Italia ad alta voracità. Tutti i rischi del nuovo decreto Semplificazioni | Paola Imperatore e Marco Antonelli

(disegno di escif)

Nella notte tra il 6 e il 7 luglio, il consiglio dei ministri ha approvato salvo intese il decreto legge Semplificazioni, noto anche con il nome di Italia Veloce. Euforici, in particolare, Italia Viva e il Movimento 5 Stelle. Il decreto, che trae ispirazione da alcune delle proposte avanzate dalla commissione che ha presentato il Piano Colao, prevede procedure semplificate e restrizione dei termini per la realizzazione di opere pubbliche, dalla costruzione di reti ferroviarie all’edilizia scolastica, dalla banda larga alla costruzione di metanodotti. Tali semplificazioni riguardano la normativa in materia ambientale e di contratti pubblici e, complessivamente, contribuiranno a rendere sì più veloce, ma anche meno trasparente e democratico l’iter di costruzione di opere pubbliche già oggi estremamente vulnerabile a infiltrazioni criminali e speculazioni.

Il nuovo decreto Semplificazioni vorrebbe mettere a sistema il modello Genova, il cui successo è stato millantato a più riprese tanto dal governo nazionale quanto da quello della regione Liguria. La ricostruzione del ponte Morandi, avvenuta in poco più di un anno, è stata eretta a esempio di una politica che funziona, che procede con rapidità senza rimanere ingarbugliata in processi, ricorsi, fermi dei lavori o contestazioni che ne possano rallentare il cammino. Tuttavia, le vicende relative al ponte Morandi rappresentano, a nostro avviso, un fallimento della politica: la caduta di un viadotto, che ha causato quarantatré vittime, la cui pericolosità era stata denunciata poco prima; un dibattito – indubbiamente necessario – sulla nazionalizzazione delle infrastrutture strategiche del paese caduto nell’oblio in men che non si dica; la ricostruzione affidata a Pergenova Scpa, società consortile formata da Salini-Impregilo e Fincantieri Italfer, note – soprattutto la prima – per casi di corruzione oltretutto a pochi chilometri da Genova, nella realizzazione del Valico dei Giovi (noto come Terzo Valico) e, infine, l’inaugurazione del nuovo ponte che rischia di essere trasformata in passerella elettorale in vista delle regionali che si terranno a settembre in Liguria, tra l’indignazione dei parenti delle vittime. Inoltre, il nuovo ponte di Genova è un’opera relativamente piccola e con un costo contenuto – se comparata con tutti gli investimenti nazionali – su cui si è giocata una rilevante partita politica che ha permesso una particolare attenzione sia da parte dei media – che hanno garantito un flusso di informazioni costante – sia da parte della prefettura che ha costituito una task force per vigilare sul rispetto della legalità. Pensare di estendere questo modello a tutte le opere pubbliche, garantendo la stessa l’attenzione istituzionale, mediatica e sociale, è semplicemente irrealistico.

I NUMERI DEL RILANCIO

Per il rilancio infrastrutturale dell’Italia sono stati decisi investimenti per 197,6 miliardi di cui 131 già stanziati. Conte non ha perso occasione di sottolineare quanto tali investimenti siano necessari per far ripartire il paese a seguito dell’emergenza sanitaria legata al Covid-19 e alle ricadute economiche della stessa. Una ripartenza che forse in molti/e immaginavano finalmente incentrata sulla sanità, sulla scuola, sul diritto all’abitare, sulla riconversione ecologica di molte attività produttive e che invece sembra riportarci al “business as usual”, un business che ora vuole correre per recuperare i profitti persi.

Il decreto Semplificazioni prevede lo sblocco di centrotrenta opere che il governo considera strategiche per il paese, tra cui alcune comprese nel Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) che di “green” hanno ben poco, e il commissariamento di trentasei tra infrastrutture ferroviarie, idriche e stradali. La direzione sembra essere sempre la stessa: linee ad alta velocità, gasdotti, opere necessarie per le Olimpiadi di Milano e Cortina e così via. Investimenti anacronistici considerato che da anni si chiede – e per ragioni ambientali sempre più si impone – la necessità di uscire dal fossile, di implementare una mobilità sostenibile e accessibile a tutti/e, di mettere in discussione grandi eventi che come Expo – o le Olimpiadi – si rivelano vetrine dietro le quali si nascondono cementificazione, creazione di debito pubblico e precarietà, corruzione e speculazione. Al tanto sbandierato Green New Deal viene dedicata poco più di una pagina, l’ultima, in cui si citano investimenti per 470 milioni, ma senza che vi siano obiettivi definiti e opere individuate.

SEMPLIFICAZIONI PER CHI?

Vale la pena soffermarsi su alcune delle modifiche previste dal nuovo decreto. Modifiche che sembrano andare in una direzione problematica se confrontate con vicende del recente passato in cui, grazie a regimi derogatori e situazioni extra-ordinarie, sono emersi comportamenti corruttivi, in cui anche la criminalità organizzata ha trovato spazio. Per esempio, la norma che riguarda la possibilità di procedere con l’affidamento diretto per lavori, servizi e forniture sotto i 150 mila euro e con una procedura negoziata, senza bando e tramite la consultazione di soltanto cinque, dieci o quindici operatori economici a seconda del tipo di appalto, fino a un massimo di cinque milioni di euro. Si tratta di una disposizione che autorevoli studiosi e commentatori hanno già segnalato come problematica, sia perché espone il pubblico funzionario responsabile del procedimento, investito di una enorme discrezionalità, sia per il numero e il valore economico di questi contratti. Secondo la Relazione annuale dell’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) presentata a inizio luglio in parlamento, nel 2019 il valore complessivo degli appalti di importo pari o superiore a 40 mila euro è stato di circa 169,9 miliardi di euro. Inoltre, questa nuova disposizione amplia notevolmente l’utilizzo di procedure che garantiscono una minore pubblicità e che già in condizioni ordinarie – sempre secondo ANAC – hanno riguardato nel 2019 il 65% dei contratti perfezionati superiori a 40 mila euro. Questi elementi preoccupanti si saldano a ulteriori deroghe previste, che favoriscono il massimo ribasso e limitano la platea di partecipanti alle procedure anche nei casi di contratti sopra soglia.

Un’altra questione che non ha trovato molto spazio nel dibattito riguarda le deroghe sulle verifiche antimafia e il rilascio di informative antimafia. Infatti, secondo il nuovo decreto, le stazioni appaltanti possono stipulare, approvare o autorizzare i contratti e subcontratti relativi a lavori, servizi e forniture, attraverso una semplice informativa liberatoria provvisoria sotto condizione risolutiva. Ciò significa che il contratto viene sottoscritto e soltanto successivamente, qualora la documentazione pervenuta accerti collegamenti dell’azienda con soggetti mafiosi, la stazione appaltante può recedere. Una procedura già utilizzata nei casi di urgenza, che però permette all’azienda mafiosa di operare per un certo periodo e di essere pagata per il valore delle opere già eseguite.

Un’ulteriore iniezione di discrezionalità riguarda anche la figura del commissario straordinario, che può essere nominato per seguire interventi infrastrutturali particolarmente complessi. Il commissario agisce con ampi poteri, assumendo in prima persona le funzioni di stazione appaltante e operando in deroga alle disposizioni di legge in materia di contratti pubblici. Vicende del passato (negli anni Novanta e più recentemente) mostrano che nelle situazioni di emergenza ed extra-ordinarietà i commissari straordinari e le strutture a essi collegati sono facilmente “catturati” da faccendieri, gruppi di affaristi, cartelli di imprese e reti di corruzione che grazie alla combinazione tra ampia discrezionalità e grandi risorse economiche trovano uno spazio privilegiato per spartire la torta con parenti, amici e compagni di affari. Basti pensare ai casi del G8 della Maddalena, la ricostruzione post-terremoto dell’Aquila, il Mose e altri.

Se l’intento del governo è di infondere fiducia nella pubblica amministrazione, garantendo maggiore discrezionalità al funzionario pubblico, in questo modo rischia di generare un effetto perverso, che isola ed espone il dipendente pubblico alle pressioni – talvolta anche violente – di corrotti e mafiosi. Accanto a un aumento della discrezionalità, pertanto, dovrebbero essere presenti ulteriori misure di protezione per il dipendente che segnala illeciti e di trasparenza per il controllo diffuso dei cittadini. Infatti, come insegna il passato, spesso la deregolamentazione non va di pari passo con la tutela dell’interesse pubblico, ma solo di pochi, generando ulteriore confusione sia nell’amministrazione pubblica, sia nelle imprese private.

LA DIFESA DELL’AMBIENTE

A queste modifiche, che interessano prevalentemente il rischio di fenomeni corruttivi, se ne aggiungono altre che invece investono le procedure per la Valutazione di impatto ambientale. La semplificazione operata riguarda i termini che gli attori chiamati in causa hanno per esprimersi sulla compatibilità ambientale di un progetto proposto, che vengono dimezzati. L’intero iter durerà al massimo 115 giorni, contro i 270 previsti dalla precedente normativa e, come previsto dall’articolo 37 del Capo II “Semplificazioni in materia ambientale”, viene introdotto l’obbligo, per la pubblica amministrazione a cui viene trasmesso lo studio preliminare ambientale, di esaminare entro cinque giorni il testo e chiedere eventuali integrazioni che devono essere inviate entro quindici giorni. A partire da questo momento vi saranno trenta giorni (non più quarantacinque) per le osservazioni al progetto e quarantacinque giorni per emanare il provvedimento conclusivo relativo alla VIA, con possibilità di proroga in casi eccezionali per una sola volta e per un periodo massimo di venti giorni. La Valutazione di impatto ambientale, e la partecipazione dei cittadini nella fase in cui è possibile presentare osservazioni, vengono così considerate non come condizioni di una adeguata progettualità, ma come ostacoli da rimuovere o di cui ridurre la portata. Inoltre, con il decreto Semplificazioni viene istituita una Commissione tecnica PNIEC alle dipendenze del ministero dell’ambiente con il compito di occuparsi delle procedure VIA relative alle opere ricomprese nel piano in questione.

Ancora una volta, l’ambiente e la salute sono sacrificabili in nome dell’urgenza di costruire e di generare profitto. Procedure di VIA indebolite, velocizzazione dell’iter per le opere ricomprese nel PNIEC che, come prima accennato, di verde hanno poco, e investimenti che continuano a essere diretti verso opere mastodontiche, impattanti sul territorio e climalteranti. Dalla Legge Obiettivo del governo Berlusconi nel 2001, allo Sblocca Italia di Renzi nel 2014, arrivando allo Sblocca Cantieri del governo giallo-verde e al Dl Semplificazioni dell’attuale governo Pd-M5S, il partito trasversale del cemento si conferma saldo al proprio posto. La rotta è sempre la stessa, anche dopo una pandemia globale che ci ha mostrato con chiarezza la relazione che intercorre tra emergenza sanitaria e crisi ecologica. Come emerso da alcuni studi, a cui i movimenti per la giustizia climatica hanno cercato di dare risonanza, la diffusione del virus è stata favorita dai ritmi incalzanti di distruzione dell’ambiente e degli habitat naturali che, per via dell’effetto spillover, aumentano la probabilità che un virus presente in una specie animale si trasmetta all’uomo. Altri studi hanno osservato una maggiore virulenza del virus nei territori interessati da più elevati livelli di inquinamento atmosferico, che corrispondono alle aree più industrializzate. Inoltre, da anni, la comunità scientifica mette in guardia le istituzioni rispetto al rischio che – in un pianeta contaminato e globalizzato – la diffusione di virus possa essere sempre più frequente e rapida.

A nulla serviranno le linee ad alta velocità, le olimpiadi o il ponte sullo stretto di Messina quando non sapremo più che aria respirare. Abbiamo bisogno di invertire la rotta, di pensare insieme nuovi percorsi e nuovi orizzonti, di ribaltare le priorità mettendo al centro la collettività e non il profitto. Per farlo è necessario, tra le tante cose, opporsi a questo decreto, all’idea di un’Italia veloce che altro non potrà fare se non portarci – sempre più rapidamente – verso il precipizio.


Fonte: Napoli Monitor, 20 luglio 2020


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