Ricerca, educ-azione, azione | Cinzia Picchioni


Queste tre sono le parole che da anni “conducono” l’attività del Centro Studi Sereno Regis di Torino. Sulla “trilogia” sono basate molte altre “cose”, tra cui lo yoga, millenaria disciplina che pratico e insegno da trent’anni. “Lo yoga ha un messaggio per il corpo umano, ha un messaggio per la mente e ha un messaggio per lo spirito” [Swami Kuvalayananda], ancora una volta una triarticolazione.

Ecco allora che ho suddiviso in tre “aree” anche questa riflessione che condivido con i lettori e le lettrici della “newsletter”: acqua, cellulari, vegetarianesimo (e un epilogo finale che può aiutare, con una domanda, a proseguire nella riflessione.

Ricerca/acqua

Quando bevi il tè stai bevendo nuvole

Il titolo si riferisce al bel libro di Thich Nhat Hahn, che ha cercato di trasmettere l’urgenza di cambiare modo di pensare e di farci riflettere sul “ciclo dell’acqua”. Così, in occasione del 22 marzo p.v., “Giornata mondiale dell’acqua”, invece di festeggiare con eventi – pur meritori – potremo fermarci, smettere di usare il cellulare, mangiare un’insalata e leggere qui sotto.

impronta idrica2_hdQuante “nuvole” servono per…?

1 chilo di tè: 8860 litri di acqua (30 litri per ogni bustina di 3 grammi!).

1 chilo di carne di maiale: 6000 litri

1 chilo di riso: 2500 litri

1 mela: 125 litri (ma un litro di succo ne richiede 1140)

1 bicchiere di birra: 74 litri di acqua

1 bicchiere di vino: 110 litri di acqua

1 pizza Margherita: 1216 litri di acqua

1 kg di pasta: 1.924 litri di acqua

E qui il link per leggere un articolo pubblicato da “la repubblica”, a proposito del caffè (altra cosa a cui crediamo di non poter rinunciare, come il cellulare, di cui leggeremo più sotto).

E ci pensiamo anche che l’acqua di cui si parla è acqua dolce? Il nostro pianeta è ricoperto per il 71% della sua superficie da acqua, ma il 97,5% delle risorse idriche disponibili è composto da acqua salata, non utilizzabile in agricoltura e per cucinare. L’acqua dolce è presente in quantità molto più limitate (fiumi, laghi, ghiacciai e falde acquifere), e sempre più scarse, causa scioglimento dei ghiacciai e contaminazione delle falde causata dall’agricoltura intensiva.

E ci pensiamo che quando in bagno azioniamo lo sciacquone quella che scende è acqua potabile? Acqua potabile, quella per la cui mancanza muoiono i bambini in Africa (e altrove)!

1,6 miliardi di persone non hanno accesso a strutture di acqua potabile

2,6 miliardi di persone hanno acqua non sicura dal punto di vista sanitario

5 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie trasmesse da acqua non sicura

Ce lo deve dire Armani?

Nel 2014 c’è stata una singolare iniziativa, tap Project a firma Unicef/Armani: fornire acqua per un giorno ai bambini bisognosi dei Paesi del Sud del mondo, rinunciando al cellulare per dieci minuti. Con alcune motivazioni (e in fondo c’è il link per leggere la notizia per intero):

Sono tante e in costante aumento in Occidente le persone letteralmente dipendenti dal cellulare, costantemente connesse tramite tablet e smartphone. L’impossibilità di collegarsi, controllare la casella e-mail e leggere le notifiche dei social network, può far insorgere una vera e propria crisi di astinenza da tecnologia. Le tecnodipendenze rappresentano un vero e proprio disturbo psicologico. La campagna di Armani e Unicef mira a sensibilizzare gli occidentali sui bisogni reali, come l’acqua, distogliendo l’attenzione dalle esigenze accessorie, create da una società fortemente consumistica.

Mentre in Occidente l’acqua, bene primario e vitale, si spreca e si dà per scontata, nel Sud del mondo ci sono ancora milioni di persone che non hanno accesso alla rete idrica, con conseguenze gravissime per la salute e per le condizioni igienico-sanitarie. Di sete si muore ancora oggi nel 2014, mentre stare senza cellulare per pochi minuti non solo non uccide, ma fa bene al cervello, insofferente e a rischio ansia se costantemente bombardato di informazioni.

Armani accrediterà il corrispettivo in denaro di un giorno di acqua pulita ogni 10 minuti di inattività del nostro cellulare. Sullo schermo verranno mostrati messaggi di sensibilizzazione sul tema dell’acqua, per imparare a vedere nella giusta prospettiva i nostri bisogni reali, alla luce delle ben più gravi privazioni cui sono costrette ogni giorno migliaia di persone. Per l’esattezza ci sono ancora 768 milioni di individui nel mondo senza accesso all’acqua potabile (Fonte: http://www.greenstyle.it/dieci-minuti-senza-cellulare-per-un-giorno-di-acqua-ai-bambini-bisognosi-75249.html

definizione02Impronta idrica, che cos’è?

www.miniambiente.it ci racconta che:

L’impronta idrica (water footprint) è un indicatore del consumo di acqua dolce che include sia l’uso diretto che indiretto di acqua da parte di un consumatore o di un produttore. L’impronta idrica di un singolo, una comunità o di un’azienda è definita come il volume totale di acqua dolce utilizzata per produrre beni e servizi, misurata in termini di volumi d’acqua consumati (evaporati o incorporati in un prodotto) e inquinati per unità di tempo. Nella definizione dell’impronta idrica è data inoltre rilevanza alla localizzazione geografica dei punti di captazione della risorsa.

Il water footprint assessment si sviluppa in tre fasi:

  • quantificazione e localizzazione dell’impronta idrica di un prodotto o di un processo nel periodo di riferimento;
  • valutazione della sostenibilità ambientale, sociale ed economica dell’impronta idrica;
  • individuazione delle strategie di riduzione della stessa.

Il computo globale della water footprint è dato dalla somma di tre componenti:

  • Acqua blu: si riferisce al prelievo di acque superficiali e sotterranee destinate ad un utilizzo per scopi agricoli, domestici e industriali. È la quantità di acqua dolce che non torna a valle del processo produttivo nel medesimo punto in cui è stata prelevata o vi torna, ma in tempi diversi;
  • Acqua verde: è il volume di acqua piovana che non contribuisce al ruscellamento superficiale e si riferisce principalmente all’acqua evapo-traspirata per un utilizzo agricolo;
  • Acqua grigia: rappresenta il volume di acqua inquinata, quantificata come il volume di acqua necessario per diluire gli inquinanti al punto che la qualità delle acque torni sopra gli standard di qualità.

L’utilizzo delle tre componenti di acqua virtuale incide in modo diverso sul ciclo idrogeologico. Ad esempio, il consumo di acqua verde esercita un impatto meno invasivo sugli equilibri ambientali rispetto al consumo di acqua blu. La water footprint offre quindi una migliore e più ampia prospettiva su come il consumatore o produttore influisce sull’utilizzo di acqua dolce. Essa è una misura volumetrica del consumo e dell’inquinamento dell’acqua. Non misura quindi la gravità dell’impatto a livello locale, ma fornisce un’indicazione sulla sostenibilità spazio-temporale dalla risorsa acqua utilizzata per fini antropici.

Non lo sapevo…

A proposito di “sapere”, leggete qua che cosa ci racconta, ancora, www.sapere.it

“[…] Acqua, un elemento strutturalmente molto semplice che viene spesso dato per scontato benché la situazione attuale sia tutt’altro che rosea: siccità, continui sprechi e politiche idriche scorrette non fanno che peggiorare una situazione purtroppo allarmante. L’uomo utilizza consapevolmente l’acqua per dissetarsi, per lavarsi e cucinare: essenziale ad ogni azione umana, in realtà ci ritroviamo ad utilizzare acqua anche senza accorgercene. Dietro ogni oggetto utilizzato e cibo mangiato, esiste infatti un universo di acqua nascosta e virtuale. Utilizzata per la produzione di merci, di cibo ed energia elettrica, si tratta di un imponente bacino che prende il nome di impronta idrica.

Ma cos’è l’impronta idrica? Si definisce impronta idrica la percentuale di acqua consumata, ma non toccata direttamente dall’essere umano, e utilizzata per fabbricare un qualsiasi prodotto destinato all’uso quotidiano. Un’acqua quasi invisibile, che però grava in modo massiccio sia sulla gestione delle risorse idriche che sulla loro protezione. Un esempio concreto aiuterà a capire il concetto di impronta idrica: per produrre un kg di carne, sono necessari circa 15.000 litri di acqua, mentre per produrre la stessa quantità di granoturco, ne sono necessari “solo” 900.

Ecco perché, oggi, il concetto di impronta idrica è così importante: può essere infatti un fattore essenziale nella creazione di politiche di preservazione e protezione dell’acqua sul nostro pianeta. Risparmiare acqua, non significa solo contenere gli sprechi quando ci laviamo o puliamo la nostra casa, ma anche assumere un comportamento responsabile e sostenibile rispetto a quello che mangiamo o indossiamo.

Appare chiaro, quindi, che il risparmio di acqua deve avvenire prima di tutto a livello individuale: sommando tutti i comportamenti responsabili il risultato può essere visibile a livello planetario.

Si può risparmiare acqua virtuale, per esempio, scegliendo alimenti che necessitano di quantità minori di acqua per la loro produzione: prodotti di origine vegetale anziché animale o tè anziché caffè. Le modalità di risparmio possono essere molteplici e variano da individuo a individuo.

Per scoprire la propria impronta idrica, è possibile utilizzare un calcolatore creato ad hoc sul sito waterfootoprint: una volta scoperto il risultato sarà facile modificare le proprie abitudini quotidiane.

E la tua impronta idrica qual è?”

Sono andata subito a calcolarmela…

La mia impronta idrica annuale è risultata essere di 1062 m³; tra i dati richiesti c’era la domanda relativa all’alimentazione, cui ho risposto “vegetariana”. La media procapite/anno (in Italia) per usi e consumi è di 1700 m3.

Educ-azione

Ma c’è qualcun altro, giovane!

In Piemonte, a Fossano, all’Itis di via San Michele 68 è partita una campagna di sensibilizzazione provinciale (il 4 novembre 2016) sul tema del consumo consapevole dell’acqua. Nei mesi successivi sono stati previsti appuntamenti formativi per scuole di Cuneo, Alba, Fossano, Savigliano, Racconigi, Mondovì, Saluzzo, Santo Stefano Belbo, Canale, Revello, Borgo San Dalmazzo, Costigliole Saluzzo, Sommariva Bosco, Ceva. www.unabuonaoccasione.it

E poi c’è l’“ufficializzazione”

La notizia è del 21 aprile 2016: “Impronta idrica: la nuova ISO 14046:2014 è in vigore! La norma ISO 14046:2014 specifica princìpi, requisiti e linee guida relativi alla valutazione dell’impronta idrica (Water Footprint) di prodotti, processi e organizzazioni basata sulla valutazione del Ciclo di Vita (lca) e si pone come valutazione a se stante o come parte di una più completa valutazione ambientale.

Sono incluse nella valutazione solamente le emissioni in aria e nel terreno che impattano sulla qualità dell’acqua e non tutte le altre. Il risultato di una valutazione dell’impronta idrica è un valore singolo oppure un profilo dei risultati degli indicatori di impatto[…] (Copyright© EPC)

E poi gli accademici (anzi, le accademiche)

A gennaio del 2016 c’è stato un evento, a Pisa, “Workshop Etica e sperimentazioni scientifiche”; e la professoressa Margherita Venturi (del dipartimento di chimica G. Cimician) ha tenuto una relazione, con foto e schemi che si trovano in Internet: Le risorse del pianeta:passato,presente e futuro.

Se volete vedere tutta la relazione non avete che da cercarla in rete, qui mi sono permessa di estrapolarne qualche passaggio interessante per il tema di questa riflessione.

La Terra: il pianeta blu

Il 71% della superficie della Terra è ricoperto d’acqua: 97% è acqua salata (oceani); 2,1% è imprigionato come ghiaccio; 0,9% costituisce i laghi, i fiumi, le falde, le nubi. Se questo 0,9% fosse ben distribuito sarebbe più che sufficiente per tutti

gli usi e bisogni (1700 m 3 pro-capite per anno)

Nazione Media pro-capite (m3/anno)

America Nord e Sud 21000

Europa, Asia, Australia 2 000

Africa (media) 5000

Nord Africa 400

Medio Oriente (media) 400

Penisola Arabica 170

Distribuzione dell’acqua in Italia pro-capite (m3/anno)

Media nazionale*: 2 700

Nord Est e Abruzzo: 5 000

Toscana: 820

Puglia: 650

*1000 m3 in più rispetto al minimo necessario

Usi dell’acqua

Agricoltura 70 %

Industria 20 %

Usi civili e domestici 8 %

Perdite 2 %

impronta idrica in italiano3Educ-azione/vegetarianesimo

Acqua e cibo

Impronta idrica (litri per 1 chilogrammo)

Carne di bovino*15400

Carne di ovino* 8 800

Carne di suino* 6 000

Burro 5 600

Carne di pollo* 4 300

Uova 3 300

Cereali 1 600

Latte 1 000

Frutta 900

Verdura 300

*Questi dati includono l’acqua necessaria per produrre il mangime di cui si nutrono gli animali

Molta acqua è usata per i processi di raffreddamento

1 lattina di alluminio 120 litri di acqua

1 risma di carta 4000

1 automobile 250000

1 kg di antibiotico 500000

Per “fare” una mucca di 5 quintali sono necessari 6 barili (circa 1000 litri) di petrolio

Per “fare” 1 kg di carne di vitello si consumano “a monte” 7 litri di petrolio

Per far crescere pomodori in serra si consuma una quantità di energia fino a 50 volte maggiore del loro contenuto energetico

La dieta a base di carne è insostenibile. 

Richiede troppo terreno, troppa energia, troppa acqua:

1 kcal ottenuta dalla carne richiede 15 volte più terreno,

circa 50 volte più energia

e 20 volte più acqua rispetto a 1 kcal ottenuta dal grano.

Produce troppa co2 e troppe diseguaglianze fra gli uomini. 

Azione/cellulari

Rubiamo agli “altri” non solo acqua

Stiamo esaurendo in modo irreversibile le risorse,

ma stiamo esaurendo anche la benevolenza

e lo stato di equilibrio della società,

il significato della compassione

in favore dell’arricchimento economico personale”.

Richard Ernst (Nobel per la Chimica nel 1991)

Minerali di guerra

Ancora dalla ricerca di cui sopra ho preso questi dati, che si riferiscono al telefono cellulare (che non si dovrebbe tenere in tasca. Comunque ecco qua: la “miniera” è il cellulare.

La miniera che abbiamo in tasca: 9 gr di rame, 11 gr di ferro, 250 mg di argento, 24 mg di oro, 9 mg di palladio, 65 gr di plastica, 1 gr di terre rare (praseodimio, neodimio, cerio, lantanio, samario, terbio, disprosio), altri elementi preziosi contenuti in piccolissime quantità in tablet, pc, decoder, fotocamere (cadmio,cobalto, rutenio)

Nel 1990 in una casa si trovavano al massimo 20 elementi chimici. Oggi in un telefono cellulare ci sono ca. 60 elementi chimici.

In un anno ogni europeo usa in media 15 tonnellate di risorse naturali, 5 delle quali si trasformano in rifiuto.

Anche altre università

Nel sito dell’ateneo padovano ho trovato riflessioni simili alle “mie”, perciò – come faccio sempre – preferisco condividere quelle, invece di scriverne io di nuove:

“Possiamo considerarci salvi: sono finiti i tempi della fatica fisica, del dolore, e pure quelli del telefono fisso, per cui ci si doveva mettere d’accordo prima e darsi un appuntamento in un luogo, ad una cert’ora, per incontrarsi, e non comodamente “risentirsi più tardi, quando siamo quasi arrivati”. Eppure per mandare sms, chattare con whattsapp e scaricare la mail in ogni momento, è necessario che qualcuno dall’altra parte del mondo lavori sodo in miniera.

Un telefonino medio contiene, infatti, in proporzioni diverse, piombo, cadmio, oro, berillio, ferro, cloro, argento e bismuto provenienti dal Nord America; alluminio, stagno, zinco e rame dal Sud America; nichel e palladio dalla Russia; tantalio dall’Australia; cromo e platino dall’Africa; silicio, antimonio e arsenico dalla Cina; da Israele il bromo, oltre chiaramente, a tanto petrolio per le plastiche e per sostenere la filiera. I polimeri costituiscono del cellulare la parte visibile (custodia, display); i metalli, invece, servono per la batteria, l’antenna, i chip che lo fanno funzionare e per i cristalli liquidi dello schermo.

La gran parte di questi minerali sono chiamati conflict minerals perché la loro estrazione avviene in condizioni di sfruttamento dei lavoratori, in situazioni in cui la legge non viene rispettata e continuamente si assiste ad abusi e lotte armate per il controllo dei mercati. Sulla base dell’utilizzo dei conflict minerals l’organizzazione no profit The Enough Project stila annualmente una classifica delle aziende virtuose, attraverso la richiesta di un protocollo di tracciamenti, controlli e certificazioni che assicurino la provenienza “pulita” dei materiali utilizzati. Il timore di un grave danneggiamento di immagine ha spinto la gran parte delle più grosse aziende di elettronica a ricercare materiali che non siano stati estratti da miniere oggetto di conflitti locali o di racket. È il caso di Intel, Motorola, Hewlett Packard e Apple, ma molte altre tardano ad adeguarsi, altro che energia pulita.

www.unipd.it

Altre affinità per non dire “non lo sapevo…”

Traggo da www.buenobuonogood.com alcuni brani da un articolo di Matteo Vitiello, che ringrazio per avermi dato l’occasione di scrivere nelle “pagine” della “newsletter” dati riguardanti le armi e le violenze che avvengono – a nostra insaputa – mentre ci divertiamo a inviare inutili (nella maggior parte dei casi) sms, a fare inutili (nella maggior parte dei casi) ricerche Internet, a telefonare per trovarsi a un appuntamento, convincendoci che “non se ne può fare a meno”.

“In questo articolo vi presento come noi, comprando a fior di quattrini l’ultimo modello di iPhone o di qualsiasi altro smartphone o computer, finanziamo direttamente l’approvvigionamento d’armi di questi guerriglieri, che vivono estorsionando, stuprando ed uccidendo giovani e giovanissimi che si fanno “minatori” per non morire di fame ed inseguire il sogno impossibile di costruirsi casa e famiglia.

blood_in_the_mobile-poster-211x300Nel 2010, il direttore danese Frank Piasecki Poulsen ha girato un documentario fantastico dal titolo “Blood in the Mobile”,  con l’obiettivo di far conoscere all’opinione pubblica mondiale da dove vengono e come sono estratte le materie prime dei nostri cellulari.

[…]Morale della favola, con ogni cellulare e computer che compriamo, diamo il nostro piccolo apporto al finanziamento dei gruppi armati africani, gli paghiamo le armi e li aiutiamo a perpetrare le loro violenze, le mattanze, gli stupri e le ingiustizie, che ogni giorno distruggono il più bello e ricco continente del mondo.

Prima i militari, gli uomini d’affari ed i politici africani, poi gli intermediari del “primo mondo” ed infine noi. Siamo tutti assassini, diretti od indiretti, della popolazione del Congo, siamo tutti responsabili della distruzione dell’Africa, dell’annichilimento dell’essere umano, dell’oblio della giustizia e della dignità umana.

Tutto questo per non essere mai coscienti, per non voler conoscere la verità, per infischiarsene dei valori e di sapere da dove proviene quello che utilizziamo nella nostra vita quotidiana.

Dovreste per lo meno esserne coscienti adesso e parlarne con amici e figli, far capire ai più piccoli che la gioia nel ricevere per regalo un iPad o uno samrtphone nuovo, corrisponde alla schiavitù di un altro bambino del Congo, che probabilmente non arriverà a compiere trent’anni e la cui madre o sorella saranno state stuprate e trucidate”.

Epilogo

Ricerca: cercare, informarsi, condividere le notizie, studiare (per non dire “non lo sapevo”). Questo ho fatto, per scrivere l’articolo che avete letto.

Educ-azione: quando, dopo aver ricercato, ho scoperto la realtà degli allevamenti industriali, sono diventata vegetariana. Succedeva negli anni Ottanta.

Azione: non ho un cellulare (e cerco di usare il meno possibile – e per vere urgenze – anche quello degli altri); non compro niente di nuovo (vestiti, scarpe, casalinghi, lenzuola, l’elettronica), e se proprio devo acquisto nei circuiti dell’usato.

Lo yoga mi ha insegnato che occorre coinvolgere contemporaneamente i 3 àmbiti, per realizzare l’“unione”, o meglio l’“integrazione” (la parola sanscrita yoga ha la sua radice in un termine che significa “unione”), occorre allenare il corpo, ma anche studiare e anche meditare, le tre cose insieme. E – si dice anche – “Non c’è yoga se non c’è cambiamento”. Può valere anche per la triade ricerca – educ-azione – azione?

3 risposte a “Ricerca, educ-azione, azione | Cinzia Picchioni”

  1. Buona Primavera,

    è dentro gli occhi, è nella mente, dopo aver letto l'articolo così esauriente, così limpido, così impossibile da poterci far dire:"non lo sapevo". Adesso l'azione è nel cuore e nelle "Nostre Mani".

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