Esperienze di ecofemminismo in Sardegna – Francesca Putzolu

L’aggravamento della crisi ecologica sta diventando parte delle notizie quotidiane. Certo farsi largo tra le montagne di notizie spazzatura non sempre è facile. La comunicazione ambientale rimane  in gran parte una informazione virata al negativo, di catastrofi che sempre con maggior frequenza colpiscono l’umanità. L’evento è quello che conta, ma spesso mancano riflessioni più profonde per aiutare a comprendere  il perché, le origini, la responsabilità delle attività umane che stanno alterando l’equilibrio del pianeta e causando profonde lacerazioni sociali e ambientali.

Quale ruolo possiamo avere noi cittadini/e per essere costruttorie costruttrici di un’etica  comportamentale ambientale   che rifiuti la logica della crescita senza limiti,  la logica di uno standard di vita che presuppone la rapina delle risorse -non rinnovabili- del pianeta? Che scelte individuali possiamo adottare per limitare la nostra “impronta  ambientale”?

Anni addietro c’era chi si sentiva la coscienza tranquilla cantando ”We are the world”  canzoncina che inneggiava a essere soggetti attivi  per un futuro migliore a chi questo era negato, mentre nel frattempo  il Corno d’Africa, e non solo,  attraversava una gravissima crisi umanitaria. Ma la fame continua a imperversare, le guerre si sono estese, il cambiamento climatico con la conseguente crisi idrica, sposta milioni di persone alla ricerca di una qualche possibile soluzione per la propria vita. E’ necessario quindi trovare nuovi percorsi, l’educazione ambientale  e  indicazioni per stili di vita sostenibili vanno appresi e  approfonditi nelle scuole in particolar modo, ma anche fra i cittadini. Occorre un ponte capace di far dialogare tra loro esseri umani e natura per approdare verso un “bio umanesimo”  come visione integrata tra uomo e mondo, in cui il lo stato del pianeta diventi affare di tutti, lungo l’intero arco della vita e in ognuno dei suoi aspetti. Questo è  un cammino possibile.  Esso ci permette di superare il pessimismo che ci rende spesso complici passivi di un meccanismo che crediamo impossibile da scardinare, troppo complesso per modificare comportamenti strutturati e abitudinari, determinati proprio dalla spinta e dai modelli dominanti verso un consumo che rende poche elite sempre più ricche e avide e l’ottanta per cento della popolazione del pianeta sempre più povera.

Il percorso per risolvere così grandi problemi  non è cosa semplice, devono convergere tra loro scelte delle nazioni, dei singoli governi e la consapevolezza di ciascun individuo. Le scelte economiche verso la green economy sono fondamentali ma certo è che ognuno di noi può farsi ”centro” di vita personale nonviolenta e amica della terra, in primo luogo nel proprio territorio, “pensando e agendo localmente e globalmente”.

Numerose sono le iniziative e anche le scelte personali che vedono impegnati i sardi che hanno a cuore il proprio habitat. E molte sono le donne che si fanno promotrici di esperienze nonviolente e armoniche con la propria dimensione regionale. Esse infatti riescono a coniugare una coerenza di vita personale con  attività che generano ricchezza ecologicamente sostenibile.

Per citarne alcune:

Il circuito “Domus Amigas” che nasce all’interno dell’ Associazione “C.S.A. – Centro Sperimentazione Autosviluppo” come rete di ospitalità diffusa nel Sud-Ovest della Sardegna nelle famiglie che hanno la possibilità e la voglia di farlo. Presidente dell’associazione è Teresa Piras, appassionata  sostenitrice di un modello di auto sviluppo che trova le sue radici profonde nell’appartenenza ai movimenti per la pace di ispirazione gandhiana e nella pratica della nonviolenza di Aldo Capitini.

Teresa Piras insieme ad altre collaborano, studiano, si confrontano. Le case  che offrono ospitalità accolgono  chi arriva, all’interno di una  famiglia affettuosa con cui interagire.  L’intento è quello di promuovere un turismo responsabile, ecologico, leggero, a basso impatto ambientale, per valorizzare la bellezza del nostro mare, dei nostri monti e delle nostre campagne; ma anche dare nuova vita alle nostre tradizioni e alla nostra storia, con particolare riguardo alla recente storia mineraria, per conservare oltre che la memoria, il ricchissimo patrimonio che abbiamo ricevuto in eredità e farlo conoscere ai nostri figli e agli amici.

La filiera dei prodotti che esse offrono nasce dalla terra sarda nelle aziende prevalentemente con produzione biologica e con sistemi di risparmio energetico, compreso il circuito dell’acqua a cui viene dedicata una particolare attenzione nel risparmio.

Gli incontri che negli anni si sono succeduti, in particolare nella ”Casa della Pace” a Ghilarza, i cui temi vertevano sul rapporto tra Nord e Sud del mondo,  sui conflitti, sulle possibili difficili soluzioni, sono stati importantissimi momenti di apprendimento di nuovi modi di  “abitare” il proprio territorio. Essi  hanno formato tante donne e uomini che poi hanno assunto come propri valori e scelte personali sostenibili.

La Casa della Pace di Ghilarza  di Agata Cabiddu, la proprietaria , che ora è stata generosamente donata al Movimento Nonviolento, è stata come accennato sopra, il luogo di elaborazione e conoscenza di molte pratiche “virtuose” di singoli e di gruppi.   Ogni anno diverse iniziative vedevano l’incontro per alcuni giorni di persone che volevano capire e applicare stili di vita sostenibili più coerenti con il concetto di “sviluppo sostenibile”. Lo sviluppo, così come viene ancora proposto non è infatti  sostenibile. Il picco del petrolio e cioè il punto del suo massimo sfruttamento,   è già stato superato e ora inizierà la discesa che vedrà aumentarne il costo e si prevedono scenari che molti scienziati definiscono di “collasso”. Tutto il nostro sistema di vita è basato sull’uso del petrolio a cui si intreccia un ingentissimo spreco di acqua potabile che viene sottratta alle popolazioni, tanto che l’UNESCO propone di valutare l’impronta idrica con criteri pari a quelli dell’impronta ecologica. L’accaparramento dell’acqua, con costruzioni di immense dighe, sta causando lo spostamento di masse di popolazioni e distruzioni di siti che rappresentano memorie storiche per l’umanità.

Sempre alla Casa della pace sono stati affrontati negli anni anche aspetti legati alle analisi delle aggressioni contro lo spirito, la mente e il corpo umano, in particolare il corpo della donna, e la continua invasione e assalto contro la terra e le sue diverse specie attuato dal  neo liberismo selvaggio. Il femminismo  tradizionale ha acquisito un nuovo concetto di eco femminismo, sostenendo che l’oppressione subita dalle donne e il deterioramento ambientale sono prodotti dai valori patriarcali, che generano entrambe le ingiustizie.

Dagli stimoli e gli incontri che la Casa della Pace proponeva sono nate le collaborazioni con l’Ecoistituto del Piemonte del Centro Sereno Regis  e con singole persone come Francesca Putzolu che nel territorio di Trinità d’Agultu e Vignola ha promosso iniziative di studio e solidarietà con l’ambiente. “Io amo Trinità e le sue coste” il primo campo, “Io amo Trinità e Valledoria “ il secondo.

Infatti per due anni successivi, 2005-2006, una settimana di fine luglio o fine agosto era dedicata alla raccolta di rifiuti nelle cale e nei sentieri costieri. La mattina  si lavorava e la sera si partecipava alle conferenze e agli incontri tenuti dall’esperto ambientale Nanni Salio.  Erano  conferenze aperte alla popolazione che avevano  come scopo di sensibilizzare non solo  alla raccolta differenziata ma anche alla necessità di non produrre rifiuti  in eccesso. Ciò che il maestrale butta sulle nostre coste e quello che noi buttiamo per terra e lungo le strade sono sotto gli occhi di tutti, rimandandoci a specchio il degrado scelto come comportamento.

Nel 2006, con la sensibilità di Maria Vittoria Peru, responsabile della cultura nel Comune di Valledoria, l’iniziativa si è estesa alla pulizia degli argini del fiume Coghinas. Tonnellate di ruote e quant’altro sono state tirate fuori dal fiume. I campi hanno visto la partecipazione dei giovani del Servizio Civile di Torino e l’incontro con la gente gallurese ha rappresentato uno scambio di crescita e conoscenza reciproca. I Comuni che per le due occasioni sono stati sponsors delle iniziative non hanno poi proseguito, ritenendole,  forse, momenti più di propaganda che di educazione ambientale. Lo scopo ultimo dei due campi era  riflettere sul concetto di “cura,” che deve passare da sé agli altri fino a prendersi personalmente cura dei luoghi dove si vive.

L’elenco delle buone pratiche al femminile è lungo ma non può mancare un cenno alla Banca del Tempo di Guspini che una donna di grande sensibilità ha creato: Daniela Ducato. Si scambiano mestieri, compagnia, solidarietà, conoscenze. Il concetto è quello di scambi non basati sulla moneta. La Banca del Tempo di Guspini non usa soldi pubblici ed è  regolata dal bilancio del tempo amministrato dai cittadini, come si usava in passato quando con il s’aggiudu torrau (l’aiuto ricambiato) ci si aiutava in vicinato a sistemare una casa, un tetto, a vendemmiare, a badare ai bambini, a costruire insieme qualcosa. La Banca del Tempo se ben gestita può far scaturire senza denaro moltissime iniziative incredibilmente utili e preziose ai territori e alle persone. In undici anni centinaia di iniziative tra cui due importanti progetti imprenditoriali (vedi edilana www.edilana.com) sono stati realizzati a Guspini senza soldi pubblici perché finanziati con il patrimonio di idee, esperienze e talenti depositati  nella locale Banca del Tempo. Tutto ciò  ha generato un risparmio di circa un  milione di euro della Regione Sarda e la messa in circolo di riti, saggezze, saperi riposti nelle identità  maschili e femminili, riconsiderate primarie ricchezze della comunità.

E poi il suo impegno nella creazione di un’impresa per lo sviluppo dell’uso della lana come coibente naturale, lana di pecora  sarda non importata. Nel paese di Guspini inoltre la Banca del Tempo si è fatta promotrice  attiva  di una banca di antichi semi gestita dai cittadini, tra cui molti bambini, che ha il compito di recuperare e preservare dal rischio di estinzione  il patrimonio genetico di antiche qualità di alberi da frutto, di ortaggi e di varie piante spontanee locali. I seed savers (conservatori o salvatori di semi) oltre al recupero di semi antichi conservano, scambiano e riseminano ogni tipo di seme fino a ottenere piante sempre più rustiche che danno fecondità alla terra e consentono di produrre un cibo migliore con meno acqua e meno costi. Tra i seed savers sono molti anche gli allevatori di farfalle e di altri piccoli e preziosi amici animali.

E poi le donne sarde tramandano altri saperi nell’arte di colorare i tessuti con piante e prodotti naturali come ben sanno le tessitrici dei nostri bellissimi tappeti, senza inquinare e usare prodotti chimici, con un grandissimo risparmio di energia e acqua.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *