Anish Kapoor – Anna Lombardi

«Non sono un fan della musica pop. Ma la considero una lingua franca: capace di raggiungere tutti. E infatti è bastato usare quel che c’ era già, cambiandogli segno, per diffondere il messaggio in maniera straordinaria». Anish Kapoor è considerato uno dei più grandi artisti contemporanei: il primo, vivente, a cui una grande istituzione come la Royal Accademy abbia mai dedicato una mostra. Eppure per solidarietà con l’ amico e dissidente Ai Weiwei non ha esitato a dismettere i panni dell’ intellettuale per quelli del ballerino in una sua versione di Gangnam Style. «Avevo sostenuto Ai Weiwei in più di un’ occasione. Così quando ho visto il video, così ironico, che lui stesso aveva realizzato sempre sulle note di Gangnam, ho deciso di farne una mia versione: coinvolgendo quanta più gente possibile». E che gente. Chi l’ avrebbe mai pensato che 250 artisti di tutto il mondo si sarebbero messi a saltellare nel video – “Gangnam for Freedom” – che mima quello ormai famosissimo del rapper coreano Spy? Dal vincitore del Turner Prize, Mark Wallinger, allo scrittore Hanif Kureishi, dall’ intero staff del MoMa a quello del Guggenheim di New York. Per non parlare dei critici d’ arte (c’ è anche l’ italiano Demetrio Paparoni) e dei messaggi di solidarietà agli artisti perseguitati di tutto il mondo.

Proprio il video che Ai Weiwei ha realizzato al ritmo del Gangnam Style ha fatto scattare tutto. «Avevo già espresso il mio sostegno ad Ai Weiwei. Così quando ho visto il suo video, così ironico, ho deciso di farne una mia versione: coinvolgendo quanta più gente possibile». La Cina ha subito censurato il video di Weiwei: perché l’ ironia spaventa i regimi? «Lui ha detto, con ironia, le cose come stanno: il sistema cinese è diventato ricco perché corrotto. Ha detto che i soldi hanno vinto su tutto. Ed è questo che fa paura. Va subito oscurato». Nel video appaiono tanti nomi: dal dissidente cinese Liu Xibao alle Pussy Riot. Oltre a Roberto Saviano… «È una battaglia per la libertà d’ espressione di tutti. Saviano vive una situazione opposta ad Ai Weiwei: uno è oppresso dallo Stato e l’ altro da quella sorta di stato nello stato che è la mafia. Ma alla fine l’ oppressione è oppressione: neanche lui è un uomo libero. Se non vigiliamo tutti sulla libertà di questi artisti è la nostra stessa libertà di esseri umani a essere in pericolo. Ed è qui che devono intervenire gli artisti, anche ballando, perché loro possono fare cose anche stupide per dire cose serie. Sanno come esasperare regole idiote fino a farle diventare assurde. L’ artista è il buffone che dice verità profonde. E così rivendica la sua libertà». La bellezza nell’ arte non conta più? «La bellezza non è priva di contenuti politici. Non puoi dire: oggi farò qualcosa di bello. Non funziona così. Puoi però rivendicare un terreno di disobbedienza: fare le cose in modo diverso da come si suppone debbano essere fatte. Anche ballare. Trovare una nuova via alla bellezza è un atto profondamente politico». Un ruolo nuovo per l’ arte? «Per la verità è sempre stato questo il compito dell’ arte. E del resto, in Occidente siamo arrivati a un punto in cui il linguaggio politico è diventato problematico. È ormai impossibile che governi critichino altri governi. C’ è paura: guardi l’ atteggiamento del governo inglese con la Cina. Magari alzano la voce in privato: ma in pubblico massima cordialità. E ai cinesi di quello che si dice in privato non frega nulla. Così resta a noi, come individui, cambiare il modo in cui questo dialogo è condotto. Noi abbiamo fatto il video: pochi giorni dopo Elton John ha espresso il suo sostegno ad Ai Weiwei durante un concerto. Ci cacceranno dalla Cina? Ok, ma se nessuno si alza in piedi, come possiamo sperare di essere ascoltati? Io ho scoperto di avere una voce. Non sono un artista impegnato politicamente. Non è quello che faccio. Ma sono consapevole che ogni gesto è politico». Già: questo video sembra così distante dal suo lavoro artistico. Lo considera parte di quel percorso o è un episodio isolato? «Parte del percorso. Il video è ricco di particolari, i poster, i cartelli, i granchi sul pavimento che alludono alla parola cinese “armonia” di cui il regime fa ampio uso, le maschere: tutto entra a far parte di un lavoro che mostrerò». Ai Weiwei è cinese, le Pussy Riot russe… «Io sono indiano ma ho passato tutta la mia carriera a combattere l’ idea che sono un artista indiano. È come dire “una donna artista”: sbagliato. Un artista è un artista. E anche se l’ aspetto culturale, biologico, psicologico, confluiscono nel lavoro, categorizzandolo diminuisci quel che fa. È la più grande sfida dell’ arte in questo momento. Ed è la più grande sfida dei cittadini. Vi siete mai chiesti chi è italiano oggi? L’ uomo che vende borse all’ angolo dalla strada arrivato dall’ Africa è italiano? Certo che lo è: fa parte di una realtà. Siamo di fronte a un nuovo tipo di cosmopolitismo ma continuiamo a definire gli altri come differenti: li diminuiamo. La questione della dignità è l’ essenza di tutte le questioni». In questa visione cos’ è dunque un’ opera d’ arte? «James Joyce ha sempre detto che quando scrisse Finnegans Wake non sapeva cosa stesse facendo: eppure è il capolavoro che ha cambiato la letteratura. Credo sia proprio il “non sapere” che porta a fare grande arte». Come si prepara, come nutre le sue idee? «M’ interessa tutto: dalla psicoanalisi alla poesia, dall’ architettura alla scienza. Ma le idee vengono dal lavoro. Non vado al mio studio con un’ idea: conduco una pratica che fa emergere cose.È come sul lettino dell’ analista. Arrivo a una visione e cerco di andare a fondo. Lo dico spesso: non ho niente da dire. Non affronto il processo con qualcosa in mente. È la pratica che libera il contenuto». Ma l’ arte contemporanea è anche un grandissimo business, lei stesso è uno dei più quotati: come concilia impegno e mercato? «Gli artisti non sono produttori di oggetti di lusso. Almeno non i buoni artisti. Quando osserviamo un Picasso che vale 18 milioni di dollari non abbiamo di fronte a noi solo una proposta “estetica”: ma quell’ opera ci interroga anche sulle questioni del valore, dello status, perfino dei nostri occhi bramosi di desiderio… Tra noi e l’ opera, il dialogo è dialettico. E malgrado quello che possa apparire all’ esterno, in quel dialogo il denaro significa meno. Il denaro in quel contesto ha un ruolo completamente differente». Lei ha utilizzato una piattaforma popolare come YouTube per diffondere il suo messaggio. Oggi l’ arte passa anche da lì? «Era importante dare la massima visibilità al messaggio. Ma riflettiamo su questo: abbiamo avuto il pieno supporto dei musei americani. Ma dagli altri paesi, anche dalla stessa Inghilterra, dove vivo: quasi nulla. Mi ha sorpreso. Sono in tanti ad aver paura che il messaggio arrivi in Cina…». Il più grande artista vivente: si riconosce in questa definizione, ne sente la responsabilità? «Non lo sono certamente. Ci sono tanti grandi colleghi. Lo ripeto: sono uno che non ha niente da dire. Avere qualcosa da dire è un peso enorme. Io voglio lavorare leggero: essere un idiota e vedere cosa viene fuori. Voglio mantenere una mente da principiante». Come continuerà la sua battaglia? «Non lo so. Aspetto: la strada si mostrerà da sola. Mi ispiro al Mahatma Gandhi. Che fu capace di cambiare così profondamente se stesso da trasformarsi nell’ atto politico in cui credeva. A partire dai vestiti che indossava, il cibo che mangiava, la sua sessualità. A ogni azione un significato mitologico. Ogni parte di sé un’ opera. Ecco: è lui il più grande artista della storia».

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/12/01/anish-kapoor.html

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