Danilo Dolci e i nostri latenti poteri acquatici – Antonio Fiscarelli

Una sua rilevante importanza l’acqua ce l’ha già per la sua capacità di presentarsi sotto innumerevoli forme, funzioni, utilità. L’acqua è forse l’elemento naturale più sorprendentemente mutevole. I fenomeni legati alle sue continue trasformazioni determinano le mutazioni climatiche, così come i tanti usi che se ne fanno in una società ne condizionano i comportamenti e le dinamiche profonde. Dove acqua non c’è, non c’è possibilità di vita, almeno di quella che noi consideriamo vita. La natura è riccamente e creativamente condizionata dal ludico plasmarsi e riplasmarsi dei flussi acquatici; terra e cielo rappresentano favolosi palcoscenici per le danze e le misteriose metamorfosi dell’acqua. Le nuvole, nei loro continui mutamenti, sono acqua fluttuante nel cielo; trasportata di qua e di là secondo la direzione dei venti, può venire giù sotto diverse forme. Il ghiaccio, acqua solidificata alle basse temperature, si discioglie con l’aumentare della temperatura dando vita a quegli incantevoli spettacoli naturali di cui il “riscaldamento globale” accelera i processi. Fiumi e ruscelli sono acqua scivolante, sdrucciolante, serena o esuberante; dai monti, lunghi serpenti d’acqua si snodano e scendono a valle, o cadono in zampillanti cascate nelle foreste; pioggia, grandine, neve non sono che getti, fiotti, sprizzi della medesima sorgente acquatica. Il manto vegetale dei campi la mattina si ricopre di rugiada. L’acqua si condensa ed evapora, si solidifica e scompone, determinando notevoli cambiamenti in un ecosistema. C’è acqua del mare e acqua dei laghi, acque stagnanti, paludi, acquitrini, nelle più diverse aree della terra. Persino nel deserto l’acqua fa le sue comparse. La superficie terrestre è per 3/5 acqua, ciò che si vede bene nella sua fotografia spaziale che la ritrae prevalentemente blu. La terra tutta è continuo trasudare d’acqua, e il riscaldamento globale non farà che stimolare ulteriormente le sue trasformazioni immanenti, sciogliendo i ghiacciai, prosciugando delle aree e inondandone furiosamente delle altre.

Quale elemento fondamentale della sfera terrestre, l’acqua è altrettanto basilare per la vita umana. Le innumerevoli forme che l’acqua può assumere ne fanno una struttura di primaria importanza tanto per l’ordine naturale delle cose, quanto per quello sociale. Le società umane si fondano su quel rapporto di amore -che però può portare anche all’odio- dei popoli per l’acqua. Se le prime civiltà hanno trovato stabilità vicino a sorgenti d’acqua, le società complesse hanno costruito i più ingegnosi sistemi idrici per gli usi più diversi, tanto nella campagna quanto nella città. Le nostre case possono mancare di ogni cosa tranne che dell’acqua. L’acqua non si può togliere a nessuno. È eticamente riprovevole oltre che economicamente stupido sprecare acqua. L’acqua sprecata quotidianamente da parte di un singolo cittadino occidentale basterebbe a soddisfare il fabbisogno di un’intera comunità di un paese povero, come ci dicono gli studi sempre più precisi sul tema. L’acqua è fondamento della vita, per natura, prima che per affari. Ci riproduciamo nell’acqua, ci puliamo ogni giorno con acqua, sudiamo, ed anche piangiamo acqua. Acqua, fonte di benessere e malessere, di sanità e santità. Il corpo umano ne è costituito per circa l’80%. Ne usufruisce attraverso un complesso apparato il cui profondo significato per la vita forse dobbiamo ancora scoprire. La struttura reticolata di tubi, filtri, canali, incavature, bacini fisiologici e anatomici del corpo, è una sorta di rete idrica naturale che mantiene il corpo organicamente integrato e comunicante con il resto della natura, di cui l’acqua è la linfa principale. Tanta acqua espelliamo dal corpo, nel corso di una giornata, quanta ne incorporiamo. Ne prendiamo dalla bocca e ne espelliamo dalla pelle, ne prendiamo dalla pelle e ne espelliamo dai genitali. L’acqua ci attraversa, ci trapassa, ci esiste. Possiamo dire, senza esagerare, che esistiamo in funzione dell’acqua.

Greenaway: “L’acqua influenza il nostro modo di organizzare la vita quotidiana”.

Nel film documentario L’Aleph e l’occhio1, Greenaway descrive l’acqua come uno dei più interessanti soggetti fotogenetici, spiegando come nei suoi film non mancano mai scene di personaggi alle prese con la propria toilette, o di richiami al potere dell’universo acquatico. Il corpo del singolo esistente, costretto a vivere la maggior parte del suo tempo quotidiano “vestito”, si denuda al momento del lavacro, immergendosi in un bagno caldo o sotto una doccia fredda. Poiché ci spogliamo per lavarci, l’acqua svela il nostro corpo nudo. Laviamo il corpo dalla sporcizia, ma anche dallo stress e dalla pesantezza dell’esistenza. Anche nel momento sacro della fornicazione il corpo umano si sveste; e anche qui, misteriosa funzione biologica è data da liquidi secreti dal corpo, dai corpi in acquatica comunione. Cerchiamo sovente nell’acqua una sorgente di recupero, tentiamo in essa ricostruire il . Il nostro primo “io” non si forma forse nelle cosiddette “acque materne”?

Ci immergiamo nell’acqua come pesci, o come corpi posseduti da incurabili malattie. “Ci lasciamo versare come acqua”2 scriveva Danilo Dolci. L’acqua ha ispirato simboliche pratiche religiose e pagane. Acqua come purificazione, detersione, espiazione, nelle acque del Battista come in quelle del Gange; ma anche come rituale sociale inconsapevolmente ripetuto, come il lavarsi le mani prima o durante i pasti, lavarsi al risveglio e prima di andare a letto. Proprio per le tante forme che può assumere l’acqua è, secondo Greenaway, una “fonte di energia molto fotogenetica”. Le lacrime di un viso triste, la condensa su una finestra, la pioggerella scrosciante, le onde impetuose del mare sotto una tempesta o quelle serene al chiaro di luna in una notte d’estate, ogni scena con acqua rende “le immagini astratte ed emozionanti”. L’acqua incorpora luce, “riflette, brilla”. L’acqua -che si sprigiona da ogni dove, si modella su tutte le forme e ne plasma altre- si presta bene all’occhio ricercatore del cineasta. “Acqua profonda, acqua bassa, cascate, goccioline, lacrime”, in qualunque forma si presenti è sempre un soggetto “affascinante da riprendere”3.

Ma non per la carica simbolica che esprime, l’acqua è funzione sociale fondamentale. Piuttosto è la sua materiale consistenza ed essenzialità a renderla archetipico rappresentante del comune desiderio di essere redenti o, se si preferisce, laicamente liberi dalla sete spirituale e materiale di potere. Acqua ce n’è tanta, eppure per il suo approvvigionamento molti mali sono arrivati nel mondo4. Non c’è paese, anche nella parte più sviluppata del mondo, che non abbia i suoi problemi per la distribuzione dell’acqua, i suoi esperti di politica idraulica e i suoi movimenti di rivendicazione dei “diritti” dell’acqua.

Eppure l’acqua, eterno bene fondamentale, è ancora così poco compresa e conosciuta nei suoi reali potenziali sociali, nella sua relazione con il potere, nella sua fluida latente capacità di modificare le strutture stesse del potere. I grandi progetti idraulici sono fondamentali nella storia umana, a maggior ragione se si tratta di veri e propri esperimenti sociali, di progettazione collettiva, politica “bottom-up”. È in questa prospettiva che occorre leggere le note autobiografiche che Danilo Dolci scrisse diversi anni dopo aver partecipato al progetto della diga sullo Jato.

Ho imparato molto in decine di anni impegnati sul campo, sovente arido. Nei diversi e pur simili campi, non solo in Italia. Tra l’altro ho imparato come l’acqua può divenire non soltanto occasione per elevare la produttività e il reddito, ma anche leva per un cambiamento strutturale, per un cambiamento della struttura di potere.

All’inizio del ’52 dal nord ero arrivato nella Sicilia più insanguinata, presso Montelepre, ove lo Stato assurdamente insisteva a tentare di reprimere la disperazione, la fame, invece di risolverne le cause… mentre i giornali del Nord scrivevano del ‘Triangolo maledetto’ come se vi esistesse una popolazione di ‘natura violenta’, mentre le truppe armate dello Stato italiano sparavano dispendiosamente sulla gente e la torturavano, un bracciante per un giorno di fatica (da 8 a 10 ore), guadagnava 250 lire (quando il pane costava 120 lire al chilo), trovando lavoro non più di cinque mesi l’anno… Le spese per la repressione erano enormi… Primo criminale, lo Stato.

Per comprendere a fondo lavoravo come manuale muratore, zappavo coi contadini. Finito il lavoro domandavo ai miei nuovi amici… come vedevano la situazione: quale era esattamente?…come poteva cambiare? Dalle domande mosse dalla mia ignoranza, nascevano problemi nella gente. Prima nei singoli e a poco a poco nei gruppi che si ritrovavano per ricercare…

Molte le indicazioni. A poco a poco alcune ipotesi si confermano. Un vecchio contadino, Zu Natale Russo, un giorno disse: ‘Qui d’estate per sei mesi non piove. E si produce poco, o niente. Ma d’inverno piove, piove molto. E l’acqua per gran parte va sprecata. Non si potrebbe raccogliere quell’acqua in un grande bacile, per poi utilizzarla l’estate?’ Aveva reinventata la diga”5.

Nell’immaginazione di zu Natale Russo, rappresentante spontaneo del contado siciliano del secondo dopoguerra, la diga o “grande bacile”, raccoglie le istanze e le richieste delle persone, funge da universale mediatore di profondi bisogni sociali che altrimenti rimarrebbero inespressi. Alla sua figurazione si arriva nella crisi profonda di una società, che vede implicate da una parte la povera gente a cui non sono garantiti i diritti elementari e dall’altra le forze armate dello Stato, che li dovrebbe garantire. L’acqua diventa la “leva” che innesca il cambiamento di tale rapporto nella misura in cui la popolazione diventa cosciente delle possibilità strutturali che essa offre sul piano orizzontale della riproduzione sociale.

Un equilibrio della struttura di potere si conserva nella relazione tra i bisogni primari insoddisfatti delle persone e l’arrogante Stato che dispiega le sue forze per reprimerne le rivendicazioni; si legge nella stessa tensione nervosa del giovane militare col fucile puntato contro cittadini che sa essere dalla parte del giusto, perché in fondo non fanno che chiedere “acqua”, sapendo che da essa ne conseguirebbe lavoro. Dolci è chiaramente persuaso che lo Stato è intenzionalmente vigliacco e sovente stupido, e dichiara inutili gli sprechi conseguenti alla mobilitazione delle forze armate in una situazione di povertà in cui il reale problema è la mancanza di acqua6. Torrente sempre in piena di potere, lo Stato in alcuni dei suoi pasticci storici sfocia sovente in laghi di acqua stagnante e torbida dove gracidano rospi e ranocchie, “animaluzzi” dal cervello annaspante che sa opporre ai fatti essenziali solo la maligna idiota incapace fede nella violenza. Ma l’acqua, primordiale bene comune, libero patrimonio materiale e simbolico, esprime i suoi poteri, propaga i suoi flussi benefici attraverso la coscienza biologica e sociale, quando questa è pronta ad accoglierli, educata e preparata ad estrinsecarli fluidamente.

La fotografia pur non troppo dettagliata di un territorio siciliano con lo stato d’assedio nel 1952 è facilmente espandibile all’intera Italia Meridionale7. Nell’analizzare le conseguenze delle decisioni dello Stato accecato, Danilo Dolci non trova migliore soluzione che interrogare la gente realmente colpita dal disagio. Sembrerebbe potersi ripetere l’esperienza di intellettuali meridionalisti come Sonnino e Franchetti, nell’Italia postunitaria, che denunciarono la “questione sociale meridionale” con un’intensa attività di indagini, i cui frutti confluirono nell’inchiesta sulla “Sicilia del 1876”. Ma il loro sforzo, sebbene lodevole, non è stato riempito con l’azione comunitaria. Con Danilo Dolci, invece, la storia di una parte della Sicilia prende un altro corso, inizia una vera e propria rivoluzione, un sovvertimento graduale, apparentemente lento ma in realtà rapido, di idee e pratiche veraci, fatto anche di scacchi e delusioni, benché così minuziosamente ingegnato, onestamente -in quanto collettivamente- verificato. C’è molto meno da stupirsi dell’attenzione internazionale che Danilo Dolci aveva catalizzato su di sé sulla condizione della Sicilia Nord-Occidentale per quasi mezzo secolo, che dell’attuale generale carenza di coscienza storica della popolazione italiana8.

Tale cambiamento, stravolgimento, prodursi e accrescersi di diverse iniziative collettive, trova il suo fulcro nell’acqua, considerata, o semmai “scoperta”, dalla popolazione coinvolta, risorsa indispensabile per risolvere i problemi più urgenti. Dentro pur una riconoscibile razionalità, negli intenti e nella programmazione strutturale e maieutica, l’acqua, latente universo dell’inconscio collettivo, zampilla d’un tratto dinanzi alla coscienza collettiva come un obiettivo di primaria importanza, diventa la “leva” di un possibile cambiamento “strutturale”, mare del futuro progresso comunitario, della progettazione collettiva, che lavora nel presente costruendosi futuro.

In molte riunioni abbiamo verificata l’ipotesi. Ciascuno sapeva cosa era un bacile…I contadini stessi con un generoso ingegnere palermitano hanno individuato un bacino…

Abbiamo chiesto a un architetto di elaborare un plastico. La gente… riconosceva la rappresentazione in rilievo… quel piccolo lago celestino induceva a pensare: era un sogno, un miraggio, o forse il seme di un grande lago?

Moltiplicate le riunioni, soprattutto in Partinico, cresceva il numero delle persone interessate. Non facevo lezioni, prediche, comizi. Ormai semplicemente domandavo: ‘Chi vuole l’acqua?’

Col gruppo che cresceva, soprattutto braccianti disoccupati, abbiamo iniziato a muovere pressioni nonviolente robuste, per ottenere dagli enti pubblici le trivellazioni necessarie a verificare la possibilità di costruire uno sbarramento capace, con oltre 80 milioni di metri cubi, di irrigare circa 9.000 ettari.

Ottenuti i responsi, positivi, nuove pressioni per ottenere dalla Cassa per il Mezzogiorno i progetti di massima: non era in ogni senso più economico usare energie, soldi, per rendere possibile lavoro produttivo alla gente, invece che spendere per pararle addosso e seviziarla?”9

Gradualmente, a furia di pressioni sulle istituzioni, scioperi della fame, manifestazioni, riunioni maieutiche in gruppi e cerchi sempre più ampi, si concretizza (reinventa) la Diga di Jato. Il grande bacile, una volta solo intuito, sognato, ora è reale.

Problemi enormi sono stati risolti con l’arrivo dell’acqua, ma altri guai si sono aggiunti. Arrivato il lavoro, sparito il banditismo. Ma arrivando lavoro e quindi produzione, sono arrivati anche “ingannevoli parassiti intellettuali… squallidi amministratori della città di Palermo che hanno cercato di rubarla legalmente”10. La gente, quindi, ottenuta la diga, deve continuare a lottare per garantirne il controllo democratico.

L’acqua, raccolta ora nel grande bacile, continua ad essere il fulcro dei processi a venire, la leva del cambiamento strutturale degli equilibri di potere nella prospettiva futura di quel territorio. Allargandosi in cerchi concentrici, i magici flussi acquatici si diffondono ed altre iniziative simili cominciano in altri territori.

La speranza di Danilo Dolci è che in ogni parte del mondo si scovi “la particolare leva affinché i bisogni della gente, nell’essere riconosciuti… divengano occasione per le maggioranze (inconsce, sfruttate, disperse) per conquistare il proprio potere”11. Ciò che è avvenuto nella Valle dello Jato è un esempio concreto di come l’acqua possa avere un ruolo fondamentale nel modificare strutturalmente i rapporti di potere.

Ultimata la diga, è iniziata l’esperienza più interessante. Prima avevamo domandato: ‘Vuoi l’acqua?’… ora domandavamo: ‘Vuoi l’acqua cara, o a buon mercato?’.

E la gente pensando comprendeva che quell’acqua, per non essere cara, doveva risultare democratica, non acqua di mafia… che, per realizzare il proprio profondo interesse, doveva imparare a organizzarsi in una grande cooperativa ove ognuno imparava a parlare e ad ascoltare, a scegliere e decidere, a mantenere impegni puntualmente.

La diga così, da occasione per elevare produzione e reddito, è divenuta leva per mutare la struttura del potere nel territorio: leva affinché la grande maggioranza della gente, riconosciuto il proprio interesse profondo, divenisse giorno per giorno il nuovo potere, democratico, nella zona…

Nella Valle si è mosso un processo di superamento della soggezione, della passività, della paura. Si è mossa un’esperienza di essenziale lotta, maturazione civile, che a poco a poco sta bonificando la vita della Valle. Esperienza che però si dovrà, con ogni generazione ricreare…

Ogni processo di crescita ha le sue difficoltà, non finisce mai”12.

Già, non finisce mai il crescere, con tutte le sue difficoltà. Le tante molecole d’acqua che rappresentiamo serialmente rischiano di non fondersi mai nel grande bacile -per divenire un’unica grande risorsa d’energia alternativa- e di finire solitarie stillanti goccioline di rugiada. Atomo diviso in sé e slegato dagli altri, l’individuo di oggi si pensa incapace di fronteggiare il potere che l’assoggetta -come ha spiegato anche il famoso sociologo della “società liquida” Zygmunt Bauman- e non capisce che la sua singolarità si evincerebbe ed esprimerebbe meglio nella coscienza della struttura maieutica di gruppo, che opera come il potere dell’acqua nella società. La questione che si pone è dunque la seguente: saremo più capaci nel futuro di riconoscere e superare i limiti del nostro ego assetato di poteri vani, magari nel ricondurre alla coscienza e ricreare i nostri latenti comuni poteri acquatici? O siamo irrimediabilmente destinati a smorzare, con i nostri “personali” punti di vista, ogni focolaio di rigenerazione, ri-germinazione collettiva? Accetteremo di essere terra irreversibilmente arida dove si coagulano ogni po’ piccole chiazze d’acqua stagnante e maleodorante? O sapremo, riconoscendoci reciprocamente, modificarci fino a svuotarci e mescerci insieme nel grande bacile dei nostri profondi bisogni e interessi?

L’opportunità di mutare questa condizione dipende dall’agorà”, dice Bauman, intendendo con agorà quel luogo soppresso che andrebbe appunto riconquistato non per i propri benefici personali, ma “per cercare leve gestite collettivamente abbastanza potenti da sollevare gli individui dalla miseria subita privatamente”13. E ciò va eseguito dentro una precisa “struttura” (frame), una precisa “idea”: quella di una “libertà individuale intesa come prodotto di un impegno collettivo14. Qualcosa non del tutto dissimile dalla “libertà individuale come impegno sociale” di Amartya K. Sen15.

Difficile non condividere tali idee. Ma il punto è che, come sottolinea lo stesso Bauman, è “più facile a dirsi che a farsi”; o, come recita il proverbio, tra il dire e il fare c’è di mezzo (appunto) il mare.

Eppure Danilo Dolci sembra l’abbia affrontato questo mare. Bisognerà prenderlo come esempio?

NOTE

1  L’aleph e l’occhio. Il cinema di Peter Greenaway, Massimo Galimberti, Italia, 1982.

2  Danilo Dolci, da Acqua e Potere guardando dalla Sicilia 1962-’92, in Nessi fra esperienza etica e politica, Piero Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma 1999, p. 211.

3  Di Greenaway si vedano il film Drowning by Numbers, UK, 1988, e i cortometraggi Water, UK,1975, Water Wrackets, UK, 1975 e Watching Water, UK, 1995.

4 Non è forse in questo senso che bisogna leggere gli attuali squilibri e le generali dinamiche geopolitiche in Medio Oriente, simili a quelle di altre aree della Terra? Le controversie tra Turchia e Siria si giocano proprio sulla ridefinizione della mappa idraulica intorno alla storica e mitologica culla della civiltà, la Mesopotamia. Il progetto GAP (Güneydogu Anadolu Projesi), nato negli anni settanta, definisce una vera e propria mobilitazione internazionale ruotante intorno al “controllo” dell’acqua. A detta del governo turco lo scopo del progetto, comprendente la costruzione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche nella regione Anatolica, è di “eliminare le disparità… accrescendo i livelli di reddito della popolazione e degli standard di vita”. I paesi limitrofi lo ritengono invece una strategia per monopolizzare la regione interessata, mentre non poche organizzazioni hanno giustamente sottolineato che si tratta di una politica “top-down”, un progetto cioè calato clamorosamente dall’alto e che ha già comportato numerosi sfollamenti, raramente compensati e spesso forzati. Senza contare le conseguenze dell’impatto ambientale. Per una visione di insieme sul progetto GAP si legga il rapporto dell’Osservatorio Iraq, GAP. Un mega progetto che rischia di sconvolgere il Kurdistan curdo, a cura di Carlo M. Miele, dicembre 2010, www.osservatorioiraq.it; mentre per approfondimenti sulla funzione del progetto GAP nelle dinamiche geopolitiche mediorientali, si leggano gli articoli di René G. Maury “Potenza dell’acqua, potenza del fuoco: il progetto GAP”, in LIMES, n. 3-1999; “La valorizzazione delle acque dell’Eufrate in Turchia, Siria e Iraq : alcune considerazioni sull’approccio dei grandi progetti di sviluppo”, in: P. MORELLI, Terzo mondo e nuove strategie di sviluppo, Angeli, Milano 1983, pp. 309-346. “Alcune riserve sui grandi progetti irrigui nei bacini dell’Eufrate e del Tigri in Turchia e in Siria”, in C. LEZZI SANTORO , Ricostruire l’agricoltura per ricostruire l’ambiente, Galatina, Congedo, pp. 439-434.

5 Danilo Dolci, op.cit., p. 223-224

6 La critica di Dolci allo Stato è gravida di una visione concreta dei bisogni della popolazione, oltre che delle relazioni del potere criminale mafioso del territorio con quello dello Stato. Erano gli anni in cui, denunciò pubblicamente di collusione l’allora potentissimo ministro Mattarella e altri illustri politici.

7 Le condizioni di miseria di quegli anni si riscontravano anche in altri territori della penisola (come nelle province del Delta Padano, in particolare la zona del Polesine e del Basso Ferrarese, nella capitale e nelle sue Borgate), benché nel Meridione fossero più diffuse. Al riguardo si consultino i Materiali della Commissione parlamentare raccolti nel volume l’Inchiesta sulla miseria in Italia (1951-1952) a cura di Paolo Braghin, ed. Einaudi 1978. Il quadro generale del Sud di quegli anni non era molto mutato da quello dell’Italia postunitaria, mentre nel Nord l’industrializzazione aveva fatto grandi passi avanti e i cambiamenti erano più marcati.

8 Nel 150° anniversario della presunta Unità d’Italia, vorrei cogliere proprio dentro questo contesto l’occasione di sottolineare che, il resuscitare nel dibattito pubblico miti ed eroi dell’epopea risorgimentale che condusse al 1861 non serve a molto, almeno fintanto che non si sarà ricostruita la storia sociale italiana dell’ultimo sessantennio, e non si sarà posto il 1948 come data storica fondamentale di una unità acquisita più concreta di quella che si è soliti celebrare (sulle date storiche fondamentali del processo di unificazione italiana dal 1861 fino ai nostri giorni si veda il nuovissimo libro di Massimo L. Salvadori L’italia e i suoi tre stati, Laterza Roma-Bari, 2011). La fissazione del 1948 come data fondamentale del processo storico che conduce a noi, era un presupposto condiviso tra i migliori luminari che sostennero le iniziative di Danilo Dolci, iniziative capaci di affermare i diritti costituzionali appena declamati: Norberto Bobbio, Ignazio Silone, Elio Vittorini, Pietro Calamandrei, Alberto Moravia, Enzo Sellerio, tanto per fare qualche nome. Inoltre, occorre ben focalizzare che le iniziative di Danilo Dolci nella Sicilia Nord-Occidentale si inseriscono nel contesto internazionale e si svolgono parallelamente a quelle della politica ufficiale, di solito in contrasto con le istituzioni, nonviolente in anni violenti (o dovremmo dire “di piombo”?). In questi contesti si inseriscono anche Aldo Capitini e i movimenti a lui ispirati, contesti nei quali crescono personalità come Peppino Impastato e Don Ciotti. Ecco alcune ragioni perché non bisogna stupirsi che Danilo Dolci ricevesse l’attenzione di intellettuali come Erich Fromm, Bertrand Russell, Jean Piaget, Aldous Huxley, Jean Paul Sartre, Ernst Bloch, Johan Galtung, e oggi è completamente posto fuori dall’ordine del discorso pubblico. Nemmeno, infine, c’è da meravigliarsi che i mass-media non ne facciano cenno alcuno, visto che essi hanno rappresentato uno dei bersagli fondamentali della critica di Danilo Dolci.

9 Danilo Dolci, op. cit., p. 224

10 Ibid., p.227

11 Ibid., p.227

12 Ibid., p.228

13 Zygmunt Bauman, In search of Politics, Standford University Press, Standford California, 1999, p. 3 (traduzione nostra, leggermente differente dalla versione della Feltrinelli, che ha tradotto il titolo originale del libro in La solitudine del cittadino globale).

14 Zygmunt Bauman, op. cit., p. 7

15 Amartya K. Sen, la libertà individuale come impegno sociale, Laterza, Roma-Bari 1990.

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