Il racconto del disertore | Non proprio una recensione, di Cinzia Picchioni


cop_il_racconto_del_disertore_2Joshua Key, Il racconto del disertore, Neri Pozza, Vicenza 2007, pp. 238, € 15,00

Il 2 giugno alternativo

Invece di guardare alla tv la sfilata delle Forze armate (o andare fisicamente ai festeggiamenti per la Repubblica – che prevedono sempre (chissà perché poi?) una rassegna di forze militari –) state sul balcone di casa vostra e leggete questo libro.

Tutti/e dovrebbero leggerlo

Per non farsi ingannare dai racconti dei media.

Per riflettere sulla guerra (anzi sulle guerre).

Per riflettere sulla pace.

Per piangere.

Per vedere come si scrive un libro, come si usa l’italiano, come si racconta un’esperienza di vita vissuta senza annoiare e senza che sembri un diario.

Per pensare: «E perché non ci hanno fatto ancora un film (invece di quello diretto da Clint Eastwood, American Snyper, o almeno insieme a quello diretto da Clint Eastwood…)?

Per soffrire insieme all’autore (ed è una storia vera).

Per indignarsi (che non siamo più abituati a farlo).

Per non scoprire, 9 anni dopo dall’uscita, che esiste un libro così e che è disponibile alla Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis (per volontà e richiesta – occorre dirlo? – di Nanni Salio, che evidentemente intuì che fosse un libro da avere in Biblioteca e lo fece richiedere alla casa editrice).

Per godere della lettura (e brava alla traduttrice, Costanza Rodotà), veramente sorprendente (in senso negativo e positivo). Intendo dire che il libro narra una vicenda «brutta», ma così chiara e quasi «asettica» che non si può che dire «è un bellissimo libro», nonostante l’argomento.

Per conoscere la presa di coscienza e la decisione che ne è seguita di un militare, prima convinto:

«Ho creduto a quanto mi hanno detto il mio presidente e i miei superiori. Qualcuno doveva liberare il mondo dalle armi di distruzione di massa. Qualcuno doveva deporre il malvagio tiranno Saddam Hussein. Qualcuno doveva salvare il mondo dai terroristi che si erano impadroniti dell’Iraq e stavano minacciando la nostra vita», p. 14.

Poi sempre meno convinto:

«Non era possibile che venisse prima l’esercito, poi Dio e quindi lka famiglia. Dovevo ascoltare quella vocina dentro di me che non mi faceva più dormire. Io non sono così, ripetevo tra me. Io non posso più fare queste cose.» p. 15.

Infine deciso, così deciso da voler raccontare al mondo:

«di come la mia voce interna è diventata sempre più forte […] di come sono andato a finire in Iraq […] di quello che ho fatto al popolo iracheno e di quello che ho visto fare agli altri soldati americani, del perché ho disertato la guerra e di come sono diventato un fuorilegge nel mio stesso paese. In Iraq mi hanno costretto a comportarmi da criminale, ma oggi non sono più un criminale e non tornerò mai indietro», p. 15.

Insomma ecco: consiglio a tutti/e di leggere questo libro, anche per non pensare che dal 2007 – quando è uscito in Italia – ad oggi si è ascoltata anche (se non solo) la versione ufficiale della guerra in Iraq – come tutti – pur contestandola, pur intuendo che «c’è qualcosa che non va» (e anche più di «qualcosa»). Ma ora, qua, in queste pagine, c’è la viva voce di qualcuno che c’era, di qualcuno che può davvero dichiarare «c’era qualcosa che non andava» perché l’ha visto coi suoi occhi.

La storia di una scelta,

un racconto che attraversa l’orrore della guerra e della violenza,

del conformismo cieco e passivo,

un itinerario verso la libertà di un rifiuto esemplare (dalla quarta di copertina).

Joshua Key vive in Canada – dopo mesi di clandestinità – con la moglie e i quattro figli.

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