COVID19: catastrofe o opportunità di cambiamento? | Angela Dogliotti

All’emergenza climatica e a quella di milioni di rifugiati in fuga dalle devastazioni prodotte dalle guerre e dagli effetti del riscaldamento globale si è aggiunta in questi ultimi mesi quella sanitaria della pandemia da COVID19.

Come una goccia che fa traboccare il vaso, quest’ultima ha messo in evidenza tutte le fragilità delle nostre società opulente, dissipatrici, diseguali, aggressive verso ogni forma di rifiuto del sistema militare-industriale-scientifico dominato dal profitto e dal mercato senza regole.

Si può osservare, come hanno fatto alcuni, che molti altri sono i pericoli ai quali ci siamo assuefatti: dalle diverse forme di malattia, in alcuni casi di chiara origine ambientale, come certi tumori, alle numerose morti per incidenti stradali, alle guerre che in questo scorcio di secolo sembrano avere un andamento endemico e pervasivo in ampie aree del mondo.

Tuttavia la comparsa improvvisa e la diffusione rapida di un nemico invisibile, insidioso e sconosciuto, come il coronavirus, nei confronti del quale non ci sono ancora sufficienti difese e che perciò ci fa sentire impotenti e in pericolo, ha fatto osservare ad altri che dopo questa esperienza nulla potrà più essere come prima.

Probabilmente è vero, nel senso che questo virus scuote profondamente i miti del progresso e della crescita illimitata, la fiducia nella possibilità di controllo e di dominio da parte della tecno-scienza su tutto ciò che ci circonda, mettendo in discussione alcune fondamentali “certezze” e ribaltandone il significato.

Il primo concetto messo in discussione è quello di difesa: siamo abituati a pensare che la difesa sia “naturalmente” affidata alle armi e che la nostra “sicurezza” si difenda alzando muri, chiudendo porti e confini, ben pattugliati da eserciti e sistemi militari.

Ma di fronte a questo nemico invisibile le armi non servono. Anzi, si può osservare che proprio l’aver destinato grandi risorse alle spese militari, sottraendole ad esempio alla sanità e alla ricerca, ci rende più scoperti e indifesi.

Scopriamo, infatti, che nei confronti di questa emergenza il nostro sistema sanitario universalistico, che pure è uno dei migliori al mondo, vacilla e lamenta la mancanza di attrezzature, medici, strutture. Non siamo in grado di difenderci da questa aggressione perché ci siamo attrezzati a difenderci da altri “nemici”, drenando risorse importanti che ora ci mancano.

Il COVID19 ci insegna dunque che il modo migliore di creare sicurezza è avere una società organizzata in modo tale da rispondere ai bisogni di tutti, a partire dalle fasce più deboli ed esposte.

Una società di questo tipo saprà garantire anche le proprie “difese immunitarie” contro i pericoli, interni ed esterni, che possono minacciarla, sviluppando l’uso corretto del potere da parte di ciascuno, le capacità di autogoverno e di resilienza, nonché forme organizzate di difesa popolare nonviolenta che i movimenti per la pace da tempo propongono.

Un altro importante ribaltamento di significato è quello del concetto di isolamento.

Da Trump a Salvini a Orban, le destre sovraniste di tutti i continenti hanno rispolverato un nazionalismo pericoloso e fondato sulla cultura individualista imperante, legittimata dal pensiero unico neo-liberista.

“Prima gli Italiani” o “America first” crea un isolamento, una barriera tra noi e gli altri, visti come nemici che mettono in pericolo la nostra sicurezza e dai quali distinguerci e separarci. È un isolamento che chiude agli altri, di chi vuole difendere i propri privilegi, e i propri interessi, anche a scapito della propria umanità.

L’isolamento al quale ci costringe il COVID19, in un inedito contesto di rinuncia agli abituali rapporti con gli altri, ha invece una diversa connotazione. Serve sì a proteggere noi stessi, ma allo stesso tempo, protegge anche gli altri, perché nessuno sa se potrebbe essere un veicolo di diffusione dell’epidemia. “Io resto a casa” è dunque una scelta di responsabilità, protezione e cura verso se stessi e verso gli altri.

È stato osservato, infine, che il COVID19 non guarda in faccia nessuno, colpisce poveri e ricchi, giovani e anziani, al Nord come al Sud, non fa differenze di sorta, è… democratico.

Anche chi pensa di essere più forte, potente, attrezzato, in realtà è debole e fragile come tutti: non c’è ricchezza, potere, posizione che tenga…Tutti hanno bisogno dell’aiuto degli altri, perché

NESSUNO SI SALVA DA SOLO. È la rivincita della solidarietà contro l’individualismo.

Ecco, questo è il punto.  Riusciremo a realizzare, dopo questa emergenza, un diverso rapporto tra noi, con le altre specie e con l’ambiente che ci ospita?

Perché il rischio che si perdano i freni inibitori, scatenando reazioni distruttive è concreto, se non si comprende che queste emergenze, climatica, sanitaria, migratoria, ci obbligano a cambiare passo, restando umani, anzi, recuperando pienamente i valori più profondi di fratellanza, solidarietà, sobrietà che sostanziano una vera democrazia e aprono una possibilità di futuro sostenibile per tutti. Proprio come è avvenuto dopo il cataclisma della seconda guerra mondiale, quando si è avvertita l’esigenza di creare istituzioni, come le Nazioni Unite, che si ponessero come strumenti alternativi per la risoluzione delle controversie internazionali.  Sappiamo che in realtà l’ONU è una istituzione troppo debole e priva di reale potere nel gestire le relazioni internazionali.

Ma oggi la somma delle diverse emergenze crea una situazione ancora più drammatica e insostenibile e richiede scelte, provvedimenti e comportamenti più decisi e radicali da parte di tutti, a partire dai governi e dalle istituzioni internazionali, fino a ciò che coinvolge gli stili di vita di ogni cittadina e cittadino.

Una direzione di marcia è stata indicata da Gandhi, in modo lungimirante, diversi decenni fa:

“Nel mondo c’è quanto basta per soddisfare le necessità di ciascuno, ma non abbastanza per l’avidità di alcuni”.

4 risposte a “COVID19: catastrofe o opportunità di cambiamento? | Angela Dogliotti”

  1. Cara Angela,

    grazie per le tue riflessioni. Le condivido tutte ma con una precisazione. Il virus non fa distanzione – è vero – non fa distinzione tra ricchi e poveri. Ma avere danaro o non averlo, abitare in una villa o in una soffitta, magari senza ascensore, fa differenza, una differenza abissale.

    Differenza che diventa gigantesca se confrontiamo noi ' liberi' con i veri reclusi. I carcerati. E qui, collegandomi ai tuoi auspici, vorrebbe che finalmente – con una piccola, piccola dose di empatia – si capisse finalmente la ferocia – non trovo altra parola – della reclusione. Che si finisse di gridare come si legge sulla pessima stampa quotidiana, a condanna inflitta, troppo poco! Ho lavorato per anni nel carcere ma mi sarebbe bastato un giorno per capirne il non senso. Un mondo dove tutto negato salvo ciò che è concesso.

    Anche qui, il pensiero ai palestinesi. Qualcuno ha scritto: come si sta in prigione? Saluti da Gaza.

    Ciao

    Amedeo

    • concordo del tutto, Amedeo. In realtà avevo pensato io stessa di aggiungere che chi ha più denaro ha comunque più facilità, poi l'ho lasciato implicito e ti ringrazio per averlo aggiunto tu. Certamente ancor più vale per chi si trova in carcere…A presto, speriamo!
      Angela

  2. All’inizio dell’epidemia, una rappresentante dell’Organizzazione mondiale della sanità ha ricordato che di fronte a questa “siamo forti quanto è forte l’anello più debole della nostra catena”. Parafrasava forse Zygmunt Bauman che in Individualmente insieme (Diabasis, 2008) paragonando la società a un ponte spiega che, come la tenuta del ponte è determinata non dai pilastri più forti o dalla loro somma ma dalla capacità del pilastro più debole e può crescere solo insieme alla portata di quest’ultimo, così la fiducia e la ricchezza di risorse di una società si misurano dalla fiducia in sé e dalla disponibilità di risorse a disposizione dei suoi segmenti più deboli e cresce con il crescere di tali fattori. Paesi dal sistema sanitario zoppicante potrebbero essere travolti da un’ondata di ammalati che si è rivelata difficile da gestire perfino per un paese organizzato come la Cina ed è preoccupante capire come reagirà il sistema sanitario statunitense notoriamente classista e non universalistico se l’epidemia dovesse allargarsi anche in America.

    Molti “padroni a casa nostra” sono ora preoccupati perché le quarantene imposte dai paesi confinanti potrebbero fermare i braccianti stagionali provenienti dall’Europa dell’Est – soprattutto da Macedonia e Romania – per la prossima stagione di raccolta nelle regioni del Nord Italia. Bauman li ammonirebbe ricordando che questa situazione è anche colpa di un abbaglio dovuto alla lettura dei numeri del mondo solo in chiave economica e contabile e che “Il perseguimento di una società più coesa dal punto di vista sociale è la precondizione necessaria per la modernizzazione”.

    Quegli stessi politici che fino a pochi mesi fa perseguivano la criminalizzazione delle Ong, oggi ne cercano le competenze perché: “abbiamo bisogno delle migliori energie, qualsiasi contributo, da specializzandi a medici in pensione alle Ong, non solo è benvenuto ma assolutamente necessario” – cosi ha detto l’assessore al welfare della Lombardia, rispondendo all’offerta d’aiuto giunta da Medici senza frontiere ed Emergency dopo l’ammissione di crisi ed emergenza della struttura sanitaria regionale lombarda … che non è la migliore d'Italia ma la più ricca sì

  3. Dopo Angela e Amedeo, e la loro saggezza, non c'è molto da aggiungere. Seguiamo con responsabilità il fenomeno sociale e umano. Forse il fatto maggiore – non assicurato, ma importante possibilità – è la "riscoperta della società" dopo l'ubriacatura di individualismo: scopriamo gli altri, il bisogno che ciascuno ha degli altri, e la reciprocità, per cui io devo a te ciò che chiedo a te. Anche l'ambivalenza dell'altro: tu mi puoi contagiare, tu mi puoi curare E così io per te. E' la base di ogni etica umana, in tutte le culture, universale: la "regola d'oro". Può essere un passo di civiltà, di civilizzazione. Richiede un grande impegno di pensiero e di cuore, non minore dell'impegno sanitario. E' il riconoscimento di umanità, attraverso tutte le barriere etniche, culturali, politiche. E' possibile, se sappiamo capire e volere, insieme. Non solo riscoperta della società, ma riscoperta dell'umanità. Società planetaria. Il nuovo compito
    Aiutiamoci. Enrico

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