In Libano i profughi siriani rischiano la catastrofe | Olivier Turquet intervista Alberto Capannini

Alberto Capannini, Operazione Colomba: in Libano i profughi siriani rischiano la catastrofe
(Foto di Operazione Colomba)

Alberto Capannini è un volontario dell’associazione Papa Giovanni XXIII impegnato nell’Operazione Colomba in Libano dove la situazione umanitaria sta diventando drammatica.

Ci puoi spiegare perché la situazione in Libano per i siriani rifugiati si è recentemente aggravata?

In Libano, dalla formazione del nuovo governo al’ inizio di quest anno, si è scelta la parola d’ordine che la guerra in Siria è finita e che quindi il milione e passa di rifugiati siriani possono tornare; in particolare parti del governo presentano i siriani come persone che rimangono in libano per approfittare di condizioni favorevoli: aiuti da parte di UN e ONG che impediscono per motivi di convenienza il ritorno. Stiamo parlando di donne e bambini, l’80% vivono sotto le condizioni minime di povertà.

Qual è lo stato della guerra in Siria?

In realtà la situazione in Siria è pessima: la guerra non è finita, le condizioni di stato di polizia con arresti, sparizioni, torture e uccisioni in carcere e obbligo di arruolamento alla guerra (ad Idlib e periferia di Hama) sono esattamente come negli anni scorsi.

Nonostante le condizioni difficilissime che i siriani affrontano in Libano, preferiscono una povertà estrema alla guerra, alla persecuzione, alla morte.

Perché non termina l’offensiva a Idlib? Dove vanno i profughi che scappano da lì?

Siamo stati recentemente al confine turco con la zona di Idlib, abbiamo incontrato famiglie scappate da Idlib che hanno aspettato più di un mese alla frontiera, vivendo per strada,  per poter entrare in Turchia. I bombardamenti da parte delle forze governative siriane e dell’esercito russo hanno colpito numerosi ospedali e obiettivi civili. Nella zona di Idlib si calcola ci siano alcune decine di migliaia di combattenti, tra cui numerosi estremisti islamici e tre milioni di civili scappati dagli assedi precedenti. Per queste persone non c’è via di fuga, Idlib sembra essere l’ultima versione dello scontro tra potenze locali ed internazionali, evidentemente disinteressate della situazione dei civili. Anche il Papa nella sua recente lettera ad Assad richiama l’obbligo morale di non lasciare la voce alle armi e l’inumanità inaccettabile dei bombardamenti sulle persone inermi.

Puoi raccontarci qualche storia dei profughi siriani, cosa gli succede quando arrivano in Libano?

Il campo profughi in cui viviamo, nel nord dl Libano vicino al confine, ha accolto rifugiati da tutta la Siria, dall’assedio di Homs, di Aleppo, di Idlib. Come dicono di se stessi, queste persone sono scappate perché non volevano né uccidere né essere uccisi. Il nostro amico E., scappato dalla Siria perche non voleva combattere, è arrivato in Libano insieme alla sorella e alla sua famiglia. Alcuni combattenti dell’Isis hanno attaccato, uccidendoli, i soldati libanesi del villaggio in cui vive. E. ha portato la propria solidarietà alle famiglie libanesi che hanno perso i loro cari e per questo, per vendetta, è stato picchiato quasi a morte dai simpatizzanti dell’Isis.

Tra l’altro, il fatto che sia stato coinvolto come vittima in questa violenza, è il motivo per cui non ha ancora avuto dal governo italiano il visto per venire in Italia con i corridoi umanitari. E., come la maggioranza dei siriani che conosciamo, in Siria è stato arrestato e torturato in carcere: ogni giorno soffre per le ferite alle dita dei piedi inferte a martellate e per gli effetti delle torture con l’elettricità: non ha mai partecipato a manifestazioni, né è entrato a far parte di gruppi armati. Se tornasse in Siria sarebbe incarcerato nuovamente o mandato a morire al fronte, ma la propaganda in Libano dice che la guerra è finita, e i libanesi, come numerosi europei, non sanno più distinguere tra realtà e propaganda.

Qual è il lavoro che fate in Libano?

I volontari di Operazione Colomba vivono nelle tende di un campo profughi nel nord del Libano al confine con la Siria, condividono il freddo e il caldo e la condizione di precarietà delle tende. I bisogni principali delle persone sono l’accesso alle cure mediche e la possibilità di spostarsi liberamente: entrambi sono praticamente impossibili: per cui, vivendo al campo, accompagnamo le persone in ospedale o negli spostamenti, tentando di evitare che vengano arrestate. L’attività principale è partecipare ai corridoi umanitari con la Comunità di Sant’Egidio e la Federazione delle Chiese Evangeliche: questo ha permesso far arrivare in Italia in maniera sicura alcune migliaia di persone che altrimenti sarebbero probabilmente morte o in grande difficoltà.

La terza attività è diffondere e rendere possibile la Proposta di pace, pensata e scritta dai profughi con cui viviamo. Questa proposta prevede la creazione di zone umanitarie in Siria per il rientro sicuro delle pesone in rientro dal Libano, sotto la protezione della comunità internazionale: la pace in Siria non può essere lasciata a chi ha fatto la guerra, a chi l’ha distrutta.

Fonte: Pressenza Italia | 04.08.2019 – Olivier Turquet

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