Agosto 1945 – riusciremo mai a imparare dalla tragedia nucleare? | Elena Camino

Una ricorrenza poco sentita, ma un grande impegno civile

Nei prossimi giorni – il 6 e il 9 agosto – saranno trascorsi 75 anni dalla doppia tragedia che catapultò l’umanità nell’era nucleare: il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki.  Dopo le grandi manifestazioni anti-nucleari dei primi decenni la tensione morale alimentata dall’indignazione per la morte atroce di più di duecentomila vittime, e la paura di un olocausto nucleare globale si sono affievolite.

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A ricordare i tragici eventi sono rimasti – per molti anni – soprattutto gli hibakusha, i sopravvissuti, che incessantemente hanno cercato di richiamare l’attenzione del mondo – dei governi, delle società civili, dei giovani – raccontando le loro esperienze e adoperandosi affinché fossero prese iniziative concrete volte ad abolire queste armi dalla Terra.

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Ma nei primi anni del nuovo millennio le loro voci sono state raccolte e amplificate, grazie alla nascita di una campagna, iniziata in Australia e formalmente istituita nel 2007 in Austria: la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle armi nucleari, (ICAN, International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) una coalizione di organizzazioni non governative creata allo scopo di stigmatizzare, proibire ed eliminare le armi nucleari. 

Il 7 luglio 2017 – dopo dieci anni di lotta e di impegno da parte di ICAN e dei suoi partners – la maggior parte delle nazioni del mondo ha firmato un accordo globale per la messa al bando delle armi nucleari (Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons), che entrerà in vigore quando almeno 50 nazioni lo avranno firmato.

  • 80 Stati si sono già impegnati a non sviluppare, possedere o usare armi nucleari, e a non aiutare altri a farlo.
  • Più di 100 città si sono espresse, contro gli orientamenti dei loro governi, a sostenere il Trattato per la Proibizione di Armi Nucleari.

In Italia la Rete Disarmo e Senzatomica hanno iniziato, dal 2017, una mobilitazione comune che ha come obiettivo l’adesione anche dell’Italia a questo Trattato, la prima legge internazionale che mette al bando completamente le armi nucleari. In questi tre anni si è cercato di portare all’attenzione della politica e delle istituzioni la grande contrarietà che gli italiani hanno nei confronti delle armi nucleari. Anche e soprattutto a riguardo di quelle presenti sul nostro territorio (per gli accordi di “nuclear sharing” in ambito NATO): il 72% è a favore del Trattato, il 65% per la rimozione delle testate statunitensi dal nostro territorio.

L’azione “Italia, ripensaci” ha cercato di far pressione sia su Governo che su Parlamento per favorire una presa di coscienza forte sull’impossibilità di basare la costruzione della nostra sicurezza su una minaccia di distruzione e genocidio. Migliaia di cartoline sono state raccolte a sostegno di questa campagna, che chiede un dibattito serio e aperto sulla presenza di testate nucleari nel nostro Paese, e sul ruolo positivo che l’Italia potrebbe avere per un percorso di disarmo nucleare umanitario.

Le forze nucleari mondiali e il riarmo in corso

All’inizio del 2020 nove stati – USA, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Israele e Nord Corea –possiedono circa 13.400 ordigni nucleari, di cui 3.720 schierati e pronti con forze operative.

Anche se complessivamente il numero di testate nucleari continua a diminuire, in pratica sono in atto progetti di sostituzione e ammodernamento degli arsenali nucleari, soprattutto in Russia e Stati Uniti. Ma anche altri Paesi stanno sviluppando e schierando nuovi sistemi d’arma: la Cina, l’India, il Pakistan, la Corea del Nord.

Di particolare interesse per l’Italia è l’esistenza di un’arma nucleare di tipo tattico (non strategico) prodotto dagli Stati Uniti: la bomba a gravità B61, di cui si stima ne siano presenti 230, in due versioni, B61-3 e B61-4. Di queste, circa 150 sono destinate a un potenziale uso da parte della flotta di bombardieri della NATO, che hanno basi in 5 Paesi Europei, tra cui l’Italia (Aviano e Ghedi).

Le spese militari globali (non solo nucleari) nel 2019 sono aumentate, secondo il SIPRI, del 3,6% rispetto al 2018, con un incremento che non si registrava dal 2010. A spendere di più, con il 62% del totale, sono stati USA, Cina, India, Russia e Arabia Saudita.

Lo spazio è il nuovo campo di battaglia?

Sul giornale «The Guardian» del 2 agosto viene pubblicato, a firma di Simon Tisdall, esperto di problemi internazionali, un articolo piuttosto allarmante: sia da parte degli USA che dal Regno Unito è stato segnalato che i Russi avrebbero eseguito il 15 luglio scorso un test con un’arma anti-satellite. La presunta nuova arma spaziale, secondo il giornalista, non sarebbe una delle solite provocazioni di Putin, ma dovrebbe essere interpretata nel più ampio contesto di una corsa internazionale agli armamenti in rapida evoluzione, ad alta tecnologia e ad alto rischio che coinvolge tutte le principali potenze nucleari che, in gran parte indiscussa, sta sfuggendo al controllo.

Tisdall sottolinea che, mentre siamo a ridosso del 75imo anniversario degli attacchi nucleari a Hiroshima e Nagasaki, che uccisero più di 200.000 persone, colpisce e preoccupa l’assenza di dibattito, o almeno un senso di allarme sul cupo avvento di nuove sofisticate armi nucleari, ipersoniche, cyber e spaziali. Dopo le grandi manifestazioni anti-nucleari del secolo scorso, ora incombe un inquietante silenzio. La battaglia, appena iniziata, per il dominio dello spazio intorno alla Terra mette in discussione i passati tentativi di un uso pacifico dello spazio, che sarebbe già diventato ‘area di guerra’. Il test eseguito dai russi ha segnalato al mondo che essi sono in grado di distruggere dei satelliti in orbita usando altri satelliti: si tratta di un potere che potrebbe rapidamente scappare di mano, una minaccia in grado di produrre un blackout su sistemi globali di sicurezza e comunicazione. Anche Donald Trump ha indicato nello spazio il nuovo, grande campo di battaglia, e anche per la NATO lo spazio sta diventando un ‘campo operativo’: un campo in cui potrebbero essere utilizzate le nuove, potenti, versatili e compatte armi nucleari con cui si stanno attrezzando molti paesi, come segnalato dal SIPRI.

Barack Obama e Dmitry Medvedev dopo aver firmato il trattato “New START” a Praga, 8 aprile 2010. Fonte: Wikipedia, CC BY 4.0

Trump sembra intenzionato a far naufragare New Start – il Trattato sulla Riduzione e Limitazione delle Armi Offensive Strategiche (New START) tra Russia e USA – che scade a febbraio. In precedenza ha rinnegato il trattato nucleare iraniano del 2015, il trattato sulle forze nucleari a portata intermedia del 1987, e si dice favorisca la ripresa dei test nucleari in Nevada, in violazione del trattato del 1996 sui test nucleari. Il giornalista ricorda ai suoi lettori che anche il Regno Unito continua a non rispettare l’impegno, firmato nel 1970 con il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, a «perseguire il disarmo nucleare finalizzato all’eliminazione definitiva degli arsenali nucleari».

Secondo Simon Tisdall le crescenti tensioni internazionali spiegano solo in parte il ritmo accelerato del riarmo nucleare. Il nazionalismo risorgente, il populismo autoritario di destra, nuove rivalità territoriali (come nello spazio), i cambiamenti in atto negli equilibri del potere economico e geopolitico sono tutti fattori aggravanti.
Ma lo è anche l’amnesia. Settantacinque anni dopo la visita di Armageddon al popolo giapponese, il mondo sembra aver dimenticato l’orrore esistenziale di quel momento. Secondo il giornalista di «The Guardian», sono urgentemente necessarie una lezione di storia e un rinnovato dibattito politico.

L’intelligenza artificiale (IA) al servizio della minaccia nucleare?

Un report pubblicato dal SIPRI a giugno 2020 segnala che i recenti progressi dell’IA, in particolare l’apprendimento automatico e l’autonomia, potrebbero aprire nuove possibilità di impiego con una vasta gamma di capacità relative alle armi nucleari, che vanno dall’allerta precoce, al comando e controllo, alla consegna delle armi. Si tratta dello sviluppo di sistemi automatici in grado di risolvere problemi complessi o di eseguire compiti che finora richiedevano l’intervento umano.
La domanda-chiave che viene posta in questo testo è non se, ma quando, come e da chi queste nuove capacità dei sistemi a Intelligenza Artificiale saranno applicate a situazioni legate ad armi nucleari.  ‘L’Autore, Vincent Boulanin, Senior Researcher del SIPRI, sostiene che non è ancora possibile dare una risposta, perché gli Stati nucleari non sono trasparenti per quanto riguarda le applicazioni dell’IA in campo nucleare. È invece noto che tutti gli ambienti militari sono impegnati nella ricerca in questo settore, e questo potrebbe influire negativamente, fin d’ora, sulle relazioni strategiche internazionali. Un utilizzo prematuro delle applicazioni di IA potrebbe provocare conseguenze involontarie o causare un’escalation incontrollata, fino allo scontro nucleare. Boulanin ritiene che le sfide portate dall’applicazione dell’IA al campo dei conflitti nucleari devono essere raccolte al più presto, e diventare una priorità nelle discussioni future, volte a diminuire i rischi nucleari. Non bisogna sovrastimare i rischi dell’uso dell’IA nelle armi nucleari, ma non bisogna neppure sottovalutare i rischi dell’inazione: non è troppo presto per gli stati nucleari e per la comunità internazionale esplorare possibili impieghi (e a fissare limiti) dell’IA allo scopo di mitigare i rischi, e di promuovere pace e stabilità.

E noi?

A Torino il presidio per “il 75° anniversario delle bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki” avrà luogo alle 21:00 del 6 agosto 2020 in Piazza Carignano.

Coloro che vogliono intervenire sono pregati di comunicarlo a Irene Montaruli (Casa Umanistica di Torino) [email protected] +39 3387602790. Considerando la situazione attuale, munirsi di mascherina.


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