Come possono degli alleati proteggere le comunità minacciate dalla violenza? | George Lakey

Un alleato bianco marcia con i lavoratori sanitari in sciopero a Memphis nel 1968. (Flickr)

Una delle tattiche preferite dell’estrema destra è attaccare le comunità oppresse per scoraggiarle dal difendersi. Milo Yiannopolous e Ann Coulter spiccano fra le celebrità per aver fatto questo a parole, mentre nuovi gruppi come i Proud Boys e vecchi gruppi come il Ku Klux Klan lo fanno fisicamente.

Quando chi non è preso di mira mostra qualche forma di solidarietà, i movimenti progressisti hanno migliori possibilità di crescere. All’inizio degli anni ’70, i gay subirono un’ondata di aggressioni fuori dai bar del quartiere gay di Philadelphia, perché avevano conseguito notorietà per le campagne in favore dei loro diritti. Io tenevo dei seminari nonviolenti per la Gay Activist Alliance su come rispondere agli aggressori. Ricordo quanto mi commossi, quando anche degli eterosessuali si presentarono ai seminari.

Nella fiera storia del progresso LGBTQ, gli eterosessuali svolsero il ruolo di alleati, anche quando ciò li metteva, in un modo o nell’altro, in difficoltà. Essi seguivano la stessa via dei bianchi che avevano rischiato, unendosi alle azioni per i diritti civili, anche se talvolta venivano picchiati più duramente dei loro compagni neri, perché considerati “traditori della razza”. Un esempio è rappresentato nel film di Danny Glover Freedom Song, la storia dell’ingresso dello Student Nonviolent Coordinating Committee nel territorio del Klan nel Mississippi.

Evitare la “sindrome del salvatore bianco”

A partire dai primi anni ’80, i liberal e i progressisti negli USA svilupparono un atteggiamento difensivo. Quando l’élite economica iniziò il suo feroce contrattacco, simboleggiato dal licenziamento dei controllori del traffico aereo da parte del presidente Reagan nel 1981, per sconfiggere il loro sindacato, la maggior parte dei principali movimenti progressisti degli anni ’60 e ’70 diventò reattiva. Essi decisero di concentrarsi sul mantenere le conquiste già ottenute.

Un’eccezione coraggiosa fu il movimento LGBTQ, che rimase all’offensiva e continuò ad ottenere vittorie. Gli altri – lavoratori, diritti civili, donne, riformatori della scuola – videro l’erosione delle loro conquiste, cosa che succede quando si sta sulla difensiva.

Il nuovo atteggiamento difensivo dei progressisti rende attraente l’affermazione degli antifascisti di difendere le comunità vulnerabili. Per esempio, a un attivista della classe media, che sta cercando di difendere le conquiste precedenti, sembrerà più che naturale applicare lo stesso metodo a una nuova causa di politica identitaria. Dopo tutto, se la vostra identità collettiva include dei privilegi, non dovreste affrettarvi a difendere un gruppo che è più oppresso? Non è semplicemente “buon senso”?

Purtroppo, c’è un problema in questo nuovo modo di pensare dei progressisti: stare sulla difensiva significa stare da una parte debole di per sé. Ma questo non è l’unico problema dello stare sulla difensiva – c’è anche quello della relazione sempre complicata fra un gruppo oppresso e i suoi alleati.

Come spesso succede quando si cerca di fare chiarezza sull’oppressione, troviamo che sia il classismo sia il patriarcato si sono insinuati nella discussione. La stessa espressione “comunità vulnerabili” è un segnale; le parole suggeriscono che io, l’alleato privilegiato, credo che gli altri – come comunità – siano più deboli e abbiano bisogno di protezione.

È molto più diretto reagire quando sono minacciati degli individui. Ho condiviso racconti di interventi in situazioni in cui qualcuno era attaccato o minacciato. Fortunatamente, il mio collega insegnante George Willoughby era vicino e intervenne in modo nonviolento quando fui minacciato con un coltello da uno studente infuriato.

Interveniamo in quelle situazioni non perché siamo privilegiati, ma perché possiamo essere utili.

Ciò che non aiuta è associare la “vulnerabilità” a un’identità collettiva. Il dizionario Collins definisce la parola vulnerabile come “debolezza”. Il solo atto di descrivere i gruppi oppressi come bisognosi di aiuto da parte mia, “il più forte”, si adatta molto bene al classismo, al razzismo e ad altri condizionamenti oppressivi.

La realtà è che la maggior parte delle vittorie per la giustizia, nonostante l’opposizione dell’élite economica, sono state ottenute soprattutto dagli oppressi, non dai privilegiati. Sulla base dei risultati, i più vulnerabili sono stati i più forti.

Alcuni uomini presero parte ai movimenti per il voto alle donne, ma la maggior parte del lavoro duro fu svolto dal “sesso debole”. Nel caso degli USA, furono le donne che picchettavano la Casa Bianca ad essere picchiate, non gli uomini, e la loro volontà di rispondere in modo nonviolento cambiò la politica di una nazione in guerra.

Imparare a fidarsi dell’“istinto materno”

Imparai questa frase da uno studente nero quando insegnavo alla Martin Luther King School of Social Change. Poiché gli oppressi hanno sperimentato così tanti maltrattamenti e sono sopravvissuti, molti di loro hanno un istinto finissimo su come trattare i loro oppressori.

Affidai la mia vita a questo istinto, quando – nel 1989 – entrai a far parte del primo gruppo di Pace Brigades International, o PBI, in Sri Lanka. Il nostro compito era fare da guardie del corpo disarmate per gli avvocati minacciati di morte perché difendevano i diritti umani degli attivisti.

Ognuno di noi seguiva le istruzioni dell’avvocato a cui era stato assegnato. In un caso, mi fu detto di vivere con la famiglia dell’avvocato e di rispondere a chi suonava il campanello di notte dopo il coprifuoco, nel caso si trattasse di una banda di sicari, venuti per uccidere l’avvocato. Qualsiasi tattica dilatoria avessi usato, rafforzata dal mio privilegio di essere un bianco americano, avrebbe potuto dargli il margine di sicurezza di cui abbisognava. Egli concordò prontamente con la linea di condotta di PBI, di chiudere a chiave le sue armi, nella convinzione che un intervento nonviolento gli avrebbe dato più possibilità di una sparatoria.

Dopo che mi fui trasferito nella sua casa, mi portò “in società”, a bere il tè con la famiglia di un collega. Sulla via del ritorno, mi disse che il collega conosceva il capo della banda dei sicari. “Entro stasera”, disse “il capo saprà tutto di PBI e delle possibili ripercussioni se mi uccide. Ci penserà due volte prima di mandare un’altra banda”.

La mossa tattica immediata dell’avvocato mi ha ricordato ancora una volta una delle ragioni per cui gli oppressi hanno così spesso preso la guida di sommovimenti nonviolenti. Il loro stato di subordinazione li incentiva a cercare sottili dinamiche che forniscano aperture, modi di progredire, pur rimanendo al sicuro.

Io posso testimoniarlo. Quando, nella mia città, scoppiò l’epidemia di aggressioni ai gay, avrei voluto che alleati eterosessuali venissero armati nel quartiere gay per proteggere noi, la “comunità vulnerabile”? Certamente no!

Come gay in lotta negli anni ’70, l’ultima cosa che volevo era che alleati ben intenzionati si armassero per proteggermi. Avevo amici gay che erano stati aggrediti e conoscevo lesbiche e gay che erano stati uccisi. Il nostro movimento scelse tattiche nonviolente perché, a nostro giudizio, sarebbe stato più probabile che un numero maggiore di noi fosse ferito gravemente o ucciso se avessimo usato la violenza per “proteggerci”.

Ciò assomiglia alle congregazioni ebraiche di oggi, che, dopo il massacro di Squirrel Hill a Pittsburgh, rifiutano di usare guardie armate, anche perché credono che affidarsi alla comunità di alleati nonviolenti sia più sicuro che rischiare la possibilità di un crescendo di violenza con i gruppi antisemiti violenti.

La scelta istintiva dell’avvocato dello Sri Lanka e di altri difensori dei diritti umani di affidarsi per la sopravvivenza ad un intervento nonviolento è stata confermata empiricamente. Ormai da decenni, PBI e altri peacekeeper civili disarmati operano in situazioni violente, salvando la vita delle persone.

La violenza è un’accetta quando servirebbe un bisturi

Il proposito degli alleati ben intenzionati di assistere le comunità minacciate è reso più difficile dalla violenza. Come dimostrato dagli esempi precedenti, gli alleati delle popolazioni oppresse otterranno di più abbandonando l’atteggiamento da “papà ne sa di più” e rispettando le conoscenze istintive di sopravvivenza dei membri della comunità in grado di vedere le sottigliezze e, quindi, di apprezzare il valore di un intervento creativo nonviolento.

La violenza è tutto tranne che fine; anzi, è uno strumento talmente grossolano che spesso porta a situazioni fuori controllo. Cornell West fu salvato quando antifascisti armati arrivarono in suo soccorso a Charlottesville, Virginia, quando egli e altri pastori furono circondati da suprematisti bianchi minacciosi. Tuttavia, poiché la risposta violenta di solito amplifica lo scontro, i pastori avrebbero potuto, invece, essere feriti o uccisi dal fuoco incrociato.

D’altronde, nel caos crescente, altri antirazzisti furono feriti e uccisi a Charlottesville. Speriamo che il professor West, la prossima volta che si troverà in una situazione rischiosa, si assicuri che chi interverrà conosca le tattiche nonviolente e sappia come smorzare le tensioni invece di aumentare il caos.

Come il movimento dei diritti civili ha imparato con successo in numerose situazioni di minacce violente dei suprematisti bianchi, tattiche dirompenti possono essere efficaci quando ne abbiamo il controllo. Ciò significa, per esempio, svolgere la nostra azione nonviolenta diretta come parte di una campagna strategica, come a Birmingham, Selma e nel Mississippi. Il caos, al contrario, non è nostro amico. Anche l’esperimento dei Deacons of Defense armati, formati da altri neri, fu problematico.

Che ne direste di vincere?

Nella comunità LGBTQ, vogliamo qualcosa in più dell’aiuto contro il bullismo e le minacce violente alla nostra vita che abbiamo sopportato. Vogliamo anche ottenere l’uguaglianza. Chi è in una comunità oppressa, pronto a lottare, sa che ci sono dei rischi, vorrebbe minimizzarli e, in più, vuole scegliere una strategia che massimizzi le possibilità di vittoria.

Le studiose di scienze politiche Erica Chenoweth e Maria J. Stephan hanno scoperto, nel loro campione di 323 casi di lotte di massa, che l’avversario ha risposto con la repressione violenta nell’88% dei casi – in lotte sia violente sia nonviolente. Il potere e i privilegi dell’avversario erano comunque minacciati, indipendentemente dal tipo di azione del movimento. Tuttavia, le campagne nonviolente, che hanno risposto alla repressione con tattiche nonviolente, hanno aumentato le loro possibilità di vittoria del 22%.

In altre parole, se i vostri obiettivi sono sufficientemente consistenti, aspettatevi sofferenze, indipendentemente dai mezzi che usate. Scegliere di rispondere con la nonviolenza aumenta le probabilità che le sofferenze portino maggiore giustizia alla vostra comunità. Il mio nuovo libro, “How We Win”, si prefigge di massimizzare le vostre probabilità di vittoria, attingendo a un secolo di campagne di successo per ricavarne lezioni applicabili specificamente all’attuale momento politico.

Il movimento per i diritti civili, precedendo gli studiosi di scienze politiche, credette che una disciplina nonviolenta avrebbe aumentato le sue probabilità di successo nell’affrontare la violenza terrorista. La stragrande maggioranza dei partecipanti neri nel Profondo Sud fece affidamento sulla disciplina nonviolenta invece che sull’autodifesa violenta. Il movimento ottenne i suoi maggiori successi nella parte degli USA dove era peggiore la violenza contro di esso.

La consapevolezza di come vincere è viva e vegeta anche oggi. Il 22 novembre 2015, cinque membri di Black Lives Matter furono uccisi con armi da fuoco da suprematisti bianchi, durante una dimostrazione a tarda notte presso una stazione di polizia a Minneapolis.

Al contrario del movimento che chiedeva ai membri, in maggioranza bianchi, di Standing Up for Racial Justice, o SURJ, di fornire protezione armata per dimostrazioni continue, Black Lives Matter alzò il suo livello di confronto nonviolento. Si organizzò una marcia in massa dalla stazione di polizia al Municipio. Invece di fare affidamento su maschere (che sono un segnale di paura), gli organizzatori cominciarono la marcia circondando la stazione e incitando i dimostranti a “far vedere loro la faccia, fargli sapere chi c’è qui”.

I suprematisti bianchi desistettero e non continuarono ad attaccare le azioni della campagna. L’aspettativa che le pallottole avrebbero intimidito i neri e fermato la loro campagna non funzionò per niente, e gli alleati bianchi collaborarono a questo risultato.

Questa è solo una delle tante storie in cui comunità oppresse hanno aperto la strada, innovando le risposte non violente agli attacchi, risposte che non solo hanno diminuito il numero di ulteriori vittime, ma hanno anche dato una forte spinta alle campagne. Gli antifascisti e tutti noi dovremmo imparare da queste innovazioni.


George Lakey è stato attivo per sessant’anni in campagne di azione diretta. Recente pensionato dello Swarthmore College, ha facilitato 1500 workshop in cinque continenti e guidato progetti di attivisti a livello locale, nazionale e internazionale – il più recente con l’Earth Quaker Action Team. Oltre a molti altri libri e articoli, è autore di “Strategizing for a Living Revolution” (“Strategie per una rivoluzione viva”) nel libro di David Solnit “Globalize Liberation” (“Globalizzare la liberazione”), edizioni City Lights, 2004. Il suo libro del 2016 è “Viking Economics” (“Economia vichinga”) e, in dicembre 2018, la casa editrice Melville House ha pubblicato “How We Win: A Guide to Nonviolent Direct Action Campaigning” (“Come vinciamo: guida alle campagne nonviolente di azione diretta”).


Living Revolution, 5 febbraio 2019
Titolo originale: How can allies protect communities threatened with violence?
Traduzione di Franco Malpeli per il Centro Studi Sereno Regis

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