Note sull’eccessivo disordine nella ricchezza | Paul Krugman

Come non ripetere gli errori del 2011

Fra un paio di giorni starò partecipando a una conferenza dell’Economic Policy Institute sull’“eccessivo disordine nella ricchezza” — i problemi e i pericoli creati dall’estrema concentrazione di redditi e patrimoni al vertice. Mi è stato chiesto un breve intervento prolusivo alla conferenza, sulle distorsioni politiche e di atteggiamento collettivo create dalla forte disuguaglianza, e ho quindi cercato di riordinare i miei pensieri, che tanto vale che presenti anche scritti per una più ampia disseminazione.

Mentre il discorso più comune verte sull’ “1%”, quel che più importa qui è il ruolo dello 0.1% o forse dello 0.01% — i veri ricconi, non i “patetici affannati di Wall Street da $400,000 all’anno” memorabilmente ridicolizzati nel film Wall Street. Si tratta cioè di un gruppo davvero minuscolo di persone, che però esercitano un’enorme influenza sulle politiche.

Da che proviene quest’influenza? Si parla sovente di contributi alle campagne [elettorali] che sono però solo un canale. In realtà identificherei almeno quattro modi in cui le risorse finanziarie di quella sparuta minoranza distorcono le priorità politiche:

  1. Corruzione grossolana. Ci piace immaginare che le bustarelle pure e semplici ai politici non siano un fattore importante negli Stati Uniti, ma si tratta quasi certamente di un fenomeno ben più corposo di quanto ci piaccia pensare;
  2. Corruzione garbata. Intendo i vari modi aldilà del peculato diretto con cui politici, funzionari pubblici, e persone comunque influenti sulle decisioni d’orientamento politico hanno opportunità di guadagnare finanziariamente promovendo politiche utili agli interessi o ai pregiudizi dei ricchi, ivi comprese le porte girevoli fra pubblica amministrazione e impieghi nel settore privato, posti da membri in fondazioni/istituti d’opinione, emolumenti dal circuito delle conferenze, e così via;
  3. Contributi a campagne (elettorali e/o d’orientamento pubblico);
  4. Sì, importano indubbiamente. Definizione dell’agenda [pubblica]: per una varietà di canali — proprietà di media, think tank, e la semplice tendenza a supporre che essere ricchi comporti anche essere saggi (sapere il fatto proprio) — quello 0.1% ha una capacità straordinaria di stabilire l’agenda per la discussione sulle politiche da intraprendere, in modi che possono essere anche nettamente incompatibili con una ragionevole valutazione delle priorità e con la pubblica opinione più in genere.

Fra questi, intendo soffermarmi sul quarto, non perché sia necessariamente il più importante — come detto, sospetto che la corruzione bruta sia un affare più grosso di quanto la maggioranza di noi immagini — ma perché è qualcosa di cui penso di sapere. In particolare, voglio focalizzarmi su un esempio specifico che per me e altri è stato un momento radicalizzante, una dimostrazione che la ricchezza estrema ha realmente degradato la capacità del nostro sistema politico di trattare problemi reali.

L’esempio che ho in mente è lo straordinario balzo nel buonsenso comune e nelle priorità politiche occorso nel 2010-2011, via dalla precedenza alla riduzione della gran sofferenza ancora in corso come postumo della crisi finanziaria del 2008, e verso la prevenzione del presunto rischio di crisi debitoria. Episodio ormai in collocazione nel passato, ma al momento straordinario e scioccante, nonché potenziale precursore facile della politica del prossimo futuro.

Diciamo prima delle circostanze economiche soggiacenti. All‘inizio del 2011 il tasso di disoccupazione U.S. era ancora del 9%, e quello a lungo termine in particolare era a livelli stra-ordinari, con oltre 6 milioni di cittadini U.S. senza lavoro da almeno 6 mesi. Brutta situazione economica, le cui cause tuttavia non erano un mistero. Lo scoppio della bolla speculativa sulle abitazioni e i susseguenti tentativi delle famiglie di ridurre il proprio debito, avevano condotto a una grave carenza di domanda aggregata. Nonostante tassi d’interesse bassissimi in termini storici, le aziende non erano disposte ad investire abbastanza da compensare la fase morta creata da questa ritirata delle gestioni famigliari. La scienza economica da manuale offriva chiarissimi consigli su che fare in tali circostanze. Si trattava esattamente del tipo di situazione in cui la spesa [pubblica] a deficit soccorre l’economia, fornendo la domanda non fornita dal settore privato. Purtroppo, il sostegno fornito dalla Legge sulla Ripresa e il Reinvestimento Americani — lo stimolo di Obama, che era inadeguato ma aveva almeno smorzato gli effetti del crollo — ebbe il suo picco a metà 2010 e stava venendo a mancare bruscamente. Così la mossa ovvia, da Economia 101, sarebbe stata attuare un’altra serie significativa di stimoli. Dopo tutto, il governo federale era ancora in grado di farsi prestare denaro a lungo termine a tassi reali d’interesse quasi a zero.

Comunque, in qualche modo nel corso del 2010 emerse un consenso in ambito politico e mediatico sui temi più importanti da affrontare di fronte al 9% di disoccupazione, e cioè … riduzione del deficit e “riforma dei diritti d’accesso [all’intervento pubblico], cioè tagli alla Sicurezza Sociale e all’Assistenza Medica. E dico consenso a ragion veduta. Come fece notare Ezra Klein, “le regole di neutralità nel riferire non valgono quando si tratti di deficit”. Citava, ad esempio, Mike Allen che chiedeva ad Alan Simpson ed Erskine Bowles “se credessero che Obama avrebbe fatto ‘la cosa giusta’ sui diritti d’accesso ai servizi — dove ‘la cosa giusta’ voleva chiaramente dire ‘tagliare i diritti’.”

E donde proveniva questo consenso? Per la verità, il pubblico generale non s’è mai inoltrato nella economia keynesiana; per quanto ne so, la gran parte degli elettori se interpellata risponde sempre che il deficit di bilancio dev’essere ridotto. Nel novembre 1936, giusto dopo la rielezione di FD Roosevelt, Gallup chiese agli elettori se la nuova amministrazione avrebbe dovuto pareggiare il bilancio; 65% disse di sì, solo 28% no. Ma gli elettori tendono ad attribuire una priorità relativamente bassa ai deficit in confronto con i posti di lavoro a l’economia. E propendono in modo preponderante a spendere di più per la sanità e la Sicurezza Sociale.

I ricchi sono però differenti da voi e me. nel 2011 i politologi Benjamin Page, Larry Bartels, e Jason Seawright riuscirono a studiare un gruppo di ricchi nell’area di Chicago, trovando differenze stridenti fra le priorità politiche di tale gruppo e quelle del vasto pubblico. I deficit di bilancio erano in cima alla lista di problemi che consideravano “molto importanti”, e un terzo di essi li considerava addirittura il problema “più importante”. Gli intervistati espressero preoccupazione anche per la disoccupazione e l’istruzione, che però “figuravano rispettivamente al secondo e terzo posto a distanza tra le preoccupazioni degli americani ricchi”.

E quando si trattava dei diritti ai servizi, le preferenze di corso politico dei ricchi erano chiaramente difformi da quelle del pubblico generale. Con ampi margini, gli elettori medi volevano espandere la spesa sulla sanità e la Sicurezza Sociale. Con margini quasi equivalenti, i ricchi volevano ridurre la spesa sugli stessi programmi.

Allora qual è l’origine del consenso da buonsenso convenzionale che emerse nel 2010-2011 — un consenso così straripante che giornalisti quotati abbandonarono le convenzioni della neutralità di chi riferisce descrivendo l’austerità come l’ovvia “cosa giusta” da farsi per i politici? Accadde, essenzialmente, che l’establishment politico e mediatico interiorizzasse le preferenze degli estremamente ricchi.

Orbene, il 2011 fu un caso specialmente drammatico di come questo accada, ma non fu il solo. Nel loro recente libro “Billionaires and Stealth Politics” [Miliardari e politica furtiva] Page, Seawright, e Matthew Lacombe evidenziano gli effetti durevoli dell’influenza politica plutocratica sul dibattito della Sicurezza Sociale: “Nonostante il forte sostegno da quasi tutti gli americani alla protezione ed espansione dei benefici della Sicurezza Sociale, per esempio, l’intensa campagna di decenni per ridimensionare o privatizzare la Sicurezza Sociale guidata dal miliardario Pete Peterson e i suoi ricchi alleati pare aver avuto un ruolo nello sgominare ogni possibilità di espandere la copertura della Sicurezza Sociale. Invece, gli Stati Uniti si sono ripetutamente avvicinati (anche con i presidenti Democratici Clinton e Obama) a ridurne effettivamente la copertura nell’ambito di un ‘grande accordo’ bipartitico riguardo al bilancio federale”.

Ed ecco il punto: senza voler romanticizzare la saggezza dell’uomo comune, non c’è assolutamente ragione di credere che le preferenze sulle tendenze politiche dei ricchi si basino su una comprensione superiore di come funziona il mondo. Al contrario, i ricchi erano ossessionati dal debito e disinteressati alla disoccupazione di massa in un periodo in cui i deficit non erano un problema — erano anzi parte della soluzione — mentre lo era di certo la disoccupazione.

E la diffusa credenza fra i ricchi che dobbiamo elevare l’età di pensionamento si basa, letteralmente, sull’incapacità di capire come vive (o anzi: stenta) l’altra metà. Sì, l’aspettativa di vita a 65 anni è aumentata, ma soprattutto per la quota superiore dei percettori di reddito. I cittadini meno benestanti, che sono appunto coloro che dipendono prevalentemente dalla Sicurezza Sociale, hanno fruito poco della più lunga aspettativa di vita, e non c’è quindi giustificazione per costringerli a lavorare più a lungo.

Donde provengono le preferenze dei ricchi? Non c’è da essere un rozzo marxista per riconoscerci un forte elemento d’interesse di classe. La spinta all’austerità era chiaramente collegata al desiderio di ridurre lo stato soggetto di redistribuzione (fiscalità e trasferimento), che in tutti i paesi progrediti, anche l’America, è una forza significativa di redistribuzione dai cittadini ricchi a quelli con redditi minori.

Si possono considerare i veri obiettivi dell’austerità in un paio di modi. Primo, in confronto con altri paesi progrediti, gli U.S. hanno tasse basse e bassa spesa sociale, eppure quasi tutta l’energia  degli auto-proclamati falchi del deficit si è spesa in richieste di spesa ridotta anziché tasse aumentate. Secondo, colpisce quanta meno isteria da deficit sentiamo adesso rispetto a sette anni fa. Il deficit di bilancio per la piena occupazione adesso è più o meno altrettanto grande, come quota del PIL, che a inizio 2012, quando la disoccupazione era ancora sopra l’8%. Ma questo deficit, benché molto meno giustificato da considerazioni macroeconomiche, fu creato da tagli fiscali — e in certo modo i falchi del deficit se ne stanno piuttosto tranquilli.

Senza dubbio molti ricchi sostenitori delle riduzioni fiscali per sé stessi e riduzioni di benefici per gli altri riescono a convincersi che ciò va nell’interesse di tutti. La gente è in generale bonaria rispetto a quel tipo di auto-illusione. Resta il fatto che i ricchi, in media, spingono per politiche che li beneficiano anche quando, sovente, nuocciono all’economia nel suo insieme. E null’altro che la ricchezza dei ricchi è quel che dà loro il potere di ottenere molto di quel che vogliono.

Che cosa implica questo nell’avanzare? In primo luogo, a breve termine, sia durante il turno elettorale del 2020 sia dopo, sarà davvero importante procedere come mandria nei confronti dei politici centristi e dei media, e non permettergli di innescare un altro 2011, trattando le preferenze politiche dello 0.1% come la Cosa Giusta opposta a quella che vuole una certa piccola classe di persone. C’è un elenco piuttosto nutrito di cose recentemente richieste dai progressisti, che i soliti sospetti cercheranno di convincere tutti che siano idee forsennate che nessuna persona seria sosterrebbe, ad esempio

  • Un’imposta massima del 70%
  • Una tassa di ricchezza su grossissimi patrimoni
  • Assistenza infantile universale
  • Spese finanziate in deficit per infrastrutture

Non c’è da sostenere qualunque o tutte quante queste idee di orientamento politico per riconoscere che sono qualcosa di diverso da pazzie. Sono, di fatto, sostenute dalla ricerca di alcuni fra i massimi esperti economici mondiali. Qualunque giornalista o politico centrista che li tratti come ovviamente irresponsabili sta facendo un altro 2011, interiorizzando i pregiudizi dei ricchi e trattandoli come fossero dati di fatto.

Ma pur se la vigilanza può mitigare il grado con cui i ricchi possono definire l’agenda politica, alla fine il grosso denaro troverà un modo che lo soddisfi — a meno che ci sia meno grosso denaro, tanto per cominciare. Quindi ridurre l’estrema concentrazione dei redditi e dei patrimoni non è solo una cosa desiderabile per motivi sociali ed economici. E anche una misura necessaria verso un sistema politico più sano.


Paul Krugman è entrato al New York Times nel 1999 come articolista battitore libero e continua come professore d’Economia e Affari Internazionali all’Università di Princeton. Ha insegnato a Yale, al MIT e a Stanford. È autore o redattore-capo di 20 libri e oltre 200 documenti in riviste professionali e volumi redatti. Ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2008.


NOBEL LAUREATES, 1 Jul 2019 | Paul Krugman | Nobel Economics Laureate – The New York Times

Titolo originale: Notes on Excessive Wealth Disorder

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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