Il Regno Unito, il nucleare, e le connessioni nascoste | Elena Camino

La produzione di elettricità

L’Inghilterra è una delle potenze nucleari mondiali. La World Nuclear Association fornisce informazioni dettagliate sul versante dell’uso civile dell’energia nucleare da parte del Regno Unito, che ha in funzione 15 reattori, i quali generano circa il 21% dell’elettricità. Quasi metà delle centrali tuttavia è ormai obsoleta, e la produzione dovrà dimezzarsi entro il 2025. Il Paese dispone di impianti completi di ciclo del combustibile, inclusi grandi impianti di ritrattamento.
Il Regno Unito ha portato avanti un processo di valutazione molto approfondito per i nuovi progetti di reattori e la loro ubicazione, ha privatizzato la produzione di energia elettrica e liberalizzato il mercato. Dal 2015 il governo ha individuato nuove priorità per la produzione energetica, tra cui una significativa espansione della produzione da fonti nucleari. Secondo affermazioni governative, “gli oppositori al nucleare non tengono conto dei dati scientifici: il nucleare è sicuro e affidabile. La sfida – come con altre tecnologie che producono poca CO2 – è di fornire energia nucleare a basso costo. Energia verde deve essere energia a basso prezzo”.

Secondo il governo, dopo anni di insufficienti investimenti nel settore, le cose stanno cambiando, con la progettazione di una nuova centrale nucleare, Hinkley Point C, che inizierà a funzionare a metà degli anni 2020.

Bristol e Hinkley Point

The Bristol Cable è una cooperativa pionieristica che si occupa di comunicazione: ne sono proprietari più di 1700 membri, e tutti hanno il diritto di esprimere la loro idea su come viene gestito il servizio. Questa cooperativa produce una rivista, cura un sito, e propone ai suoi membri dei corsi di formazione sui media. Il suo obiettivo è di ridefinire il controllo dei media, togliendolo alle grandi compagnie per restituirlo alla società civile. La cooperativa propone notizie locali che siano critiche e rilevanti, e invita i lettori a partecipare con le loro indagini, relazioni e domande. In un articolo pubblicato di recente (firmato da Lorna Stephenson e Adam Wilkinson) il Bristol Cable pone ai lettori una domanda: “Bristol e il South West stanno premendo per diventare un centro dell’industria nucleare inglese ora in ripresa. Ma c’è forse qualcos’altro, al di là degli sforzi per ridurre le emissioni di CO2, nella ‘rinascita nucleare’?”

Un riassunto della situazione

L’articolo riferisce che il responsabile finanziario dell’EDF1 ha lasciato l’azienda nel marzo 2016, preoccupato per i problemi emersi per la costruzione delle nuova centrale nucleare di Hinkley Point C , progettata 10 anni fa, e i cui costi di esercizio rischiano di diventare troppo elevati, nonostante i previsti sussidi. Un ‘fratello maggiore’ di Hinkley è già presente: è la centrale francese di Flamanville, i cui costi sono già triplicati, e i lavori sono in ritardo di anni. L’Autorità francese per la sicurezza ha segnalato dei difetti nella produzione dell’acciaio usato per la costruzione del reattore, e il governo è stato ammonito per non aver consultato i paesi vicini per mettere a punto piani di evacuazione in caso di incidenti.

Ma nel frattempo Hinkley Point C viene reclamizzato come una fonte di vitale importanza di energia a basso consumo di CO2, necessaria per fornire il 7% delle necessità elettriche del Regno Unito. E dopo lunghi anni di discussioni con la compagnia francese EDF, e di recente con la cinese CGN, la costruzione della centrale è stata avviata. Ci sono anche dei piani per costruire una flotta nazionale di piccoli reattori, compreso uno da installare a Oldbury, nel Sud Gloucestershire – a 13 miglia da Bristol.

La posizione geografica di Bristol la pone in una situazione privilegiata per avviare la cosiddetta ‘rinascita nucleare’. Molte aziende stanno aprendo uffici, e nelle vicinanze si stanno costruendo imponenti involucri in cemento dove si prevede ci sarà il punto terminale delle linee ad altissima tensione da 400.000V. Inoltre la Compagnia del porto di Bristol sta concordando contratti multimilionari da Hinkley per ‘servizi marini’.

La stessa centrale di Hinkley Point C si prevede che possa dare impiego fino a 25.000 persone, e fornire ricchi sussidi finanziari all’economia locale.

Ma cosa ci sta sotto?

Fin qui, sembra un vero affare. Eppure le questioni più grosse intorno al nucleare restano controverse come sempre. I governi che si sono succeduti in UK sono rimasti affezionati all’industria nucleare, nonostante un orientamento mondiale sempre più rivolto alle energie alternative. L’energia nucleare sta diventando sempre più costosa, mentre i costi delle altre opzioni stanno calando; non solo, ma il ritmo di costruzione dei reattori è diminuito dagli anni ’90 ad oggi, e sono stati persi molti posti di lavoro. Questa fissazione del governo lascia perplessi… La domanda misteriosa del “perché” tanto interesse è stata oggetto di una ricerca pubblicata lo scorso anno da tre accademici dell’Università del Sussex: Andy Stirling, Philip Johnstone ed Emily Cox2. La loro risposta? “L’insolita intensità dell’attaccamento dell’UK all’energia nucleare civile diventa comprensibile alla luce di una politica parallela, ma tenuta separata, che domina anch’essa la cultura politica dell’élite britannica: lo scopo è mantenere le competenze e le capacità tecnologiche nazionali per costruire e gestire i sottomarini a propulsione nucleare”.

Il governo inglese si è sempre dimostrato determinato a mantenere la flotta dei sottomarini nucleari della Royal Navy, e il sistema di deterrenza costituito dai missili nucleari Trident. Per tenere in piedi tutto questo apparato – sostengono i ricercatori – c’è bisogno di una solida filiera dell’industria nucleare che svolga i ruoli ausiliari, dai trasporti alle fasi di costruzione, dalla forza lavoro specializzata ai contratti finanziati dai militari.

I dati a sostegno di questa interpretazione sono evidenti. Basta confrontare le dimensioni di scala del settore nucleare militare e delle sue filiere, che secondo dati governativi dà lavoro a 30.000 persone. Attualmente sono in costruzione quattro dei 7 sottomarini della classe ‘Astuto’, con un costo previsto di un miliardo e duecento milioni di sterline ciascuno. A fine 2016 è iniziata la costruzione di quattro sottomarini della classe Dreadnought (‘impavido’) armati con missili Trident. Il Telegraph riferisce (anche se l’informazione è tratta da un testo sponsorizzato dall’Impresa BAE Systems che costruisce sottomarini) che il programma coinvolgerà una filiera inglese comprendente fino a 1.000 aziende.

Collegamenti invisibili

Come evidenziano Stirling, Johnstone e Cox, i legami che collegano i settori civili con quelli della difesa sono praticamente invisibili nella documentazione della politica energetica, ma sono ben più evidenti sul fronte dei militari. Leggendo i documenti delle Commissioni parlamentari, per esempio, si legge che fin dal 2006 membri dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici affermavano la necessità di costruire una nuova generazione di centrali nucleari, se si voleva mantenere la capacità di costruire e alimentare i sommergibili. Sollecitazioni analoghe sono state espresse in Parlamento e scritte in documenti industriali da grandi compagnie , come la Rolls Royce e BAE Systems.

Data la presenza dell’industria della difesa, non è sorprendente che Bristol sia sede di molte aziende che hanno un piede nel rinascente settore industriale civile e l’altro nella difesa. In una mappa viene presentato un assaggio delle ditte che operano in zona, hanno uffici a Bristol, e svolgono un ruolo importante nel nucleare militare.

Naturalmente portare allo scoperto la questione del nucleare militare solleva questioni alle quali il governo forse preferisce non rispondere. I costi combinati previsti per le flotte di sottomarini Astute e Dreadnought corrispondono a tre volte e mezzo il costo del Crossrail project3, l’infrastruttura più costosa proposta negli ultimi anni. Corrispondono a 137 volte il bilancio complessivo della città di Bristol per il 2017-18. A febbraio la British Medical Association segnalava che sarebbe stato necessario un contributo relativamente modesto per assicurare il futuro dell’Associazione. Dunque, che cosa scegliamo davvero quando scegliamo l’opzione nucleare?

L’articolo si conclude con una domanda: “Vi piacerebbero i missili insieme all’energia con basso contenuto di carbonio?”

La produzione di armamenti

L’articolo pubblicato da The Bristol Cable stimola i lettori ad approfondire il tema: quali sono le relazioni tra il nucleare civile e quello militare? Quanta consapevolezza ha il pubblico di queste relazioni? Che ruolo hanno i media nel fare chiarezza? E gli scienziati? Ognuna di queste domande suggerisce nuovi percorsi di ricerca e attualmente – grazie alla facilità di accesso al web – è possibile trovare alcune risposte che i mezzi di comunicazione mainstream non forniscono. Due esempi tra i tanti: a) come si colloca il Regno Unito tra le forze nucleari attualmente nel mondo? b) chi dispone di materiale fissile per la costruzione di armi nucleari?

Una Tabella pubblicata dal SIPRI ci fornisce un aggiornamento a gennaio 2017 sulle forze nucleari nel mondo, in cui risulta anche la posizione del Regno Unito.

La materia prima delle armi nucleari è il materiale fissile, sia esso uranio altamente arricchito (Highly Enriched Uranium, HEU) o plutonio separato. Cina, Francia, Russia, Regno Unito e USA hanno prodotto sia HEU che plutonio per le loro armi nucleari; India e Israele hanno prodotto soprattutto plutonio, e il Pakistan soprattutto HEU. Secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) tutti gli stati con un programma civile di arricchimento nucleare o impianti di ritrattamento sono in grado di produrre materiale fissile.

Un sito dedicato alla raccolta dati sui materiali fissili informa (dati del 2015) che le scorte globali di uranio arricchito sono stimate intorno a 1370 ± 125 tonnellate. La scorta globale di plutonio separato è di circa 500 tonnellate, di cui 270 sono in custodia civile.

Giornalismo di pace e ricercatori responsabili

Quali strumenti ha la società civile per sviluppare una opposizione efficace alle politiche e alle azioni di guerra che continuano ad essere imposte in tutto il mondo? La partecipazione a manifestazioni pubbliche, le dimostrazioni nonviolente, i boicottaggi, sono gli strumenti più usati per esprimere il dissenso. In questo periodo si è registrato il grande successo della Campagna avviata anni fa da ICAN (Campagna Internazionale per la messa al bando degli armamenti nucleari), grazie all’approvazione del Trattato che impone il divieto di “sviluppare, testare, produrre, produrre, oppure acquisire, possedere o possedere riserve di armi nucleari”, ma anche “trasferire a qualsiasi destinatario qualunque arma (…) o il controllo su tali dispositivi (…) direttamente o indirettamente”.

Quanto più le persone che scendono in piazza a esprimere la loro adesione al Trattato saranno in grado di avere consapevolezza della complessità del problema, tanto più la loro forza di persuasione si potrà esercitare nei diversi settori – militari e civili – che attualmente sostengono l’opzione nucleare.

Due ambiti importanti di informazione e di formazione sono – da un lato – un giornalismo trasparente e critico4, di cui abbiamo visto un esempio nell’articolo della cooperativa ‘The Bristol Cable’. Dall’altra sono i ricercatori: scienziati come i membri dell’Associazione Scientists for Global Responsibility (SGR) che da 25 anni sono impegnati nel raccogliere e divulgare informazioni, organizzare incontri, denunciare collusioni, e promuovere lo sviluppo di una scienza ‘etica’. Ma anche studiosi di scienze sociali – come quelli citati nell’articolo sopra riportato – possono svolgere un ruolo significativo. In un articolo pubblicato su The Guardian nell’ottobre 2016 proprio due di questi Autori, Phil Johnstone (ricercatore) e Andy Stirling (professore di science and technology policy all’Università del Sussex), sottolineano il contributo che le scienze sociali possono fornire nel chiarire perché la gente è in disaccordo su molte tecnologie controverse, e nel fare emergere assunzioni implicite. I due Autori prendono lo spunto proprio dalla questione affrontata dal Bristol Cable per sviluppare una riflessione più generale: il titolo del loro articolo è infatti “Hinkley C dimostra il valore delle scienze sociali nei più accesi dibattiti pubblici”. Secondo loro, ciò che viene considerato rilevante e utile in qualsiasi controversia dipende dalla prospettiva di ciascuno. E’ intrinseco alla democrazia che valori e interessi diversi portino a conclusioni contrastanti. Questo è vero specialmente in casi come quello degli impegni dell’UK al nucleare. Ma cosa succede se, a una riflessione più approfondita, scelte fortemente sostenute dai decisori politici si sono rivelate sbagliate? La storia è piena di esempi (amianto, metalli pesanti, pesticidi cancerogeni, sbiancanti al cloro…) in cui solo a posteriori è emerso che le scelte che erano state proposte, sulla base della “buona scienza” e delle “evidenze sperimentali”, erano in realtà il frutto di interessi nascosti o di visioni irrigidite, condizionate dagli immaginari dominanti.

Verso una messa al bando totale del nucleare?

Con il recente voto dell’Assemblea Generale le Nazioni Unite hanno adottato il Trattato di messa al bando delle armi nucleari. Ben 122 paesi Onu hanno votato a favore. Un primo passo decisivo, dunque, al quale si prevede ne seguiranno molti altri. Tra questi passi potrà essercene anche uno che riguarda specificamente la questione energetica? Come scriveva Nanni Salio nel 19815 “un caso emblematico e di enorme rilevanza sociale è quello delle connessioni tra industria elettronucleare (o “nucleare civile”) e proliferazione delle armi nucleari (o “nucleare militare”).

Vedremo dunque gruppi sempre più numerosi di persone, di gruppi, di associazioni, collaborare e progettare azioni integrate per la messa al bando delle armi nucleari e delle centrali nucleari? E sapremo recuperare la capacità di un’utopia che si traduca in azione concreta, smentendo la tragica affermazione di Gunter Anders, il quale asseriva6:

<<Noi siamo inferiori a noi stessi>>, siamo incapaci di farci un’immagine di ciò che noi stessi abbiamo fatto. In questo senso siamo utopisti a rovescio”: mentre gli utopisti non sanno produrre ciò che concepiscono, noi non sappiamo immaginare ciò che abbiamo prodotto>>?


1 Électricité de France (EDF) è la maggiore azienda produttrice e distributrice di energia in Francia.

2 Gilbert, Alexander, Sovacool, Benjamin K, Johnstone, Phil and Stirling, Andy (2017) Cost overruns and financial risk in the construction of nuclear power reactors: a critical appraisal. Energy Policy, 102. pp. 644-649. ISSN 0301-4215

3 Il Crossrail è un linea ferroviaria rapida, della lunghezza di 136 chilometri, che servirà Londra e le contee circostanti, attualmente in fase di costruzione.

4 Un giornalismo ‘di pace’

5 Nanni Salio. Sulla questione energetica e quella militare: il caso dell’energia nucleare, Torino, novembre 1981. Opuscolo a stampa consultabile presso il CSSR.

6 Gunter Anders. Le Thesen Zum Atomzeitalter, improvvisate dall’autore nel 1960, furono poi inserite nell’appendice di Essere o non essere: diario di Hiroshima e Nagasaki (trad. it.,Einaudi, Torino, 1961).

2 risposte a “Il Regno Unito, il nucleare, e le connessioni nascoste | Elena Camino”

  1. Articolo importante che aggiorna la questione dei fratelli siamesi nucleari, civile e militarre. Da notare che EDF controlla le centrali inglesi, ma è l'azienda francese di gestione dell'energia elettrica. Questo assieme a gruppi cinesi che possiedono alcune centrali inglesi … e infine va detto che con Brexit la GB si astrae anche dagli accordi EU su scorie e ricerca in campo nucleare … che robe … grazie Elena

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