Coltivo una rosa bianca. Antimilitarismo e nonviolenza in Tenco, De Andrè, Jannacci, Endrigo, Bennato, Caparezza

Recensione di
Angela Dogliotti


Enrico de Angelis, Coltivo una rosa bianca. Antimilitarismo e nonviolenza in Tenco, De Andrè, Jannacci, Endrigo, Bennato, Caparezza,Vololibero Edizioni, Milano 2020, pp. 144, € 17,10

Prefazione di Luigi Ciotti
 Introduzione di Mao Valpiana
 Illustrazioni di Massimo Cavezzali e Milo Manara

Coltivo una rosa bianca

In collaborazione con il Movimento Nonviolento, cui andranno i proventi della vendita del libro, è appena uscito un testo che rimanda nel titolo a una canzone di Sergio Endrigo, che mette in musica i versi del poeta cubano José Martì.

La citazione non è casuale, perché il libro presenta le canzoni antimilitariste e nonviolente di sei autori italiani: Luigi Tenco, Fabrizio De Andrè, Enzo Jannacci, Sergio Endrigo, Edoardo Bennato e Caparezza.

Possiamo così ritrovare testi e musiche certamente cari ai movimenti per la pace, in una piacevole rassegna dei più importanti successi dei sei autori in merito ai temi suddetti.

Luigi Tenco

Della breve vita di Luigi Tenco viene ricordato anche l’esordio cinematografico nel film di Salce, La cuccagna (1962), nel quale egli, come attore protagonista, sceglie generosamente di interpretare un pezzo dell‘amico De Andrè, allora ancora poco conosciuto, La ballata dell’eroe. Ma poi saranno le sue canzoni a riproporre il messaggio pacifista e nonviolento, da Cara maestra, del 1962, a Vorrei essere là e Ballata del marinaio, del 1966, a E se ci diranno «con una raffica di reiterati no, no, no agli ammazzamenti di massa, al fanatismo, all’intolleranza, al razzismo, alla guerra»  (p. 21).

Sempre nel 1966 era stato il primo a tradurre Le Diserteur, composta da  Boris Vian nel 1954 contro la guerra in Indocina, prima, e in Algeria, poi. Nella traduzione di Tenco la canzone si conclude così: «se mi troverete, con me non porto armi: coraggio, su, gendarmi, sparate su di me».

Fabrizio De Andrè

La lista delle canzoni antimilitariste e nonviolente di De Andrè è lunga. Si è ispirato ad autori francesi come Brel e Brassens e ai Cantacronache torinesi, che sul testo di Calvino avevano composto Dove vola l’avvoltoio, canzone antimilitarista della Marcia per la pace Perugia-Assisi del 1961.

De Andrè è infatti il cantautore italiano che più ha espresso nelle sue composizioni una cultura nonviolenta. Dalla famosissima Guerra di Piero (1964) a Geordie, una ballata inglese del XVII secolo rilanciata da Joan Baez negli anni Sessanta e tradotta da De Andrè. Dalla ridicolarizzazione delle imprese militari in Carlo Martello, all’esplicito invito all’obiezione di coscienza in Girotondo (la filastrocca è del 1968, quando ancora l’odc era reato), alla condanna della pena di morte in Il testamento di Tito (1970), De Andrè nella sua intensa ma non lunga carriera tocca diversi temi, tra cui anche il ricordo del massacro Cheyenne (Fiume Sand Creek, 1981), della guerra in Libano (Sìdun, 1984), delle stragi di zingari (Khorakhanè, 1996).

Uno dei suoi ultimi lavori  è l’album Anime salve, del 1996, che contiene la Smisurata preghiera, attinta da Alvaro Mutis. «Un’invettiva contro le rassicuranti alleanze del potere e del conformismo, contro il consenso organizzato che legittima tutto, una preghiera a favore dei disobbedienti, degli spiriti solitari […] di chi sulla propria pelle difende la propria diversità minoritaria» (p. 40); quasi un testamento, che racchiude la cifra di molti dei testi dell’anarchico nonviolento Fabrizio De Andrè.

Enzo Jannacci

In Enzo Jannacci i temi tragici della violenza, delle ingiustizie e della guerra sono affrontati prevalentemente con il linguaggio del grottesco, del ridicolo, del comico, come nell’esilarante racconto composto con Dario Fo del Prete Liprando e il giudizio di Dio (1964), che si rifà a un episodio realmente accaduto nel XII secolo e riportato da Pietro Verri a fine Settecento. Con Dario Fo Jannacci ricordò anche gli oppositori che si immolavano dandosi fuoco per protesta ne Il bonzo. Inserita in uno spettacolo di Fo del 1967 per testimoniare la vicenda dei monaci buddhisti vietnamiti contro il governo di Saigon, la canzone fu rivista negli anni Settanta da Jannacci, anche alludendo al sacrificio di Jan Palach (1969). A proposito di questi episodi Italo Calvino scrisse che «per gridare la parola pace più forte dei rumori della guerra» fanno parlare «le fiamme dei loro corpi irrorati di benzina» (p. 47).

Famosissime e ironiche anche Vengo anch’io e Ho visto un re (1968) o anche l’autoironico Quelli che,del 1974, adottato da Lina Wertmuller per il suo film pacifista Pasqualino Settebellezze, mentre il suo sarcastico e paradossale antimilitarismo fa da colonna sonora alle strisce di Bonvi Sturmtruppen, con la sua E la marcia va.

Sergio Endrigo

La cifra è diversa in un altro famoso cantautore. «Sempre garbato, sommesso, elegante, signorile, Sergio Endrigo lo era anche quando nel suo ricco repertorio proclamava la sua costante indignazione pacifista, in maniera diffusa e soffusa, ma non per questo meno efficace, anzi. (p. 59) […] Fin dall’inizo Endrigo ha coltivato la vena antimilitarista, creando anche dei veri capolavori» (p. 60), come La guerra (1963), l’album per l’infanzia L’arca (1972) – su testi del poeta brasiliano Vinicius de Moraes – che contiene un omaggio a San Francesco, o Il soldato Napoleone, tratta da un testo di Pasolini.

Nel 1966 Endrigo tradusse e musicò Girotondo intorno al mondo, da una poesia pacifista scritta da Paul Fort, La ronde autour du monde, nel 1912, in occasione del Congresso Internazionale Socialista svoltosi a Basilea per scongiurare lo scoppio della guerra.

Endrigo era nato a Pola, e «seppe tramutare le memorie lontane della sua infanzia nella nostalgia struggente della canzone 1947, ma da amico della pace e della fratellanza fra i popoli […] non si definiva esule, e non si sarebbe mai prestato a quelle strumentalizzazioni di grande squallore sulla sua vicenda personale» (p. 70).

Nel 1964 musicò La rosa bianca, del poeta nazionale cubano José Martì, canzone che cantò a Cuba nel 1964 davanti a Ernesto Che Guevara; degli stessi anni Sessanta è la Canzone della libertà, con le voci di Papa Giovanni XXIII, Kennedy e M. L. King che si inseriscono nel cantato, mentre in una canzone del 1977 trova spazio anche lo spettro del pericolo nucleare (Carnevale).

Edoardo Bennato

La chiave per entrare nel mondo di Edoardo Bennato si trova in una canzone del 1976, Viva la guerra: «l’ironia, anzi qualcosa di più, il riso sardonico, il paradosso, il rovesciamento, la dissacrazione» (p. 83). Ecco, ad esempio, «un florilegio antimilitarista dei suoi famosi concetti rovesciati, dove, per una legge dell’ironia, si canta l’opposto di quel che si pensa» (p. 86), come in In fila per tre (1974): «[…] Ora farò di te un vero uomo, ti insegnerò a sparare, ti insegnerò l’onore, ti insegnerò ad ammazzare i cattivi […]».

Ma «“di fronte al militarismo e alla violenza Edoardo sa essere anche molto serio e accorato» (p. 88), come in Lo zio fantastico (1992) o anche «drammaticamente fosco», come in Bravi ragazzi (1974), che evoca una guerra in corso e che ha rispolverato in questo 2020, in occasione dell’epidemia di coronavirus.

Una delle canzoni più note, L’isola che non c’è, testimonia insieme lo scetticismo e la speranza verso l’utopia che «per quanto ci appaia irraggiungibile, non possiamo smettere di perseguire» (p. 96). Dopo aver ironizzato, nel 2003, sull’incombenza dell’uomo occidentale «di pensare a mantenere senza orgoglio e presunzione l’equilibrio mondiale» (Sono l’uomo occidentale), nel 2010 in È lei ci dice invece che «è proprio dalle estremità derelitte e devastate del pianeta» che possiamo attenderci una speranza.

È lei che proprio in questo istante sta nascendo nell’angolo più povero del mondo che forse questo mondo cambierà […].

Tuttavia «La visione complessiva di Edoardo Bennato sulle possibilità di pace resta, ahimè, scettica. C’è o non c’è l’isola che non c’è? Ci tornerà su trentacinque anni dopo, nell’album Pronti a salpare, del 2015, con Io vorrei che per te» (p. 108).

Caparezza

L’ultimo autore presentato da De Angelis è Caparezza. Qui siamo in altri contesti e altri generi. In particolare nello stile rap. «Ci abitueremo lungo queste pagine a scorrere le invettive antiviolente di Caparezza attraverso i suoi ubriacanti giochi di parole, rime che attraggono, incastri verbali, polisensi alla Bergonzoni, invenzioni di linguaggio continuamente spiazzanti, che ci passano in maniera drammatica riuscendo anche a divertirci» (p. 114).

Nel secondo album, del 2003, Verità supposte, c’è una fulminea sintesi di storia bellica italiana, con ironie antirazziste e contro le guerre di religione. Follie referenziali è un testo pensato in relazione all’intervento americano in Iraq, che però, chiarisce in una dichiarazione, si riferisce a tutte le guerre in generale. «Ci sono cose più devastanti della guerra: è l’abitudine alla guerra, il silenzio nella guerra. Preferisco non abituarmi a questa follia. Preferisco scrivere, cantare, urlare il mio disagio» (p. 116).

Caparezza addita un modello civile nel bonobo, una particolare specie di scimpanzé (Bonobo Power): Vive in comunità estremamente pacifiche in cui maschi e femmine hanno pari diritti e dignità […] non conosce la guerra, l’assassinio, la violenza, insomma, stando a come si comporta il bonobo, la scimmia è l’evoluzione dell’uomo […]; mentre forte è l’invettiva contro la violenza delle istituzioni umane richiamate dal titolo a doppio senso di Non siete Stato voi (2011).

Per concludere…

De Angelis conclude il percorso sull’impegno pacifista dei sei cantautori italiani richiamando «una verità semplice. La prima professione di nonviolenza va praticata comunque nel privato quotidiano della nostra esistenza personale e per farlo ricorriamo proprio a Caparezza, che in Figli d’arte, con apparente allusione autobiografica (e autocritica), finge di parlare con la voce del proprio figlio per contestare le proprie incoerenze» (p. 125).

Il libro, aperto da una Prefazione di Luigi Ciotti e da una Introduzione di Mao Valpiana, si chiude con i ritratti di Tenco, De Andrè, Jannacci, Endrigo firmati da Milo Manara e quelli di Bennato e Caparezza a opera di Massimo Cavezzati, raccolti in un inserto a colori.


2 risposte a “Coltivo una rosa bianca. Antimilitarismo e nonviolenza in Tenco, De Andrè, Jannacci, Endrigo, Bennato, Caparezza”

  1. Come è stato bello ripercorrere anche solo con il pensiero le parole di questi cantautori! Grazie Angela e grazie Enzo per gli spezzoni musicali.
    Un libro da leggere senz'altro!

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