contraddizioni.

Per un lungo periodo, dobbiamo eliminare i torti e i tabù reali che generano il risentimento bianco e producono una ricerca di capri espiatori. Questo comporterà cambiamenti seri nella politica sociale, ovviamente. Ma determina anche uno sforzo intenso di contrastare l’essenzialismo morale come consuetudine di pensiero in noi stessi e negli altri. Non è compito facile; noi nel campo della pacificazione siamo incline come chiunque altro ad assumere giudizi finali sui nostri avversari. Ma penso che possiamo imparare qualcosa di utile dai successi e dalle vicissitudini della Teoria Critica sulla Razza.


NOTA

[i] Rapporto della Commissione Consultoria Nazionale sui Disordini Civili (Bantam Books, 1968)


Richard E. Rubenstein

Richard E. Rubenstein è membro della Rete TRANSCEND per Pace Sviluppo Ambiente. Professore di risoluzione dei conflitti e affari pubblici al Centro Pace e Risoluzione Conflitti Jimmy and Rosalyn Carter della George Mason University. Laureato al Harvard College, all’Università di Oxford (accademico Rhodes) e alla Scuola di Diritto di Harvard. Rubenstein è autore di nove libri di analisi e risoluzione dei conflitti sociali violenti. Il suo libro più recente è Resolving Structural Conflicts: How Violent Systems Can Be Transformed (Routledge, 2017). Il suo libro in fieri la cui edizione è attesa nell’autunno 2021, è Post-Corona Conflicts: New Sources of Struggle and Opportunities for Peace.


Teoria critica della razza: osservazioni e lezioni apprese, EDITORIAL, 5 Jul 2021 | #700 | Richard E. Rubenstein – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


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