Palestinian lives matter!

Autrice
Cinzia Destefanis

Pace giusta Palestina Israele
Foto falasteenyia | Fonte: Flickr CC BY-NC 2.0

Il 29 novembre 2020 si è tenuta ad Assisi la Conferenza Riconoscere lo stato di Palestina. Pace giusta tra Palestina e Israele, ospitata dalla comunità Pro Civitate Christiana. L’evento è stato promosso da reti, piattaforme, associazioni e sindacati, al fine di rinnovare l’impegno verso la promozione della pace, il rispetto dei diritti umani e la fine delle violenze in Medio Oriente.

La scelta della data per la Conferenza non è stata casuale.

Il 29 novembre, infatti, è la Giornata internazionale della solidarietà con il popolo palestinese, in cui si ricorda l’approvazione della Risoluzione 181, da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU.

L’atto prevede il Piano di partizione, il quale definisce l’istituzione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo in Palestina, con Gerusalemme sottoposta a regime internazionale speciale.

Dei due Stati previsti, però, solo quello di Israele è stato creato.

È giunto il momento di avere il coraggio della pace, che poggia sul riconoscimento da parte di tutti del diritto di due Stati a esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti.

Papa Francesco

Pertanto, lo scopo di questa giornata è ricordare alla comunità internazionale che il popolo palestinese deve poter godere di diritti inalienabili quali il diritto all’autodeterminazione senza interferenze esterne, all’indipendenza e alla sovranità nazionale.

Ma perché si parla di questione palestinese?

Per avere un’idea chiara – per quanto possibile –, occorre fare un passo indietro ed analizzare brevemente gli eventi storici salienti.

Alla base del conflitto c’è il progetto del movimento sionista inglese di dare una patria al popolo ebraico. Durante la Prima guerra mondiale, infatti, la Gran Bretagna, dapprima con la Dichiarazione Balfour del 1917 e, successivamente, legittimata dal mandato della Società delle Nazioni del 1922, intende trasformare la Palestina in un «focolare nazionale» ebraico.

Vent’anni dopo, il genocidio degli ebrei imprime un’accelerazione a questo processo, che sfocia, nel 1948, nella proclamazione dello Stato di Israele.

Per i palestinesi è il giorno della Nakba, cioè della catastrofe che si abbatte sul loro popolo, costretto ad abbandonare le proprie case e a rifugiarsi in invivibili campi profughi.

In Medio Oriente crollano totalmente i già fragili equilibri geopolitici e si inaugura un periodo di estrema conflittualità che conduce alle guerre arabo-israeliane degli anni ’50 e ‘60, in cui gli Israeliani riescono ad occupare i territori della Cisgiordania e della striscia di Gaza.

In questo contesto sorge l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) che appoggia la lotta armata contro Israele e sostiene l’intifada – la rivolta – dei giovani palestinesi nei territori occupati. Nel 1993, si tenta la strada diplomatica: l’OLP e lo Stato di Israele siglano gli accordi di Oslo e si riconoscono reciprocamente.

Tuttavia, nel 2000 scoppia una seconda intifada, che sfocia rapidamente in una rivolta generalizzata contro l’occupazione israeliana.

Da allora la questione palestinese è rimasta irrisolta, tra violenza, terrorismo, repressione militare e deboli prospettive di pace.

È però importante sottolineare che, sebbene a fronteggiarsi siano gli Israeliani – prevalentemente ebrei – e i Palestinesi, – per lo più musulmani -, il focus del conflitto non è di matrice etnico-religiosa; bensì è imperniato sul secolare concetto di sovranità statuale: entrambe le fazioni in lotta mirano, infatti, alla realizzazione di uno Stato che eserciti il controllo su un territorio, delimitato da confini internazionalmente riconosciuti, e su una popolazione.

Perciò, l’unica soluzione pacifica perseguita dalle diplomazie internazionali è appunto: “Due stati, Due popoli”.

Com’è stato più volte ribadito nel corso della Conferenza dai rappresentanti delle diverse religioni e dai membri delle associazioni promotrici, infatti, solo il riconoscimento reciproco può spezzare questo circolo di violenza. Tutti i partecipanti hanno cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza del rispetto delle risoluzioni ONU e sul fatto che questo sanguinoso conflitto sia figlio del prodotto europeo della questione ebraica. L’Europa l’ha creato e deve risolverlo, aiutando entrambi i popoli. In particolare, l’arcivescovo Domenico Sorrentino ha lanciato un appello alle istituzioni europee e internazionali sulla necessità di riconciliazione per porre fine alla contrapposizione tra due popoli sofferenti. Anche l’imam di Firenze Izzedin Elzir ha condiviso quest’opinione e ha voluto incoraggiare la costruzione di un dialogo positivo interreligioso.

Tutti i preziosi contributi emersi durante l’evento hanno sottolineato l’importanza del riconoscimento dello Stato di Palestina per la realizzazione di una pace giusta.

Pace giusta Palestina Israele
Foto falasteenyia | Fonte: Flickr CC BY-NC 2.0

La Palestina non può più essere un Paese di fatto indipendente, che controlla e governa effettivamente un territorio e una popolazione, ma la cui sovranità non è riconosciuta da tutti gli Stati a livello internazionale. L’ammissione della Palestina a numerose organizzazioni internazionali, la sua partecipazione a trattati multilaterali e il riconoscimento di 138 Stati su 193 membri delle Nazioni Unite provano la sua statualità.

Occorre, quindi, prendere atto dell’esistenza di uno Stato chiamato Palestina, in grado di esercitare un potere di governo effettivo e indipendente sufficiente per la realizzazione di uno Stato, che è, attualmente, sotto occupazione bellica da parte di Israele. Quest’importante e coraggiosa presa di coscienza deve essere il primo punto di partenza per la costruzione di una pace stabile nella regione, che garantisca ad entrambi i popoli, quello palestinese e quello israeliano, il godimento dei diritti umani fondamentali.


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