Nakba 2012 – Richard Falk

I recenti scioperi della fame paralleli nelle prigioni israeliane hanno riacceso l’immaginazione dei palestinesi in tutto il mondo, rafforzando i legami di ‘solidarietà’ e la tendenza al ricorso della base alla resistenza nonviolenta contro gli abusi israeliani. La crisi prodotta da questi scioperi ha reso quest’anno  l’osservanza della Giornata della Nakba un imperativo morale per tutti gli interessati a ottenere giustizia e pace per il popolo palestinese oppresso da tanto tempo, che essi vivano sotto occupazione o in esilio.  Lo stato d’animo dei palestinesi in questo 14 maggio, è infiammato dagli abusi e dalla frustrazione,  ma anche ispirato e giustamente orgoglioso delle esemplari dimostrazioni di coraggio, disciplina e resistenza nonviolenta da parte dei palestinesi incarcerati che stanno montando la più grande sfida di esistenza organizzata che Israele abbia affrontato a far data dalla Seconda Intifada.

Gli accordi per l’interruzione degli scioperi sono stati raggiunti come risultato delle concessioni israeliane, impegni a ridurre il ricorso alle detenzioni amministrative, abbandono dell’isolamento e permesso di visite dei familiari, compresi quelli provenienti da Gaza. Resta da vedere se tali impegni saranno onorati. Il comportamento di Israele in passato, relativamente alle attività di insediamento israeliane o all’allentamento dell’impatto del blocco di Gaza, mantenuto per cinque anni, suggeriscono che solo un attento controllo deciderà se Israele si atterrà ai suoi impegni. L’esperienza di Hana Shalabi non è incoraggiante. In un accordo che ha posto fine al suo sciopero della fame dopo 43 giorni in cambio del suo rilascio dalla detenzione amministrativa, non le è stato consentito di tornare alla sua casa nella West Bank ma è stata inviata a Gaza e le è stato ordinato di restarci per tre anni.

Non è stato chiarito in modo soddisfacente  se all’atto del rilascio le sia stata comunicata tale condizione ma ciò suggerisce con forza che è importante ricordare che il diavolo si annida in due cose: nei dettagli e nella misura in cui il comportamento corrisponde agli impegni.

Al momento il risultato di questi scioperi della fame è stato giustamente celebrato come una vittoria della resistenza palestinese e un’ulteriore dimostrazione che in questa fase la lotta politica contro l’occupazione israeliana dipende dalla volontà e dalla creatività del popolo e non dalle abilità diplomatiche dei dirigenti.  La diplomazia intergovernativa del tipo di quella associata al “processo di pace di Oslo” e alla “road map del Quartetto” si è dimostrata una cortina fumogena per distrarre l’attenzione dalle ambizioni espansionistiche di Israele negli ultimi vent’anni, senza muovere di un centimetro le due parti in maggior prossimità di una pace giusta e sostenibile.

Forse l’altra buona notizia per i palestinesi è l’ulteriore declino della reputazione globale di Israele. Secondo un sondaggio della BBC solo l’Iran e il Pakistan sono visti in modo più sfavorevole rispetto a Israele tra i 22 paesi classificati, il che suggerisce il completo fallimento della costosa campagna di propaganda israeliana.  Anche in Europa le valutazioni sfavorevoli a Israele sono alte in modo impressionante: 74% in Spagna, 65% in Francia, 69% in Germania, 68% nel Regno Unito.  Quel che resta da spiegare è perché i governi europei e l’Unione Europea ignorino un simile mandato dei propri cittadini e continuino a perseguire politiche che sono incondizionatamente filoisraeliane.

Ci sono altri segnali di una svolta nell’equilibrio diplomatico di forze. Secondo un altro nuovo sondaggio il 61% degli egiziani vuole cancellare il trattato del 1979 con Israele. Ciò è rafforzato dal risentimento degli egiziani nei confronti del ruolo degli Stati Uniti nel loro paese e nel Medio Oriente in generale.  Il 79% dei mille egiziani intervistati ha espresso la propria visione sfavorevole nei confronti degli Stati Uniti.

Dove si stanno nascondendo i “realisti” israeliani? Invece di discorsi vuoti a proposito di attaccare l’Iran, non è ora di dare importanza  a simili recenti sviluppi?  Il messaggio è chiaro. La superiorità militare e la violenza politica non garantiscono sicurezza agli inizi del ventunesimo secolo.  La legittimità e la legalità contano più che mai. E’ la Turchia a esercitare influenza regionale, non perché faccia sentire in giro il proprio peso, ma perché, nonostante alcune gravi mancanze,  ha perseguito un percorso che ha portato maggiore prosperità in patria, ha agito in modo indipendente ed efficace nel modulare la propria politica estera e ha realizzato uno stile di governo che riflette la propria identità culturale. Questi risultati generano un modello turco attraente, se si trascurano acuti problemi non risolti con le minoranze e un tipo grossolano di indisponibilità a rispettare le voci dissenzienti.

Ritornando agli epici scioperi della fame palestinesi che continuano a meritare la nostra attenzione e ammirazione: tutto è cominciato quando un singolo prigioniero, Khader Adnan, ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il suo arresto illegale e la sua detenzione amministrativa il 17 dicembre che accade sia l’esatto anniversario del giorno in cui l’ambulante tunisino, Mohammed Bouazizi, si è dato fuoco, con la sua morte che ha portato a un’ondata di rivolte in tutta la regione che è divenuta nota in tutto il mondo come la Primavera Araba.  Adnan ha interrotto il suo sciopero dopo 66 giorni quando Israele ha in qualche misura ammorbidito i termini della sua detenzione e si è trattato della stessa durata dello sciopero della fame di Bobby Sands, che lo portò alla morte per far conoscere le rimostranze delle condizioni carcerarie dei membri dell’IRA nell’ Irlanda del Nord.  Non sorprende che i sopravvissuti della protesta irlandese del 1981 trasmettano ora camerateschi messaggi di simpatia e solidarietà ai loro fratelli palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

L’azione di Adnan ha stimolato altri palestinesi ad assumere una posizione simile.  Hana Shalabi, come Hadnan, poche settimane dopo ha subito un’orribile esperienza di arresto che ha compreso molestie sessuali ed è stata incarcerata senza accuse o processo per quattro mesi dopo che era stata “rilasciata” in occasione dello scambio di prigionieri del carcere di Shalit. Anche lei è sembrata disposta a morire piuttosto che sopportare altre umiliazioni, ed è stata anche successivamente rilasciata, ma “deportata” punitivamente a Gaza lontana per tre anni  dal suo villaggio nella West Bank e dalla sua famiglia per tre anni. Sono seguiti altri scioperi della fame e ora due tipi di scioperi della fame in corso ciascuno influenzato dall’altro.

Il più lungo degli scioperi coinvolge sei dimostranti palestinesi che sono in condizioni critiche, con le loro vite a rischio, almeno la scorsa settimana. Bilal Diab e Thaer Halahleh che rifiutano ora il cibo da 76 incredibili giorni, una forma sacrificale di resistenza nonviolenta che può essere apprezzata correttamente solo come grido di angoscia e disperazione per conto di quelli che hanno sofferto così ingiustamente e in silenzio troppo a lungo.  E’ un segno dell’indifferenza occidentale  che persino queste grida siano finite in orecchie sorde.

Il secondo sciopero della fame strettamente collegato che è durato almeno un mese è un’uguale e straordinaria dimostrazione di nonviolenza disciplinata, iniziato il 17 aprile, il Giorno dei Prigionieri Palestinesi.  A oggi sono riferiti fino a 2.000 prigionieri che stanno rifiutando completamente il cibo fino a quando non sia soddisfacentemente accolto un insieme di rimostranze associate alle deplorevoli condizioni della prigionia. I due scioperi sono collegati perché lo sciopero della fame più lungo ha ispirato lo sciopero di massa e le altre diverse migliaia di prigionieri palestinesi che non scioperano nelle carceri israeliane sono già impegnate a unirsi allo sciopero se ci saranno dei morti tra gli scioperanti.  L’accresciuta consapevolezza dei prigionieri è già stata efficace nel mobilitare la più ampia comunità dei palestinesi che vive sotto occupazione e altri.

Questo attivismo eroico avvantaggia l’osservanza della Nakba 2012 e contrasta con l’apparente futilità della diplomazia tradizionale. Il Quartetto incaricato di predisporre una tabella di marcia per realizzare una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese sembra non sapere cosa fare e da tempo è irrilevante per la ricerca di una pace sostenibile, per non parlare del riconoscimento dei diritti dei palestinesi.  I tentativi tanto pubblicizzati di un anno fa di avanzare una dichiarazione di statalità [palestinese] alle Nazioni Unite sembrano indefinitamente in stallo delle astute manovre degli Stati Uniti dietro le quinte. Anche le raccomandazione appoggiate e ragionevoli del Rapporto Goldstone di perseguire la responsabilità dei dirigenti israeliani che sembravano colpevoli di crimini di guerra associati alle tre settimane di attacchi contro Gaza alla fine del 2008 sono state permanentemente  consegnate al limbo. E in concreto la situazione per i palestinesi  è anche peggiore di quanto questa sintesi illustri.  Mentre a livello diplomatico non succede nulla altri orologi ticchettano a ritmo spedito.  Diversi sviluppi avversi agli interessi e alle ispirazioni palestinesi stanno avendo luogo a ritmo accelerato: 40.000 altri coloni vivono nella West Bank dal temporaneo congelamento dell’espansione degli insediamenti terminato nel settembre 2010, portando la popolazione complessiva dei coloni nella West Bank a circa 365.000 e ben oltre 500.000, se si tiene conto dei coloni di Gerusalemme Est.

Meraviglia allora che i palestinesi considerino sempre più la Nakba non come un evento congelato nel tempo al 1947 quando 700.000 di loro fuggirono dalla loro patria, bensì come descrittiva di un processo storico che è andato avanti sin da quando i palestinesi cominciarono a essere sfollati dall’immigrazione israeliana e resi vittime dalle ambizioni e tattiche del Progetto Sionista?  E’ questa visione della Nakba come realtà viva con profonde radici storiche che dà agli scioperi della fame un tale valore. Magari non sta succedendo nulla per quanto riguarda il processo di pace ma almeno, con accresciuta ironia, si può affermare che molto sta accadendo nelle carceri israeliane. E la determinazione di questi scioperi della fame è così grande che trasmette a chiunque sia attento che i palestinesi non scompariranno dalla storia. E nell’affermare semplicemente questo c’è un rinnovato senso di coinvolgimento da parte dei palestinesi di tutto il mondo e del crescente numero di loro amici e compagni a che questo coraggio, sacrificio palestinesi portino alla fine al successo e, per contro, è la ricerca del governo di accordi e patti costruiti per riflettere rapporti di potere e non rivendicazioni di diritti che sembra tanto irrilevante che la sua scomparsa sarebbe a malapena notata.

In generale i media occidentali, specialmente negli Stati Uniti, non hanno virtualmente preso alcuna nota di questi scioperi della fame, come se non ci fosse interesse giornalistico fino a quando la possibilità del martirio degli scioperanti non ha stimolato paure nei cuori e nelle menti israeliane di un contraccolpo palestinese e di una sconfitta della propaganda a livello internazionale.  Allora e solo allora ci sono state ipotesi che forse Israele poteva e doveva fare qualche concessione, promettendo di migliorare le condizioni carcerarie e di limitare il ricorso alla detenzione amministrativa a situazioni in cui esistesse una credibile minaccia alla sicurezza.  Al di là di questa frenetica ricerca, da parte di Israele, di trovare una via d’uscita dell’ultimo minuto a questa situazione volatile posta sia dagli scioperanti della fame sull’orlo della morte sia da una grande dimostrazione di solidarietà da parte della più generale popolazione carceraria, è in questo senso che il messaggio reale della Nakba deve sottolineare l’imperativo della fiducia in se stessi, della nonviolenza e della lotta costante.  Il futuro palestinese sarà disegnato dal popolo palestinese o non ci sarà futuro.  E tocca a noi, nel mondo, palestinesi o meno, unirci alla loro lotta per ottenere giustizia dal basso, scuotendo a sufficienza le fondamenta delle strutture oppressive dell’occupazione e dell’esclusione mediante esilio per creare scosse di dubbi nella mentalità coloniale israeliana. E, col crescere del dubbio, emergeranno improvvisamente nuove possibilità.

Per questo motivo la Nakba dovrebbe diventare importante per tutte le persone di buona volontà, palestinesi o meno, in Israele o fuori di esso, come occasione di dimostrazioni di solidarietà. Ciò potrebbe tradursi in uno sciopero della fame globale di empatia come sollecitato per il 17 maggio o in un ulteriore impegno nella campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimenti, Sanzioni) o nel prenotarsi per partecipare al prossimo viaggio della Flottiglia della Libertà.  Certamente la Nakba è un momento di ricordo della storica tragedia dell’espulsione, ma è ugualmente un momento di riflessione su quel che si potrebbe fare per interrompere l’emorragia e per riconoscere e celebrare quelli che hanno abbastanza coraggio da dire: “Sin qui e non oltre”.

ZNet – Lo spirito della resistenza è vivo

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Fonte:  http://www.zcommunications.org/the-nakba-2012-by-richard-falk

19 maggio 2012, traduzione di Giuseppe Volpehttp://znetitaly.altervista.org/art/5478

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