Cosa vuol dire combattere l’odio online | Fabio Poletto


È vero, chiunque si interessi anche solo marginalmente di diritti umani, discriminazioni, tolleranza o anche semplicemente di come cambia la nostra società, avrà la percezione che negli ultimi anni l’avversione per gli stranieri sia in crescita, che i populismi dilaghino e che il web sia un luogo sempre più disseminato di odio e intolleranza. Non si può dire, dati alla mano, che sia una falsa impressione (leggete ad esempio qui). È anche vero però che sta aumentando il numero di soggetti, pubblici o privati, che si impegnano per contrastare questa ondata e promuovere tolleranza e rispetto. Chi si pone questo obiettivo deve essere consapevole di andare incontro a un lavoro duro e a volte rischioso. Ce lo raccontano le parole di due donne, una statunitense e una italiana, che pur ricoprendo ruoli molto diversi perseguono un obiettivo comune.

Brittan HellerBrittan Heller è stata nominata alcuni mesi fa direttrice del dipartimento Tecnologia e Società alla Anti-Defamation League; in un’intervista rilasciata a settembre racconta di come, non appena l’annuncio della sua assunzione è stato pubblicato su Twitter, il suo account è stato oggetto di una violenta campagna di odio. Nel giro di pochi minuti, e per diversi giorni, Heller è stata bombardata di minacce, insulti, simboli e discorsi di stampo antisemita e misogino. La ragione? Il semplice fatto di essere diventata una figura di rilievo all’interno di un’organizzazione che lavora per contrastare le discriminazioni e l’intolleranza – con l’aggravante di essere donna. Evidentemente, gruppi come ADL hanno ancora molto lavoro davanti a sé.

Heller racconta di essere stata vittima di molestie e violenze online anche durante i suoi studi in legge: in quell’occasione ha compreso cosa significa essere bersaglio di persecuzioni da parte di estremisti e odiatori, ha provato sulla propria pelle la paura, l’isolamento e il senso di impotenza, quest’ultimo particolarmente forte quando il tutto avviene online e gli aggressori sono coperti da anonimato e incorporeità. Proprio questa esperienza l’ha spinta a realizzare che l’impegno nel contrastare l’odio online e nell’attribuire ai colpevoli responsabilità giuridiche precise deve essere una priorità nell’agenda pubblica.

Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati del Parlamento italiano, ha mostrato più volte il suo impegno pubblico per combattere le discriminazioni di genere e di etnia, le forme di violenza online come cyberbullismo e hate speech, e la falsa informazione. Tra le altre cose, ha istituito nel 2014 una Commissione per i diritti e doveri relativi a internet e nel 2016 una Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni d’odio, si è impegnata per introdurre la parità di genere nel linguaggio degli atti ufficiali della Camera, ha promosso una legge sul bullismo e iniziative per promuovere la lotta alla disinformazione.

Per questo suo impegno nell’ambito dei diritti civili è diventata, nella narrazione populista e xenofoba, il simbolo per eccellenza di una presunta sinistra asservita ai “poteri forti” dell’Europa e nemica del “popolo”, e segretamente votata alla distruzione del popolo italiano “vero” per sostituirlo interamente con immigrati. Questa narrazione distorta e perversa attira un ampio bacino di persone disposte a crederci, spinte dal bisogno di identificare un nemico e capro espiatorio; costoro riversano frustrazione e odio proprio sulla presidente della Camera, appunto simbolo e capo di questo sistema immaginario, e non perdono occasione per insultarla e minacciarla con toni violenti fino al disgusto. Non mancano pagine e siti creati a questo unico scopo (qui un esempio, che supera i 100.000 seguaci) che si alimentano a forza di memes e notizie false, create con il doppio obiettivo di guadagnare – i banner pubblicitari portano introiti in proporzione al numero di visualizzazioni – e di suscitare reazioni emotive negative (qui una lista delle bufale relative alla Boldrini circolate in rete, la maggior parte delle quali diventate virali per un periodo).

Questi due esempi ci mandano un messaggio: esiste una parte dell’opinione pubblica basata su sentimenti identitari ed esclusivi, che non apprezza l’esistenza di chi invece si batte per il pluralismo inclusivo e la tolleranza e fa di tutto per screditarlo e delegittimarlo, attraverso mezzi anche violenti e scorretti. Questa corrente non include solo personaggi politici od opinionisti con note tendenze estremiste, di cui abbiamo tutti in mente qualche esempio, ma è fatta soprattutto di gente comune: “italiani medi”, persone normali che all’interno della loro normalità hanno sviluppato, per diverse ragioni, una crescente intolleranza prima verso alcuni gruppi sociali – quelli più stigmatizzati e discriminati in questo momento storico – e poi verso chiunque, mosso da umanità o da legalità, prenda le difese di questi gruppi.

Certamente la politica gioca un ruolo fondamentale di catalizzatore e guida, cercando di diffondere malcontento e sentimenti di odio verso alcuni capri espiatori per poi convertirli in consenso elettorale. Questo consenso comporta a sua volta che l’odio si estenda anche a tutte le altre fazioni politiche che non si mostrano così facilmente propense all’estremismo ideologico e alle soluzioni violente. Ma una parte altrettanto fondamentale la gioca l’informazione: nella totale mancanza di controllo che caratterizza la circolazione della conoscenza sul web è sempre più difficile distinguere il vero dal falso, l’oggettivo dal personale, il neutrale dallo sponsorizzato. E se è vero che il web è un potentissimo strumento di conoscenza per chi sa usarlo correttamente e cercare le fonti attendibili tra montagne di parole, link e contenuti multimediali, è altrettanto vero che la maggior parte degli utenti conosce e utilizza solo una piccola parte di questo potenziale, e si limita a informarsi dalle solite due o tre pagine che gli diranno quello che vuole sentirsi dire, con buona pace della varietà delle fonti e della ricerca della verità.

Proprio questa grossa fetta di utenti che affida la propria conoscenza a poche pagine web, senza magari essere in grado di verificarne il grado di attendibilità e imparzialità, è preda dell’ipocrisia di chi manipola l’informazione per fini personali – e questi fini sono a volte di natura politica, altre volte di natura meramente economica – e per professione fa circolare notizie false o piega quelle vere ad interpretazioni maliziose. A questo punto una qualunque bufala trovata in un qualunque sito può diventare verità non per il suo contenuto, ma in virtù del gran numero di condivisioni che quella maggioranza di utenti ingenui è pronta a fare. Per effetto contrario poi gli stessi utenti tenderanno a ritenere falsa e manipolata una notizia che arriva da una fonte ufficiale, secondo la perversa equazione “se non dice quello che penso io, allora è falsa”.

La diffusione di notizie false e il loro ruolo di benzina sul fuoco dell’odio verso alcuni gruppi è un problema giunto di recente all’attenzione sia delle istituzioni che delle grandi piattaforme social su cui avviene gran parte della diffusione. Per quanto riguarda le istituzioni abbiamo già menzionato l’appello contro le bufale promosso da Laura Boldrini; vediamo invece cosa stanno facendo alcuni dei social network più diffusi.

Facebook afferma di stare intensificando il proprio impegno per limitare la circolazione di notizie false (come scrive qui) e di violenza verbale e non verbale (come riportato qui in relazione a un recente fatto di cronaca) mettendo degli strumenti specifici a disposizione degli utenti, affinando gli strumenti informatici automatizzati in suo possesso, e agendo in accordo con altri soggetti pubblici e privati. Di recente ha messo a punto anche un progetto per contrastare la diffusione di notizie false, che prevede da un lato di eliminare i guadagni per agli inserti pubblicitari ottenuti dalle pagine in base alle visualizzazioni, dall’altro di dare agli utenti la possibilità di essere avvertiti quando stanno leggendo una notizia che potrebbe essere falsa o tendenziosa.

Nel suo regolamento d’uso Twitter vieta categoricamente ogni contenuto inneggiante a violenza o a odio verso una lunga serie di categorie protette e argomenti sensibili: dalle minoranze etniche alle diversità sociali, biologiche e di genere, dalle attività criminali e terroristiche alla violenza sugli animali alle teorie revisioniste. Recentemente si è anche impegnato a prendere misure contro la diffusione di notizie false, chiudendo account sospetti e facendo in modo che i tweet di account considerati inaffidabili non compaiano nelle ricerche.

Il problema è ben lungi dall’essere risolto, ma il fatto che le istituzioni (non solo in Italia ma anche in altri Paesi europei) e le compagnie private comincino a mobilitarsi per affrontarlo ci fa ben sperare per il futuro. Nel frattempo tutti coloro che lavorano affinché il web sia un veicolo di rispetto e conoscenza e non un focolaio di odio e intolleranza possono tenere a mente il consiglio di Brittan Heller: fate in modo di essere informati, e ricordate che non siete soli.

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