Diversamente occupati/ I palestinesi iniziano la lotta del cibo con l’intensificarsi del boicottaggio – Amira Hass

Anche se il boicottaggio palestinese dei prodotti israeliani ha solo un impatto marginale sull’economia di Israele, serve comunque a un più vasto obiettivo sociale.

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I prodotti Tnuva e Osem stanno scomparendo dagli scaffali dei negozi di alimentari e dei supermercati palestinesi. Tuttavia i negozianti boicottano queste ed altre ditte israeliane più per il fatto che parecchi dirigenti palestinesi li hanno pubblicamente intimiditi che per fervore patriottico. Tutto è cominciato circa tre settimane e mezza fa, quando il Comitato Nazionale contro le misure punitive israeliane ha lanciato una campagna di boicottaggio dei prodotti di cinque ditte israeliane, fin quando Israele tratterrà le entrate fiscali palestinesi che ha riscosso alle frontiere internazionali [in base agli accordi di Oslo Israele riscuote i diritti doganali che riguardano anche merci destinate ai palestinesi e dovrebbe girare queste entrate all’ANP e al governo di Gaza. N.d.tr.].

Il comitato, diretto dall’alto dirigente di Fatah Mahmoud al-Aloul, ha concesso ai negozi due settimane di tempo per ritirare i prodotti dagli scaffali. Nel frattempo, dopo che qualcuno aveva ironizzato sul legame tra la fine del boicottaggio e il rientro delle quote fiscali, è stata diramata una dichiarazione in base alla quale il boicottaggio sarebbe stato a tempo indefinito.

Il comitato non è un ente governativo e il boicottaggio non è obbligatorio per legge – diversamente dal boicottaggio dei prodotti delle colonie, che è sancito in una decisione governativa ufficiale (tuttavia il monitoraggio di questo boicottaggio è stato sospeso, a causa della mancanza di volontà o di fondi, ed esso viene rispettato solo in parte).

Trascorse le due settimane, i membri del comitato si sono recati in alcuni negozi alimentari e supermercati, accompagnati dai media (inclusi giornalisti israeliani) ed hanno pubblicamente umiliato i negozianti che non avevano ubbidito. E lunedì scorso dei membri della gioventù di Fatah hanno confiscato un furgone che trasportava latte Tnuva per un valore di parecchie decine di migliaia di shekels, e hanno versato il latte nel centro della Piazza al-Manara a Ramallah. Sono state necessarie tre cisterne fornite dal comune (utilizzando almeno 30 metri cubi di preziosissima acqua) per ripulire il suolo pubblico. Alcuni passanti si sono affrettati a raccogliere qualche cartone di latte. Quando la gente chiedeva perché il latte era stato versato invece di darlo ad un campo profughi, per esempio, i giovani di Fatah hanno risposto che facendo così sarebbe stato possibile sostenere che avevano rubato il latte per sé stessi.

In linea di principio, c’è consenso verso il boicottaggio dei prodotti israeliani. Questo avviene sia per incoraggiare i prodotti locali e la produzione palestinese, sia per comunicare a Israele e agli israeliani che no, non è come al solito. Ma il modo violento con cui agiscono il Comitato Nazionale e i giovani di Fatah per attuare il boicottaggio ha provocato critiche e proteste.

E’ la prima volta che membri di alto rango di Fatah sono stati colpiti da misure punitive israeliane (che hanno provocato tagli dei salari a causa del ritardo nel trasferimento dei proventi fiscali), per cui hanno deciso di agire”, è quanto hanno dichiarato senza mezzi termini alcuni ex attivisti di Fatah. Hanno anche detto che “Fatah e i suoi alti dirigenti sono politicamente emarginati, per cui stanno cercando un modo per farsi notare”. E ovviamente c’è stato chi ha sollevato l’inevitabile domanda, “Hanno restituito le loro carte VIP?” Questa questione si riferisce ai documenti concessi da Israele che garantiscono ai dirigenti trattamenti di favore negli spostamenti.

Ho sentito un’ulteriore spiegazione delle azioni del comitato da parte di alcuni giovani (che non hanno bisogno di essere spaventati per aderire al boicottaggio dei prodotti dell’ “ente sionista”). Hanno affermato che il motivo nascosto è eliminare le catene di negozi e sostituirle con altre di proprietà di soci a loro vicini. Anche se questa spiegazione del comportamento del Comitato Nazionale è senza fondamento, mette in luce quanto profondo sia il senso di sospetto che circola nella classe da esso rappresentata. Forse sarebbe meglio che i dirigenti coinvolti nel boicottaggio invocassero anche considerazioni relative alla salute: per spiegare che il latte, soprattutto quello che contiene ormoni, è dannoso alla salute, e che gli snacks Bamba, che sono pieni di grassi e di sale, non sono beni di prima necessità.

Improvvisamente vegetariani?

Il Consiglio Centrale dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) si è riunito la settimana scorsa a Ramallah, ma una delle sue risoluzioni – boicottare tutti i prodotti israeliani – è priva di contenuto, come sanno bene gli economisti dell’Autorità Palestinese. E’ vero che si può fare a meno di molti di questi prodotti (chi nel mondo ha bisogno di cioccolato e chewing gum israeliani, o dell’acqua minerale delle Alture del Golan o di Ein Gedi?). E’ anche possibile – pur nei limiti del rigido Protocollo di Parigi sulle relazioni economiche – importarli direttamente dall’estero, piuttosto che attraverso importatori israeliani.

Ma ci sono molti prodotti che non possono essere sostituiti, e la cui importazione dall’estero li renderebbe più costosi. Prendiamo la carne, per esempio: un economista palestinese mi ha detto che il 97% della carne e del pollame che consumano i palestinesi viene acquistato da Israele. Si può forse immaginare che i palestinesi smettano di mangiare carne e diventino improvvisamente vegetariani? Mi ha detto che, ad oggi, qualunque boicottaggio dei prodotti israeliani (inclusi quelli delle colonie) non ha ridotto la quantità delle importazioni palestinesi da Israele di più del 5%.

Però, anche se la rinuncia a moltissimi prodotti non ha danneggiato l’economia di Israele, l’attività a favore del boicottaggio è importante. Il boicottaggio consente un’ampia partecipazione della popolazione ad un’azione di rivolta, senza lanciare una pietra o sparare un colpo.

La feroce occupazione militare-colonialista colpisce ogni aspetto della vita umana e lo distrugge: dalla culla alla tomba, ed anche oltre. Non c’è modo di reagire individualmente ad ogni azione violenta di distruzione. Il boicottaggio incanala i sentimenti di rabbia e di odio ed il desiderio di vendetta – che sono giustificabili, naturali e comprensibili – verso un’azione di massa (ciò che sorprende è lo scarso numero di espressioni violente individuali di questi giustificabili, naturali e comprensibili sentimenti).

Qualunque siano le loro motivazioni, l’iniziativa di boicottaggio dei dirigenti (un’eco delle iniziative popolari, non ufficiali) rende evidenti i mutamenti del clima politico interno ai palestinesi. E questa non è certo l’ultima parola.

(traduzione di Cristiana Cavagna)

9 marzo 2015

Haaretz

 

 

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