Ripudio della Corte Penale Internazionale | Richard Falk

Perfino Orwell non saprebbe che dire per dar senso a qualche recente comportamento grottesco di governi leader. Ci aspetteremmo che Orwell fosse superato in satira dalle azioni USA per imporre penali e sanzioni a funzionari della Corte Penale Internazionale non perché accusati di agire impropriamente o sembrare rei di qualche tipo di corruzione ma per aver svolto le proprie funzioni designate con diligenza ma senza paura.

La loro presunta malefatta è stata accettare la richiesta di un’indagine sulle imputazioni di crimini di guerra commessi in Afghanistan da personale militare ed esperti dell’intelligence delle forze armate USA, da taliban e da militari afghani. Pareva aldilà di ogni ragionevole dubbio che fosse avvenuta una serie di crimini di guerra e contro l’umanità in Afghanistan fin dall’attacco a guida USA finalizzato a un cambiamento di regime nel 2002, seguito da molti anni di occupazione e continui combattimenti in mezzo a una popolazione ostile.

Si deve tener presente che Israele è altrettanto infuriato che la CPI dovesse affermare l’autorità del suo pubblico ministero, Fatou Bensouda, per indagare nelle imputazioni palestinesi di crimini di guerra e contro l’umanità commessi nei Territori Palestinesi Occupati di Cisgiordania, Est-Gerusalemme e Gaza. Tali imputazioni comprendono il trasferimento illegale di civili israeliani per istituire insediamenti nonché strutture amministrative che costituiscono violazioni alla proibizione penale sull’apartheid. Netanyahu, come il suo affine a Washington, ha chiesto che la CPI venga assoggettata a sanzioni per aver sferrato questo ‘pieno attacco frontale’ alla democrazia israeliana e in certa qual misura al ‘diritto del popolo ebraico a vivere in Israele’. Il primo ministro israeliano contende che Israele come stato sovrano ha diritto a difendersi come ritiene, e non debba essere impedito da obblighi di sorta di rispetto del diritto penale internazionale. Tale pretesa e le pratiche e politiche abusive seguitene da molti anni equivalgono a una inquietante affermazione di ciò che ho definito in altra sede ‘geopolitica da gangster’.

La rabbiosa ripulsa USA non si è peritata di contestare le imputazioni nella loro sostanza, ma di porre in questione l’autorità giurisdizionale della CPI, attaccando l’audacia di questo ente internazionale nel supporre di poter indagare e addirittura perseguire e punire i rappresentanti di uno stato tanto possente da non poter essere considerato in alcun modo internazionalmente tenuto a rendiconti di sorta. Quando la CPI stava indagando, e incriminando, solo leader africani, si sollevavano poche sopracciglia occidentali, ma recentemente quando la Corte finalmente ha osato trattare ugualmente gli uguali in accordo con la propria struttura legale — lo Statuto di Roma del 2000 — aveva talmente oltrepassato i suoi tacili limiti agli occhi di Washington e Tel Aviv da diventare una malfattrice essa stessa, e con tale logica stravagante, rendere l’istituzione e i suoi funzionari bersagli legittimi di sanzioni. Questo genere di ripulsa senza precedenti equivale a un rilevante rigetto del dominio globale della legge in quanto al crimine internazionale e a un puro tentativo di rammentare alle istituzioni internazionali che ‘impunità’ e ‘due pesi e due misure’ restano un’inderogabile norma operativa dell’ordine mondiale.

Parlando per il governo USA la risposta del segretario di stato, Mike Pompeo, ha ostentato in modo stupefacente l’hybris divenuta marchio globale USA ben prima che Donald Trump disonorasse il paese e nuocesse ai popoli del mondo durante il suo mandato presidenziale. La reazione di Pompeo all’approvazione unanime della richiesta del procuratore d’indagare nei crimini di guerra in Afghanistan è stata poco d’altro che cogliere l’occasione per insultare la CPI descrivendola come «poco più che uno strumento politico impiegato da élite internazionali irresponsabili». Una tale affermazione varca il confine dell’assurdità data l’abbondante documentazione dei numerosi crimini USA in Afghanistan (materia delle rivelazioni WikiLeaks del 2010 di Chelsea Manning che le sono costate la prigione) e in parecchi ‘siti neri’ di paesi europei dove vengono sistematicamente torturati e soggetti a stupro sospetti stranieri. Con buona pace di Pompeo, non sono le ‘élite internazionali’ a essere irresponsabili bensì le élite nazionali che gestiscono i governi USA e israeliano.

Il rigetto di Pompeo è stato un preludio all’emanazione da parte di Trump l’11 giugno di un ordine esecutivo che estendeva il precedente rifiuto di visto USA a Bensouda, e minacciava una varietà di mosse sanzionatorie dirette a chiunque sia collegato alla CPI e alla sua iniziativa, compreso il congelamento dei beni e la non concessione dei visti, non solo delle persone implicate, ma an che delle loro famiglie, col risibile pretesto che la prospettata indagine CPI stesse creando un’emergenza nazionale’ sotto forma di “insolita e straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”. Ciò prima dell’attuale crisi, Trump aveva detto all’ONU in un suo discorso del 2018 all’Assemblea Generale che «[…] la CPI non ha giurisdizione, legittimità né autorità… Non cederemo mai la sovranità dell’America a una burocrazia globale non eletta e non tenuta a render conto».

Per grezze che siano le parole e gli atti della manica di Trump, ci sono stati precursori quasi altrettanto sprezzante, specialmente durante la presidenza di George W. Bush, una campagna anti-CPI condotta da niente meno che John Bolton, che doveva diventare il notorio Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, ed è attualmente suo antagonista a causa del suo libro che pubblicizza una serie di illeciti di Trump suscettibili di denuncia penale. Ricordiamo che fu Bush a ‘s-firmare ’ lo Statuto di Roma che Bill Clinton aveva firmato per conto degli USA l’ultimo giorno della sua presidenza, ma alla condizione che il trattato non si sarebbe dovuto sottoporre al Senato per la ratifica e pertanto non essere applicabile, finché la CPI non si fosse dimostrata un attore responsabile con soddisfazione di Washington. Il Congresso intervenne per assicurarsi che il personale militare USA non venisse accusato di crimini internazionali sia minacciando un’azione preventive sia entrando in oltre 100 accordi con altri paesi per assicurare immunità alla giurisdizione CPI, accompagnati dalla minaccia di trattenere aiuti se un governo avesse rifiutato di concordare tali termini. Hillary Clinton osservò inoltre per qualche anno che, dato che gli USA erano più presenti globalmente che altri paesi, era importante essere sicuri che il proprio personale militare non venisse deferito alla CPI.

In altre parole, non-obbligo di render conto e due-pesi-e-due-misure hanno radici più profonde che l’estremo anti-internazionalismo di Trump. Si possono far risalire utilmente all’approccio ‘giustizia del vincitore’ verso i crimini di guerra durante la seconda guerra mondiale dove solo i delitti degli sconfitti furono soggetti a render conto nei tribunali di Norimberga e di Tokyo, cosa peraltro salutata come gran progresso nonostante le sue pecche – pur profonde considerato che è sostenibile che l’atto più orripilante durante i quattro anni di ostilità fossero le bombe atomiche sganciate sulle città giapponesi. Ci sono dubbi che se Germania o Giappone avessero battuto gli Alleati con la bomba, usandola contro città britanniche o USA e tuttavia perdendo la guerra, i responsabili di tali decisioni sarebbero stati tenuti a render conto e puniti aspramente? Altrettanto

Grave legalmente per certi versi fu il processo orchestrato dagli USA a Saddam Hussein e ai suoi più intimi consiglieri per i propri crimini di stato, benché la guerra del 2003 sia scoppiata per atti di aggressione degli USA e del Regno Unito, con i crimini conseguenti durante un’occupazione prolungata dell’Iraq. In altri termini, l’idea di impunità incondizionata per i crimini degli Stati Uniti è complemento di un’ipocrita tenuta a render conto per i leader dei paesi sconfitti in guerra dagli USA. Tale ‘eccezionalismo’ dovrebbe urtare la coscienza di chiunque abbia un senso dei concetti di equità e uguaglianza che dovrebbero essere valori cardine nell’applicazione del diritto penale internazionale.

Come ci si potrebbe aspettare, le ONG mainstream e i Democratici liberal non sono contenti di tali insulti e gratuiti ceffoni alle istituzioni internazionali dimostratesi prevalentemente utili nel perseguire le malefatte di leader non-occidentali, specialmente in Africa. Si deve tener presente che i paesi africani e i loro dirigenti sono stati i bersagli pressoché esclusivi delle iniziative CPI durante i suoi primi dieci anni ed è stato dall’Africa che si sono in precedenza sentite lamentele e minacce di ritirarsi dal trattato, ma dubito che l’immaginario del comprensibile dispiacere africano per l’implicito ethos che ‘i crimini bianchi non contano’ sia mai stato attraversato da idee sanzionatorie verso la CPI! David Sheffer, il diplomatico a capo della delegazione USA che negoziò lo Statuto di Roma per conto della presidenza Clinton, ma attento a preservare gli interessi geopolitici anglo-americani, ha così espresso l’opposizione liberal allo stile arrogante di ripulsa da parte di Trump: «L’ordine esecutivo [di Trump] verrà registrato nella storia come un vergognoso atto di paura e ritirata dal governo della legge».

In tale denuncia c’è un elemento d’ipocrisia per il mantenimento della storia d’imposizione unilaterale del diritto penale internazionale precedente a Trump. Effettivamente fu il presidente repubblicano prima di Trump a fare a cornate con la CPI qualche anno fa, ma l’ambivalenza del Congresso e dei Clinton fa parte di una coerente insistenza USA di quel che definirei ‘eccezionalismo negativo’, cioè il diritto di agire a livello internazionale senza obbligo di renderne conto ma essendo invece severi nei confronti della responsabilità altrui; impunità per i potenti, rendiconto per i deboli. Quest’eccezionalismo anglo-americano soleva accompagnarsi a un certo impegno alla decenza, ai diritti umani, e alla sovranità della legge che mancava altrove, e poteva servire da catalizzatore per la pace e la giustizia nel mondo. Tale auto-glorificazione è stata dismessa da tempo all’altare della geopolitica globale, che fa le regole mentre procede, mostrando disprezzo per i lacci legali ritenuti adatti per regolamentare gli avversari.


Richard Falk

Richard Falk è membro del TRANSCEND Network, studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton, Distinguished Research Fellow, Orfalea Center of Global Studies, UCSB, autore, coautore o editore di 60 libri e relatore e attivista per gli affari mondiali. Nel 2008, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha nominato Falk per due periodi di tre anni come relatore speciale delle Nazioni Unite sulla «situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967». Dal 2002 vive a Santa Barbara, in California, e si è associato con il campus locale dell’Università della California, e per diversi anni ha presieduto il Board of the Nuclear Age Peace Foundation. Il suo libro più recente è On Nuclear Weapons, Denuclearization, Demilitarization and Disarmament (2019).


EDITORIAL, 22 Jun 2020, #644 |Prof. Richard Falk – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


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