La zattera non è la riva. Dialogo per una consapevolezza buddhista-cristiana | Recensione di Giorgio Minneci

Thich Nhat Hanh, Daniel Berrigan, La zattera non è la riva. Dialogo per una consapevolezza buddhista-cristiana, Lindau, Torino 2015, pp. 200, € 21,00

Era il 1974, la guerra del Vietnam sarebbe finita l’anno successivo, gli equilibri mondiali, che prima poggiavano sulla dicotomizzazione statunitense-sovietica, cominciavano a prendere forme e confini differenti, la cultura dei consumi era vista come esempio vincente di un mondo in cui la libertà, di scelta o consumo (il confine è labile), diventava paradigma di democrazia.  Eppure, in uno scenario in cui il posto degli essere umani nel mondo pareva disintegrarsi – posto, questo, necessario ora ai burattinai che, seguendo il credo della potenza, della distruzione e della vittoria, avevano come fine quello di ridisegnare, a prescindere dall’umano e dall’umanità, gli assetti geopolitici – due personalità, oserei dire eccezionali, hanno trovato la voglia, il tempo e il desiderio di incontrarsi e di fondere le loro anime in una relazione che ha dato vita a un’opera che travolge e sconvolge il lettore.

            La zattera non è la riva è la raccolta delle conversazioni che Thich Nhat Hanh (monaco buddhista vietnamita e candidato al Nobel per la pace nel 1967) e Daniel Berrigan (sacerdote gesuita statunitense, attivista per la pace, poeta e drammaturgo) hanno sostenuto a Parigi più di quarant’anni fa. Un incontro di menti e spiriti profondi, uno spessore umano raro.

Al termine della lettura di quest’opera, mi sembra più che mai attinente e realizzata quella che Martin Buber definiva «relazione Io-Tu»: una relazione in cui riconoscimento e rispetto reciproco fra i due membri è esempio e concretizzazione di una piena umanità. L’incontro fra i due, infatti, non si configura come il risultato di uno sterile idealismo o di lontane speculazioni teologiche-filosofiche; è invece intrinsecamente orientato e finalizzato alla creazione e al sostegno di «comunità resistenti» – resistenza al vortice lacerante, disumanizzante e imperante nell’ideologia bellica e massificante novecentesca – di cui si parla nell’ultimo capitolo del libro. Una resistenza «contro tutto ciò che assomiglia alla guerra, perché vivendo nella società moderna si ha la sensazione di non riuscire a mantenere facilmente la propria integrità, la propria pienezza» (T.N.H. p. 164) per creare una comunità che non fallisca perché manca di «immaginazione, di contatto spirituale, di anima, di un senso dell’altro, del potere e del coraggio di muoversi assieme e di vivere assieme» (D.B. p. 176).

Il filo conduttore che accompagna il lettore alla presa di coscienza della necessità, in un mondo in cui si è trascinati dalla corrente senza averne i mezzi per contrastarla, di fondare delle «comunità resistenti», passa attraverso la costruzione di una consapevolezza buddhista-cristiana che si concretizza nell’analisi e in una teoresi affacciata, costantemente, a un risvolto pratico di tematiche differenti. L’impostazione del libro e la sua suddivisione in dieci capitoli segue tale percorso.

Oltre al decimo capitolo sulle «comunità resistenti» il cammino che il lettore può seguire passa dal tema della morte a quello dell’esilio e dell’immolazione, dal rapporto fra governo e religione a quello che quest’ultima intrattiene con l’economia, dalla relazione fra sacerdoti e prigionieri alla comparazione fra Gesù e Buddha. Colui che si approccia a quest’opera non è obbligato a seguire il percorso tracciato, ma può permettersi di concentrarsi, o meno, su uno degli argomenti nominati. Tuttavia, la consapevolezza alla quale le conversazioni di Thich Nhat Hanh e Daniel Berrigan tendono, necessita, a parer mio, di mantenersi nei binari prestabiliti. Tali binari non devono essere visti come mera costrizione e lesione della libertà del lettore di approcciarsi al testo, ma come costruzione – consapevole e critica – di una coscienza della propria posizione, di quella dell’ideologia in cui ci si trova e di quella dei governi e delle religioni da cui derivano le narrazioni del reale stesso, le interpretazioni della realtà date come assodate e inconfutabili. La nostra posizione e, di conseguenza, consapevolezza nel mondo, dipende dal poterci districare dalla massa di informazioni  (e deformazioni) cui siamo esposti poiché «un pubblico ben informato può cambiare le cose. […] A volte le persone sono così confuse dalla massa di informazioni e notizie che gli vengono fornite da diventare incapaci di agire; sono paralizzati» (D.B. pp. 100-101). Senza dover sfociare quindi in un’impotenza dal sapore derridiano, l’uomo deve saper tradurre e smascherare la realtà ingannatrice. Una realtà, questa, distorta anche e, soprattutto, a causa della religione.

Questo credo sia il punto più saliente dell’intera opera e, contemporaneamente, condizione di possibilità per capirne il titolo. «La zattera non è la riva» è un’affermazione che vuole scuotere l’uomo, per fargli capire che le credenze, i culti e le certezze che abbiamo, le parole che leggiamo e che ci vengono trasmesse, non sono il fine della nostra vita, ma i mezzi attraverso cui, nell’agitazione di acque oscure e profonde, giungere a terre e luoghi più sicuri. Attenzione però: come una zattera, se i mezzi sono poco resistenti, possono farci affondare. Ancorarsi al proprio credo con un atteggiamento dogmatico non permette di cogliere né Gesù, né Buddha: «Il Buddha partì dall’idea del non-sé, una reazione forte al tempo in cui viveva. Ma molti buddhisti pensano che il non-sé, il non-Atman, sia il fondamento di tutte le verità. In questo senso, pensano che un mezzo sia il fine, che la zattera sia la riva, che il dito puntato sia la luna. Ci deve essere qualcosa di più importante del non-sé, ed è il non essere attaccati né al sé, né al non sé» (T.N.H. pp. 152-153). Era il 1974.

Oggi è il 2018. Eppure, in quarantaquattro anni, le parole dei due autori non hanno perso di attualità. Un libro scomodo per alcuni versi, un’opera fastidiosa per altri, conversazioni che decostruiscono le fondamenta di alcune nostre certezze. Tuttavia, non è dall’approvazione che il pensiero parte, ma è dalle divergenze che la critica e il fondamento possono trovare terreno fertile. Un libro che supera le tradizioni, che non si adatta. Un libro come il protagonista de Lo straniero di Camus che «ha osato attaccare le convenzioni, un modo educato di affrontare le cose; e che quindi deve morire» (D.B p. 72). La morte delle loro parole, tuttavia, tentata attraverso l’arresto di Berrigan e l’esilio di Thich Nath Hanh, non potrà realizzarsi finché nel mondo la speranza attiva e concreta di una salvezza dalla schiavitù, dalla violenza e dall’individualizzazione, dal dio denaro e dalla brama di potere, continuerà ad ardere. Questo è il fine di tale opera.

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