Accadde a Hiroshima – Massimiliano Fortuna


hiroshima-prefectural-industrial-promotion-hall-the-atomic-bomb-domeNei primi giorni del 2016 la Corea del Nord ha annunciato di possedere (possibilità che alcuni analisti mettono peraltro in forte dubbio) la bomba all’idrogeno. Poche settimane prima Putin aveva fatto un’allusione all’utilizzo, che si augurava non necessario, di testate atomiche nella lotta al terrorismo. Frasi e gesti verosimilmente provocatori e che, al momento, non sembrano segnalare un pericolo concreto, ma che hanno portato all’onore della cronaca, anche se di sfuggita, un tema che da molti anni sonnecchia: quello degli armamenti nucleari e della loro sempre minacciosa presenza sul nostro pianeta.

Considerato che da solo pochi mesi è caduto il settantesimo anniversario di Hiroshima e Nagasaki e che le date del 6 e del 9 agosto del 1945 rimandano a eventi che come pochi altri posso considerarsi epocali nella storia del Novecento, proviamo a formulare qualche considerazione al riguardo. Naturalmente senza la minima ambizione di completezza e analiticità, poco più che frammenti in ordine sparso.

La coscienza dell’apocalisse

Innanzitutto è doveroso, e mai sarà di troppo, il ricordo di un’immensa devastazione. Le due bombe atomiche esplose in quell’inizio di agosto sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki fecero decine di migliaia di vittime e di feriti, radendo al suolo gran parte di quei centri urbani. Questo è l’evento, impossibile da dimenticare, da cui tutto si origina. Una simile apocalisse, a causa di un’unica bomba, prima del suo effettivo accadere non era qualcosa di facilmente immaginabile. In seguito, proprio la possibilità di immaginare il ripetersi di quanto accaduto è stata, senza dubbio, una delle cause che hanno ostacolato il rinnovarsi di quel gesto di morte.

Hiroshima segna quindi l’inizio di quella che si è soliti definire «era atomica» e della conseguente presa di coscienza che le potenzialità distruttive delle armi create dall’uomo sono giunte a un punto tale da mettere a rischio la sopravvivenza stessa della specie umana. Ecco perché il ricordo di quello smisurato paesaggio di rovina va continuamente coltivato e tramandato, e chiunque dovrebbe sentirsi coinvolto in questo impegno. Da subito alcuni scienziati e intellettuali – fra questi Albert Einstein, Bertrand Russell, Günther Anders, Robert Jungk – avvertirono il dovere di mettere in guardia l’opinione pubblica in merito ai pericoli nucleari e si sforzarono di lavorare a una sorta di «educazione all’immaginazione» rispetto alle possibili conseguenze della bomba atomica. Si trattava, in particolare per Anders, di destare negli uomini un’adeguata capacità di provare angoscia.

Il Manifesto Russell-Einstein del 1955 rappresenta un documento simbolo nell’acquisizione di questa consapevolezza nucleare e nel tentativo di divulgarla: «la domanda che dobbiamo porci è: “Quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?” La gente comune, così come molti uomini al potere, ancora non ha ben compreso quali potrebbero essere le conseguenze di una guerra combattuta con armi nucleari.»

Contemporaneamente Hiroshima segna, come noto, l’inizio di una corsa sfrenata agli armamenti nucleari e al potenziamento delle loro capacità distruttive. Ben presto si arrivò a produrre bombe, come quelle all’idrogeno, enormemente più devastanti degli ordigni che distrussero Hiroshima e Nagasaki; bombe in grado, in unico esemplare, di sviluppare una potenza esplosiva superiore a quella di tutte le bombe della seconda guerra mondiale messe assieme (le due atomiche comprese).

I decenni della guerra fredda furono attraversati da questa polarità: la consapevolezza, almeno per alcuni, del rischio di annientamento insito nelle testate atomiche e la coazione a costeggiare pericolosamente i confini di questo rischio. Un pensatore come Norberto Bobbio, che mai era stato un accanito fautore dell’obiezione di coscienza, sostenne in quegli anni che l’avvento delle armi atomiche cambiava completamente la natura della guerra per come era esistita fino a quel momento, essa non poteva più venire giustificata come un male minore o, eventualmente, un male necessario e l’obiezione di coscienza diventava una strada che chiunque doveva sentirsi chiamato a percorrere. Questo stesso mutamento di natura della guerra indotto dalle armi atomiche nel 1963 porterà Giovanni XXIII, nella famosa enciclica Pacem in terris, a mettere in discussione la secolare dottrina cattolica della «guerra giusta».

Proliferazione nucleare

Dopo il 1989, con il crollo del Muro di Berlino e con l’attenuarsi della contrapposizione radicale tra Unione Sovietica e Stati Uniti, il timore di una guerra nucleare, nell’opinione pubblica, si direbbe assai diminuito. Ma il pericolo è realmente diminuito? O è possibile che la minaccia si faccia ancora più incombente proprio perché sembra essere meno avvertita come minaccia?

Il numero totale di ordigni nucleari presenti sul pianeta è calato, raggiunto un picco di circa 70.000 testate durante gli anni Ottanta si è scesi fino alle attuali 16-17.000 (sul territorio italiano, secondo il direttore del «Nuclear Information Project» Hans Kristensen, tra la base di Aviano e quella di Ghedi si conserverebbero ancora una settantina di atomiche). Ma questa diminuzione complessiva delle atomiche è compensata da un aumento degli stati che hanno acquisito una tecnologia nucleare militare.

Non pochi analisti sono concordi nel ritenere che il fronte nucleare più pericoloso oggi non passi più sull’asse diretto Russia-Stati Uniti e sul suolo europeo – nonostante alcune recrudescenze, come la guerra in Ucraina. Gli scenari nucleari più caldi, e i conseguenti rischi, al momento sembrano stare altrove, principalmente in Medio Oriente e nella rivalità atomica tra India e Pakistan. La proliferazione nucleare ha permesso a stati con strutture istituzionali più fragili e più permeabili di entrare in possesso di armamenti enormemente sofisticati. Capacità più deboli di controllo statale che aprono anche le porte, maggiormente che in passato, all’eventualità che della tecnologia nucleare possa cadere in mano a forze legate al terrorismo internazionale.

Tuttavia, come ricordato, la minaccia atomica non sembra rientrare più nel novero delle principali inquietudini contemporanee, limitatamente si ridesta forse per incidenti legati al nucleare civile, come il recente caso di Fukushima. Sembra erosa la consapevolezza che la presenza delle armi nucleari continua ad accompagnarci e a essere intrecciata con la nostra vita, che l’era atomica rimane l’epoca nella quale viviamo. Del resto si tratta di una condizione irreversibile, perché anche nell’auspicabile ipotesi che tutti gli ordigni atomici presenti sul pianeta venissero distrutti, resta il fatto che ormai l’umanità conosce il «segreto» della loro costruzione.

Comando e controllo

La pubblicazione, nei primi anni Sessanta, del carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly (il pilota che diede il via al bombardamento di Hiroshima, accertandosi che sussistevano le condizioni meteorologiche adeguate) rappresentò invece un capitolo emblematico della presa di coscienza degli interrogativi etici legati all’atomica e allo «statuto tecnologico» della sua minaccia. Sin dalla prima lettera Anders indicava come centrale un elemento: quello della «tecnicizzazione dell’esistenza». Vale a dire il fatto che «come le rotelle di una macchina possiamo essere inseriti in azioni di cui non prevediamo gli effetti, e che, se ne prevedessimo gli effetti, non potremmo approvare – questo fatto ha trasformato la situazione morale di tutti noi. La tecnica ha fatto sì che si possa diventare “incolpevolmente colpevoli”, in un modo che era ancora del tutto ignoto al mondo tecnicamente meno avanzato dei nostri padri». Anders vide in Eatherly una sorta di precursore di questo aspetto della vita contemporanea, per essersi infatti limitato a eseguire un piccolo compito entro un’azione complessiva che ha portato all’annientamento di decine di migliaia di persone.

La vastità e le potenzialità delle capacità tecnologiche a cui l’umanità è giunta rischiano, come nel caso dell’atomica, di farci perdere di vista lo scopo complessivo delle nostre azioni e di indurci a tenere sott’occhio solamente il «pezzetto» di lavoro al quale siamo chiamati a collaborare. Alla coscienza etica, relativa alle conseguenze di ciò che stiamo facendo, finisce così per sostituirsi una semplice coscienziosità pratica nello svolgimento scrupoloso del proprio mestiere.

La questione nucleare chiama poi in causa un ulteriore aspetto della complessità tecnologica che riveste il mondo contemporaneo, vale a dire la fragilità in sé del «meccanismo» atomico e le possibilità di controllo che l’uomo è in grado di esercitare in quest’ambito, e in genere sui propri manufatti più sofisticati. Sarebbe a dire che una bomba atomica rischia di esplodere non soltanto in seguito a una decisione umana di farla esplodere, ma anche per caso, per sbaglio, per un malfunzionamento tecnico. La miscela tra capacità distruttive delle armi nucleari, complessità tecnologica, fallibilità umana e casualità apre degli scenari di imponderabile pericolosità.

È di recente uscita un libro di Eric Schlosser, Comando e controllo, che documenta un’impressionante quantità di incidenti che in questi settant’anni hanno riguardato le armi nucleari: bombe atomiche che sono andate a un passo dall’esplodere, segnalazioni errate di attacchi nucleari in corso, ecc. Pagine peraltro, queste di Schlosser, che fanno riferimento unicamente agli Stati Uniti, i quali nonostante tutto posseggono probabilmente i sistemi di sicurezza migliori del mondo.

Se dunque ci soffermiamo a riflettere sul numero – diminuito ma ancora elevato – di testate atomiche presenti sul pianeta, sulla grave instabilità politica che caratterizza vaste aree del mondo islamico tra l’Africa settentrionale e il subcontinente indiano, sul fatto che in queste zone sono presenti stati dotati di armamenti nucleari, abbiamo sufficienti motivi per continuare a trovare appropriata l’indicazione di Anders: lasciarci pervadere da una sana inquietudine può essere un buon modo per aprire gli occhi sui pericoli atomici che l’umanità continua a correre.

Bibliografia minima

John Hersey, Hiroshima (1946), Skira 2015
Günther Anders, Claude Eatherly, La coscienza al bando (1961), Einaudi 1962
Jonathan Schell, Il destino della terra (1982), Mondadori 1982
Michael Light, 100 soli. 1945-1962, Contrasto 2003
William Langewiesche, Il bazar atomico (2007), Adelphi 2007
Eric Schlosser, Comando e controllo (2013), Mondadori 2015

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