Il nostro Capitini 4. Come in uno specchio – Pietro Polito

Agli amici riuniti nella festa. Per i trent’anni del Centro Studi Sereno Regis

Solo nel caso di Capitini, mi sentirei di dire in un senso largo: “Sono un «capitiniano»”, perché, dopo averlo scoperto, mi è sempre parso di esserlo stato già prima di leggere le sue opere.

A partire dal 1980, o forse era il 1981, quando a Firenze ho ascoltato Pietro Pinna parlare a un gruppetto di giovani della compresenza dei morti e dei viventi, a poco a poco mi sono riconosciuto in lui come in uno specchio.

La ragione per cui torno volentieri sulle sue pagine è perché vi ritrovo il me stesso di allora a venticinque anni e il me stesso di oggi.

Che cosa ho imparato personalmente da Aldo Capitini?

Ho imparato l’importanza della fiducia razionale; dell’apertura religiosa; della presenza aperta; della gentilezza.

In Capitini ho trovato un robusto temperamento a quel vago, inestirpabile, pessimismo che mi ha afferrato già fanciullo e che con il tempo non si è attenuato, anzi ha preso una forma razionale alla scuola di Bobbio, che è un pessimista non solo culturale ma addirittura biologico. La fiducia estrema ma non ingenua del filosofo della nonviolenza è un ottimo compendio del realismo senza sconti, che però non diventa mai cinismo, del filosofo del dubbio.

Attraverso Capitini si impara a preferire l’apertura alla rivolta. Per questa via il ribellismo giovanile si è trasformato trasformare nella consapevolezza che laicità significa anzitutto sforzo ininterrotto a liberarsi dai propri idoli non solo religiosi.

Capitini mi ha insegnato un modo di impegnarsi per la giustizia contrapponendosi non alle persone ma alle situazioni. La presenza aperta va oltre la tolleranza perché non si arresta al precetto: “Non fare agli altri ciò che non vogliamo che gli altri facciano a noi”; oltre la fede perché non è limitata al cerchio dei credenti; oltre la mitezza (ripresa e riproposta da Bobbio): la mitezza è una virtù negativa, riconosce l’altro così com’è; l’apertura è una virtù attiva, “è gioia per la presenza degli altri”, “attenzione appassionata”, “fiducia”, “offerta del proprio contributo”.

C’è un verso di Capitini che per me è il più bel verso d’amore che ho letto:

 

Se tutto in te sarà amore, non si vedranno –

più i lineamenti in qualche scopo o

l’angustia tua.

Quando dirai una parola sarai infinita-

mente in essa, anche umile; vivrai così la

vita del verme, del nido, del sospiro del si-

lenzio.

E la morte vivrai, se davanti ad essa non

ci sarà nulla in te che si distacchi dalla sua

presenza.

Se canterai fa che tu sia tutto canto;

anche le cose lo riconosceranno come loro.

E se un solo cuore resterà come prima,

tu non avrai saputo trarre da te il vero tutto,

a cui ogni viso è rivolto.

Ma basterà il tuo solo apparire e il tuo

Tacere modesto, perché si riconosca se c’è in

te una pretesa o una dedizione senza riserva.

E non coglierai i fiori. Solo il fiore che

lasci sulla pianta è tuo. Mostrerai che tu non

sei figlio del torrente che scava, usurpa e

fugge.

Ogni tuo pensiero sarà anima di tutti:

vivrai nella vita dei cuori e di ogni sostanza

e luce.

Così cadrà ogni riparo di tua solitudine

ti sentirai aperto in assoluta purezza. Ca-

pirai la verità che l’amante parli all’assente.

 

Che cosa vuol dire? Vuol dire che l’amicizia, l’affetto, il sentimento sono una pratica nonviolenta. Col tempo ho cercato di liberarmi (non so se ci sono riuscito) dei miei giovanilismi “crudeli” e di imparare ad avere rapporti più larghi. Negli affetti ciò che conta è il dialogo, la conoscenza, la voglia di scoprire e di scoprirsi senza sopraffarsi o lasciarsi sopraffare.

Ciò che più mi dispiace è il cedimento anche alla più piccola delle prevaricazioni.

Se affermarsi vuol dire imporsi, se “vincere” significa “sconfiggere”, se ottenere significa possedere, l’amico della nonviolenza sceglie la rinuncia.

 

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