La Resistenza della Danimarca – Sergio Luzzatto

L’8 settembre della Danimarca fu inaugurato da un telegramma. Era il telegramma inviato a Berlino da Werner Best, giovane ufficiale delle SS che Hitler aveva nominato da poco, in quell’estate 1943, plenipotenziario del Reich a Copenaghen. «Una coerente attuazione del nuovo corso in Danimarca comporta adesso, a mio parere, una risoluzione della questione ebraica nel Paese»: così Best telegrafava a Berlino, e tutto lasciava intendere che la risoluzione della faccenda coincidesse anche lì con la Soluzione finale. Invece no. La storia prese tutt’altra piega. Per gli ebrei locali – diversamente che in Italia – l’8 settembre ’43 segnò l’inizio di una tragedia a lieto fine.

Ormai da tre anni e mezzo la Danimarca era stata occupata dai tedeschi sotto uno strano regime di compromesso, una specie di occupazione pacifica per cui il Reich non aveva dichiarato lo stato di guerra né si era assunto la responsabilità degli affari interni danesi. A differenza che in Norvegia, dove la monarchia e il governo costituzionale erano stati deposti con l’avvento del collaborazionista Quisling, in Danimarca il re Cristiano X era rimasto sul trono e le istituzioni democratiche avevano continuato a funzionare. I tedeschi avevano tenuto quasi soltanto a garantirsi, attraverso il controllo dello stretto di Øresund, la regolarità delle comunicazioni dal mar Baltico al mare del Nord, e inoltre un accesso diretto alla produzione agricola danese.

Ma nell’agosto 1943 il precario equilibrio dell’occupazione pacifica si era infranto contro un’ondata di sabotaggi, scioperi, sommosse, cui i tedeschi avevano risposto instaurando la legge marziale. E scatenando infine la caccia – anche in Danimarca – contro il nemico per eccellenza, l’orrido giudeo: contro i sette-ottomila ebrei presenti allora sul territorio danese. Tremila circa di questi discendevano da famiglie insediate fin dal Seicento e appartenevano a un’élite assimilata. Circa altrettanti, i cosiddetti «ebrei russi», erano arrivati all’inizio del Novecento fuggendo la povertà e i pogrom dell’Europa orientale. Mille e passa erano giunti di recente: profughi tedeschi, austriaci, boemi, in fuga dalla persecuzione nazista.

Uomo di fiducia di Himmler, il «dottor Best» – come rispettosamente veniva qualificato a Copenaghen – sapeva quel che il capo delle SS si aspettava da lui: un personale contributo all’opera di disinfestazione razziale, la liquidazione degli ebrei dalla Danimarca verso le terre dello sterminio. Senonché Werner Best era un ufficiale nazista particolarmente colto, sensibile, e scaltro. A fine settembre ’43, quando ricevette da Berlino l’ordine esplicito di procedere all’arresto e alla deportazione di tutti gli ebrei «purosangue», Best ebbe l’intelligenza di capire che la Danimarca non era, agli effetti della Soluzione finale, un Paese d’Europa come un altro. Decise allora di intraprendere un temerario doppiogioco. In apparenza, promosse l’operazione di pulizia etnica. In sostanza, procurò di limitarne la riuscita.

Ciò che rendeva la Danimarca un Paese diverso era una diversa concezione del “noi” e del “loro”. Agli occhi dell’opinione pubblica, l’altro da sé non era l’israelita, cittadino danese o profugo straniero, che partecipava di una diaspora millenaria: l’alieno era il nazista, tedesco o indigeno, che designava l’ebreo come un «sottouomo». Così, proprio l’avvio dell’operazione antiebraica suscitò in Danimarca – dopo tre anni e mezzo di attendismo, o di larvato collaborazionismo – un movimento spontaneo di resistenza civile. E generò, rispetto ad altri contesti di persecuzione degli ebrei d’Europa durante la Seconda guerra mondiale, una configurazione originale del rapporto tra carnefici, vittime e spettatori.

Sapientemente ricostruita ed efficacemente raccontata, è questa la storia che si legge nel libro di Bo Lidegaard, Il popolo che disse no: è l’avventurosa storia del salvataggio di massa di quei sette o ottomila ebrei di Danimarca. Entro le prime due settimane dell’ottobre 1943 la stragrande maggioranza di loro poté traversare lo stretto di Øresund e raggiungere la Svezia, la cui neutralità nella guerra equivaleva alla salvezza. Gli ebrei furono indirettamente aiutati dagli uomini delle istituzioni, che rifiutarono di prestare ai tedeschi qualunque tipo di assistenza politica, militare, culturale. Furono indirettamente aiutati da uomini di chiesa come il vescovo di Copenaghen, che contro la violazione nazista del diritto fece appello alla libertà di coscienza del suo gregge. Soprattutto, gli ebrei furono aiutati dal soccorso diretto della gente comune. Inseguite dai carnefici, le vittime vennero assistite dagli spettatori, che in Danimarca non rimasero tali.

Si prenda un posto come Gilleleje, villaggio di pescatori all’estremo nord dello stretto di Øresund. Millesettecento anime che da un giorno all’altro si trovano ad accogliere – a nascondere, a scaldare, a nutrire, infine a imbarcare – diverse centinaia di ebrei sconosciuti, danesi o stranieri, uomini donne vecchi bambini. Certo, per i pescatori di Gilleleje la rotta degli ebrei braccati dalla Gestapo corrisponde a una benvenuta opportunità economica: pur di salire su una barca e arrivare in Svezia, i profughi sono pronti a sborsare fino all’ultima corona che resti loro in tasca. Ma i soldi versati ai pescatori non bastano per spiegare la nascita, a Gilleleje, di un «Comitato ebraico» animato dal meccanico Petersen e dal droghiere Lassen insieme al falegname del villaggio, al maestro di scuola, al medico condotto e al presidente del consiglio parrocchiale. I soldi non spiegano la mobilitazione di una comunità locale che, salvando la vita agli ebrei fuggiaschi, intende salvarsi come comunità umana.

12 gennaio 2014
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-12/la-resistenza-danimarca-084352.shtml?uuid=ABXYpAp

Sergio Luzzatto insegna Storia moderna all’Università di Torino. Si è laureato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e compiuto gli studi dottorali alla Scuola Superiore di Studi Storici di San Marino. È stato anche docente presso l’Università di Genova e l’Università di Macerata. Studioso della Rivoluzione francese, ha scritto anche di storia italiana fra Otto e Novecento, in particolare sulla questione del revisionismo in materia di lotta partigiana.

Dal 2002 al 2004 ha condotto il programma televisivo di approfondimento storico Altra Storia, che andava in onda il sabato sera molto tardi su La7.

Il suo saggio Bonbon Robespierre ha vinto nel 2010 la tredicesima edizione del premio letterario città di Bari nella sezione saggistica.

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