Nessun uomo è un’isola

Autori
Paola Ginesi e Renato Piccini


«Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te».

John Donne

Photo by Ryoji Iwata on Unsplash

L’isola come paradiso perduto da ritrovare o utopia da costruire è presente a lungo nella storia del pensiero, oggi si parla di isole galleggianti (anche “fai da te”) come una specie di “covo della libertà”[1].

Un’ipotetica libertà totale, l’assenza pressoché assoluta di limiti portano a un individualismo senza confini e fanno cadere le coordinate per un percorso comune di tutta la collettività.

Non dimentichiamo che tante isole furono scelte per costruirvi carceri, per impedire fughe e contatti, e proprio questo è ciò che succede a chi se ne costruisce una per proteggersi: la reclusione.

Il progetto neoliberista, la globalizzazione in veste economica diffondono un senso di insicurezza e precarietà in ogni ambito esistenziale, la soluzione offerta è la chiusura nel privato creando così ostacoli alla ricerca di uscite collettive.

Propaganda, strumentalizzazione, disinformazione spingono a temere il presente e, soprattutto, impediscono di immaginare un “mondo diverso” per il futuro.

Si rifiuta ogni confronto, ci si isola sempre più, ci si lamenta sempre più, ma non è mettendo insieme indifferenza, risentimento, rabbia che si crea un gruppo in grado di porsi come forza politica per affrontare le varie problematiche!

Si semina sospetto, si creano nemici e capri espiatori, si diffonde timore per incontri e proposte che escono dai solchi dell’ovvio e della routine… ne deriva un clima di allarme e paura che chiude in se stessi, in un mondo dai confini sempre più stretti.

Così isolati e diffidenti, si cercano risposte individuali – il “si salvi chi può” – fuggendo da spazi comuni, da dibattiti pubblici, ritenuti inutili e inefficaci per risolvere i problemi personali; si diffonde uno stato endemico di insicurezza e smarrimento che spinge a sognare uno status di “isola”, rifiutando il “mare” della società e della comunità; l’affermazione di Margaret Thatcher: «non esiste una cosa come la società, esistono singoli uomini e donne», rischia di divenire reale?

La società si frantuma in tanti microcosmi che danno l’illusione di sicurezza, di libertà, di scelta, in realtà in balia di interessi e decisioni del sistema economico-politico che trova una resistenza frastagliata, confusa, minoritaria.

Lo spazio pubblico (e non solo dei social[2]) sembra esser divenuto il luogo dove si esibiscono fatti privati, ma se non c’è, se non si ricrea una socialità condivisa si cade nell’isolamento, nel rifiuto a tutto ciò che è “fuori”; la sfera pubblica viene invasa dalla sfera privata, in nome di un’ipotetica libertà assoluta o, all’opposto, di una privacy oggi inesorabilmente compromessa.

Si creano muri sempre più alti tra il “là fuori” e il “cortile di casa mia”…  muri materiali per delimitare il proprio territorio o ideali per “difendersi” dagli altri; muri di cemento, di convinzioni, di arroganza, di pregiudizi, di ignoranza.

In America Latina, nei gruppi impegnati per una radicale nuova visione del mondo, si afferma: «Al “se non c’è per tutti, che ci sia almeno per me”, si deve sostituire il “perché ci sia anche per me, ci deve essere per tutti”, questa è l’unica possibilità di un cambiamento radicale del sistema attuale».

Dalla cultura del tempo a misura d’uomo, della conservazione, dell’apprendimento da chi e da ciò che ci ha preceduto, siamo passati alla cultura della rottura con quanto appartiene ad un passato “superato” e da cancellare, alla ricerca del tutto e in fretta e con il minimo sforzo; ma la denuncia della continuità tagliando “zavorre inutili” che, si dice, appesantiscono il passo, lascia senza punti di riferimento, apre la porta al disimpegno, all’indifferenza, alla superficialità su cui si tenta di costruire la propria “nuova” esistenza: non c’è più spazio per utopie, ideali, sogni, soprattutto se, per la loro complessità, gli obiettivi appaiono difficili e lontani da raggiungere.

Poco a poco si perde l’irrequietezza del sapere, il gusto di scegliere, il dubbio per spingerci a ricercare e conoscere, lo spirito di indignazione e ribellione contro strumentalizzazioni, imposizioni, ingiustizie.

Nel vortice del consumismo e del conformismo della “modernità liquida”, si cerca la successione di esperienze legate alla moda del momento, al consumo immediato, a credere in qualcosa destinato a crollare in tempi brevi, brevissimi. La vita è un correre imposto dalle varie mode con scelte casuali, superficiali, effimere e, di fatto, individualistiche.

Sembra che “per essere felici” si debba iniziare sempre da capo perché tutto è percepito come transitorio, la “durata”, considerata sino a poco fa un valore, ha lasciato la strada al disfarsi di tutto velocemente per far posto a ciò che appare nuovo e migliore come risposta a ipotetici bisogni; siamo così giunti alla cultura dello scarto, del rifiuto che ha finito per allargarsi da aspetti materiali a valori etici, culturali, spirituali sino ad arrivare alle persone, ai “nessuno” del mondo globale, masse superflue e inutili, da “gettar via” come un oggetto che diviene obsoleto in un baleno.

LA FOLLA SOLITARIA

La folla solitaria è il titolo di un libro di David Riesman. Al di là delle analisi del testo, è significativo il senso delle due parole in contraddizione: l’era di iperconnessione può coincidere con il tempo di maggior solitudine.

Altri studi mettono in risalto le contraddizioni di oggi, il profondo disagio sociale che si respira, il rischio di rendere le relazioni solo rapporti convenzionali, quasi rituali; un disagio da cui emerge come l’individuo sente, da un lato, invaso il proprio spazio privato e, dall’altro, l’obbligo di adeguarsi alle aspettative sociali del momento, per non sentire lo stigma del “diverso”, di chi devia dalla strada “normale”, anche se ciò crea una frattura fra comportamento e personalità, fra l’adesione al presente e la propria visione del mondo.

Zygmund Bauman, in La solitudine del cittadino globale, sottolinea come, all’interno di quella che egli definisce “società liquida”, il disagio personale nasce soprattutto a causa della capacità di persuasione delle attuali forze economiche per cui le proposte che presentano (di fatto, impongono) sono percepite come l’unica possibilità.

Mentre in passato il malessere e i problemi individuali trovavano eco nell’ambito socio-politico, oggi non esiste più «l’agorà del dibattito pubblico».

Il significato di agorà è ben diverso dai raduni astiosi di oggi, da chi, ad esempio, come a Bergamo, grida al complotto e nega covid ed ogni attinenza ad esso collegato, a chi si fa paladino della difesa di una non specificata “identità”, coniugata addirittura come “civiltà”, o chi rivendica diritti in assoluto contrasto con il bene comune…

Agorà è lo spazio dell’incontro ed anche dello scontro – acceso, mai violento –, dove è possibile manifestare, comunicare, ascoltare letture diverse dalla propria, in una parola, confrontarsi con le varie posizioni e dare un senso positivo alla presenza e partecipazione di tutti, in una continua evoluzione di pensiero e di azione.

Chi si isola, chi, nell’illusione di “proteggersi”, se ne sta per conto suo e rifiuta ogni confronto, finirà ancora più stretto tra le spire di un sistema che fa il gioco di pochi a scapito di moltitudini.

Così la “folla” finisce per divenire il luogo, l’esperienza di nuove forme di solitudine, in una situazione che potremmo definire schizofrenica.

È impossibile coniugare libertà con l’individualismo che spezza consolidati (così almeno apparivano) rapporti sociali e, di conseguenza, quelle reti di protezione intessute in passato che avevano garantito processi comuni e la conquista di diritti diffusi, una convivenza a tutto vantaggio di sicurezza, condivisione, solidarietà, unione nell’affrontare – e spesso risolvere – problemi personali e comuni.

La libertà rivendicata oggi è una pseudo-libertà che si esprime spesso in violenza, egoismo, xenofobia, esclusione:

«È possibile che l’aumento della libertà individuale coincida con l’aumento dell’impotenza collettiva in quanto i ponti tra vita pubblica e vita privata sono stati abbattuti, oppure, in altri termini, non esiste un modo semplice di tradurre le preoccupazioni private in questioni pubbliche. Senza questi ponti troveranno sempre più espressione nella sfera pubblica le angosce e i tormenti privati, ma non si trasformeranno in questioni pubbliche solo per il fatto di essere esibiti pubblicamente».

Z. Bauman

Sono queste le radici di atteggiamenti spettacolari, spesso espressi in azioni e linguaggio violenti, si esauriscono in fretta e lasciano il tempo che trovano per chiudersi di nuovo nella propria routine, nella propria “isola”, pronti ad altre esplosioni che complicano il vivere comune e non risolvono il disagio privato.

“IL PICCOLO È L’OSTACOLO CONTRO CUI S’INFRANGE IL GRANDE”

«Non è il mare a delimitare l’isola, invece è l’isola a mettere un limite al mare. Il piccolo è l’ostacolo contro cui s’infrange il grande. Succede nella geografia e nella storia umana. La minoranza tenace intralcia il dilagare dell’autorità maggioritaria. […] È l’isola che impone un limite al mare. Alla stessa maniera è stata Lampedusa a salvare un poco dell’onore perduto del continente Europa. L’isola interrompe il mare e le correnti, mettendo un termine alle onde. […]. [Sento] la forza di un puntino fermo sulla superfici delle acque, mi mantiene dentro il punto di vista e di contrasto di ciò? che da minuscolo non si lascia sommergere». Erri De Luca

Nella storia, circondate da un mare di conformismo, indifferenza e paura, sono sempre presenti “isole” dove l’utopia di un mondo diverso trova la “terra” su cui porre le fondamenta.

Più o meno grandi, più o meno numerose, in alcuni periodi con grandi rischi per chi le vive, persone libere, ribelli e rivoluzionarie, eretiche contro i mille aspetti di una “ortodossia canonica” che condanna dubbio, ricerca, indignazione, diritti, speranza di cambiamento.

La loro visione, in anticipo sul tempo in cui si vive, li fa profeti di un “altro” futuro possibile – disegnato e immaginato spesso sulle macerie materiali ed etiche di difficili epoche storiche –, un futuro non ancora realizzato, sognato in momenti bui per il proprio paese e il mondo; isole da cui si annuncia che la notte non è ancora finita e l’alba non è ancora giunta ma, insieme, se ne può affrettare il chiarore.

Sono le isole che “impongono un limite” al mare incomprensibile di tanta parte della società, non isole felici (non si può essere felici da soli) ma espressione della speranza di un mondo diverso in cui nessuno cerchi un rifugio privilegiato, ma tutti si sentano parte di un progetto comune, un “pezzo dello stesso continente”, della stessa umanità.

Non escludono con scogli e difese, ma offrono punti di attracco: un’isola può allontanare, alzare ponti levatoi e scavare fossati per “proteggersi” o, invece, spalancare le porte al mondo, divenire posizione avanzata verso il cambiamento più del continente di cui è avanguardia.

Piccole isole, sì, ma indispensabili per salvare, dal mucchio di pula sterile, fosse solo un chicco di grano per raccolti futuri, senza preclusioni, ideologiche o esistenziali, in una vastità d’orizzonte che, forse, solo un’isola può dare, una vastità culturale prima ancora che geopolitica.

Nell’isola di Ventotene si formulò il Manifesto per la promozione dell’unità europea, così come, tra le altre, a Pantelleria, Ustica, Lampedusa, le Tremiti… il “confino” fu l’occasione per confrontare le varie posizioni e cominciare a riscrivere la storia, i valori, la cultura, la politica della nuova Italia, una prima bozza di costituzione.

Nessuno – persona o gruppo – vive in uno “splendido isolamento”, la sua presenza è sempre relativa e si costruisce nel rapporto con molte altre realtà, persone, esperienze, eredità del passato… e, si voglia o no, è proprio questa rete di relazioni che permette di collocare, o meglio, di interpretare ogni esistenza.

Non siamo, però, atomi uguali di uno stesso continente, ed il bello del vivere è proprio la diversità perché nessuno può fare a meno degli altri per la propria esistenza e crescita; attese, speranze, bisogni sono strettamente legati, in ogni storia, in ogni geografia.

Le utopie di cui, in modo più o meno cosciente, è intessuta la vita dell’uomo, anche di chi lo nega, nel percorso storico reale trovano sempre, prima o poi, una terra in cui porre radici… forse isole in un mare di rassegnazione e indifferenza, mai chimere fuori dal cammino umano.

Non è un buon tempo per parlare di utopia! o è il tempo più opportuno?

UN TEMPO OPPORTUNO PER L’UTOPIA

Razionalmente, forse non esiste nessun tempo propizio per l’utopia nel corso della storia perché, oltre alla fatica di avvicinarsi a quell’orizzonte che sempre si allontana per non farci fermare (E. Galeano), c’è una vera e propria persecuzione contro chi lotta alla luce di un’utopia che, nonostante tutto quello che vogliano farci credere, avanza, lentamente sì, ma è destinata a rimanere nella storia; ed è questa paura la ragione dell’ostilità scatenata da fronti opposti, da quelli “istituzionali”, espressione del potere, dalla reazione della gente “normale”, “comune” che rifiuta di lasciarsi coinvolgere in avventure più o meno esotiche.

L’utopia fa paura perché non è “politicamente corretta”, destabilizza l’ordine, non ha timore dell’ignoto, mette in pericolo conciliazione e intesa volute dal buon senso comune, è sovversiva perché imprevedibile e può creare sorprese pericolose e assurde; solo chi è testardo, illuso, nel migliore dei casi ingenuo, può rivendicare il diritto all’utopia come garanzia di vita in pienezza per tutti e in ogni luogo: fin dal maggio francese è evidente che “sotto il pavé non c’è la spiaggia del mare”!

Sogni, desideri, utopie fanno vivere in anticipo sul presente, preannunciano nuove realtà e fanno intravedere, immaginare – più con “l’ottimismo della volontà” che con la ragione – ciò che “non c’è ancora”, ciò di cui non conosciamo il cammino né la geografia; a volte terreno pressoché inesplorato, a volte segnato dalle orme di chi ci ha preceduto e dove possiamo lasciare qualche traccia per chi verrà dopo di noi.

La storia ha bisogno di chi guarda al di là dell’orizzonte dell’impossibile, così come l’uomo ha bisogno di qualcosa che va oltre la realtà presente, non come fuga, ma come costruzione del domani.

A volte le difficoltà, le delusioni, le sconfitte stancano, alcuni abbandonano, altri vedono spengersi il fascino di certe speranze…

Non raggiungeremo mai la meta nella sua pienezza perché raggiungere definitivamente l’orizzonte segnerebbe la fine della storia, la caduta nella routine, l’impossibilità di nuove avventure e ricerche.

La vita non è perfezione, il percorso personale e storico è segnato da progressi, fragilità, imperfezioni, successi, sconfitte, dubbi, rimpianti, speranze… è eredità del passato, senza i lacci creati dall’abitudine, senza aggrapparsi ad un’identità che si purifica e cresce soltanto in continui contatti e confronti, tra tradizione e innovazione, mettendosi costantemente in gioco.

Ritorniamo di nuovo alla riflessione di Zygmund Bauman:

«Riprendiamo una distinzione di Cornelius Castoriadis tra l’oikos, cioè la sfera privata, e l’ekklesia, il foro dei problemi pubblici. In mezzo è l’agorà, dove pubblico e privato si misurano e s’incontrano. Stiamo perdendo l’agorà perché si è indebolita l’ekklesia. Cioè la nostra l’ekklesia, lo Stato, esercita un potere sempre più limitato».

È definitivamente tramontata l’era di “il personale è politico”[3]?

Allora, «chi farà che cosa?». La risposta di Bauman sembra togliere ogni speranza: «La sovranità nazionale nell’epoca moderna non è più praticabile. I governi nazionali sono le stazioni di polizia del potere globale». Ma conclude che il suo compito – e non solo il suo! – «è indurre la gente a riflettere, mostrando nel modo più chiaro possibile le conseguenze delle nostre azioni».

Agorà è spazio privato e comune, personale e pubblico, in cui i propri problemi si connettono con le problematiche collettive. In questo contesto, si cercano le possibili strade da percorrere, i mezzi da usare, gli obiettivi da porsi, dove risorse, potenzialità, dubbi, speranze sono spinte verso soluzioni efficaci.

Non solo, quindi, nessuno è un’isola in sé compiuta, ma tutti siamo responsabili verso l’altro. Ogni nostra azione ha ripercussioni positive o negative, tutto ciò che accade dipende anche da noi, non possiamo lavarci le mani di nessuna cosa avvenga nel momento storico in cui viviamo.

Quando finisce il tempo della “parola” s’impongono conflitto, scontro, violenza, egoismo, esclusione… l’ascolto ci impedisce di divenire isole separate da oceani di indifferenza e di paura.

IL MONDO IN UN GRANELLO DI SABBIA[4]

Nulla, nell’esistenza personale e comune, è ad una sola dimensione e direzione, c’è sempre un’altra faccia della medaglia, una lettura del proprio tempo non alla luce di profezie sulla distruzione del mondo e dell’umanità, ma fatta da persone, gruppi, popoli, generazioni che non sognano la catastrofe ma la costruzione di un mondo libero e solidale, un mondo dove uomini e donne “si aiutano nell’arte di amare e nella difesa della felicità”, “sognano profezie nuove […] e [sanno] che il mondo non finirà nell’ecatombe”, “sognatori che la vita ha generato per proteggersi dalla rovina che annunciano le profezie e per questo difendono la vita anche con la loro morte”[5].

La denuncia dell’attuale crisi di valori è diventata un cliché, un luogo comune che chiude ogni discorso e spiegazione, una posizione che nasconde spesso un fondo di nostalgia dei tempi passati letti con le lenti del presente; tempi mai di fatto esistiti nel modo in cui vengono ora ricordati perché si cancellano gli angoli bui e si esalta il positivo, in cerca di un illusorio ritorno alla precedente “normalità”: si inseguono i “colpevoli”, i momenti, le situazioni di rottura.

È breve, allora, il passo della condanna dei periodi di effervescenza sociale, politica, culturale che scossero la società e la storia, visti come la scintilla che ha aperto la porta al caos e al disordine responsabili del disagio di oggi.

Si dimentica la speranza e la presa di coscienza che coinvolsero un grande numero di persone nella lotta verso diritti e conquiste di libertà e dignità; la realizzazione di una qualche utopia appariva possibile e vicina per tanti e in tanti paesi, sui muri del maggio di Parigi si scriveva: sous les pavés, la plage di mondi liberi e nuovi… ma l’ordine riprese il sopravvento con il suo strascico di “passioni tristi” (B. Spinoza) e, in un navigare a vista, senza bussola, nella confusione del presente, emerse la controfigura di una presunta utopia degradata alla misura del proprio privato.

L’utopia sembrò definitivamente spenta e sepolta.

Antonio Machado, il poeta spagnolo costretto all’esilio da Franco, scrisse:

«Credevo spento il mio focolare/mossi la cenere…/mi bruciai la mano».

E ancora:

«Ho scoperto il segreto del mare meditando su una goccia di rugiada».

Perché essere piccolo di fronte all’immensità del mare, appartenere ad una minoranza non crea i miraggi illusori, effimeri di chi, smarrito nel deserto della storia di oggi e del proprio quotidiano, è alla disperata ricerca di un’oasi…

L’azione di una minoranza è “micropolitica attiva”, attenta ai molteplici processi che interagiscono nella costruzione di società aperte in una crescente complessità, in cui viene ricercato ogni possibile percorso… è vivere sempre un “tempo di resistenza”… la “spiaggia” del maggio francese non è stata ancora trovata perché sepolta sotto la durezza di ideologie e forze che sembrano acquistare sempre più potere… ma esiste e attende: anche togliere un solo “pavé” verso la scoperta, la costruzione di un diverso domani rende valido e fecondo il proprio vivere!


maggio 2021


Note

[1] Alla fine degli anni ‘60 se ne era costruita una nel Mar Adriatico, poi fatta demolire, l’Isola delle Rose, autoproclamatasi stato indipendente, con un proprio governo, lingua, moneta.

Tra tanti esempi attuali, l’isola Blue Estate che sarà realizzata nel Mar dei Caraibi, poco lontano da Miami, progettata per regalare una tranquillità assoluta e livelli di privacy, oltre che di lusso, senza precedenti, senza criminalità, con burocrazia ridotta al minimo, senza tasse.

[2] Un fatto emblematico e inconcepibile fu la (falsa) proposta di matrimonio in parlamento!!!.

[3] «Una delle cose che scopriamo in questi gruppi è che i problemi personali sono problemi politici. Non ci sono soluzioni personali in questo momento. C’è solo un’azione collettiva per una soluzione collettiva», affermava Carol Hanisch nel 1970: lo slogan delle rivendicazioni femministe oggi appare quanto mai attuale.

[4] William Blake, «Vedere il mondo in un granello di sabbia/E il cielo in un fiore di campo/Tenere l’infinito nel palmo della mano/E l’eternità in un’ora».

[5] Gioconda Belli, Los portadores de sueños – Nicaragua


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