La drammatica situazione del sud Sudan. Intervista a Akuocpir Malual di Sergio Albesano

DSCN0087smIl luogo ove lo incontriamo è abbastanza inusuale e certamente lontano dalle terre aride in cui è abituato a vivere. Ci troviamo infatti in montagna, a mille metri d’altezza, in una frazione dal nome suggestivo, Tetti Rosbella, sopra Boves, città martire della Resistenza. Su queste montagne si sono scontrate una sessantina di anni fa le bande partigiane e l’esercito tedesco e quasi a ogni curva della strada c’è un cippo a ricordare le stragi che vi hanno perpetrato i nazisti.
Akuocpir Malual, questo il difficile nome del personaggio che incontriamo, è stato fino a poco tempo fa ministro della sanità del Lakes, uno stato federato del sud Sudan. E’ una persona altissima e non sorride mai, forse perché nel suo paese c’è poco da sorridere. Ha anche un nome, diciamo così, “occidentale”, Marial Parmena, ed è così che lo chiamiamo, superando in questo modo la difficoltà della pronuncia del suo nome africano.
Inizia a darci alcune indicazioni geografiche e storiche sul suo paese. Il Sudan è lo stato più grosso dell’Africa, esteso otto volte l’Italia, ed è una federazione di venticinque stati. Nel passato è stato colonizzato dai britannici. Nel paese c’è divisione fra gli arabi, musulmani che vivono nel nord, e gli africani, cristiani che vivono nel sud (ci dà queste definizione perché i due gruppi presenti nel paese si vivono così, gli uni come arabi e gli altri come africani). La minoranza, cioè circa il 38%, è rappresentata dagli arabi, che però hanno le leve del potere. Il Sudan ha ottenuto nel 1956 l’indipendenza. Il percepito dagli abitanti del sud Sudan è di essere stati ingannati nel momento della decolonizzazione, in quanto, secondo loro, la colonizzazione britannica è semplicemente stata sostituita con quella araba. Già nel 1955 c’era stato un ammutinamento da parte di truppe sud sudanesi. Un tempo il giorno di festa nazionale era la domenica, mentre ora è stato sostituito dal venerdì e gli arabi hanno cercato di eliminare la classe culturale del sud.
Come medico, Parmena si è occupato della sanità nel suo paese. Ha due mogli e una quindicina di figli (dice proprio così, una “quindicina”!).
Noi ci troviamo qui per svolgere il campo per giovani del Movimento Nonviolento, che ha come titolo: “Se mi ami, non farmi male!” ed egli parte proprio da questa affermazione. Ci chiede, provocatoriamente: “E se invece non mi ami, puoi farmi male?”. Poi afferma che apprezza il fatto di trovarsi a poter parlare davanti a giovani italiani.
Quindi continua la sua narrazione. Il concilio delle chiese cristiane si è occupata del conflitto e si è arrivati a un accordo ad Addis Abeba, con il quale il sud ottenne una certa autonomia. Quello che vive oggi il Sudan è un retaggio dell’era coloniale, quando i britannici, durante il loro dominio, crearono mondi non comunicanti fra il nord e il sud, in una certa misura anche per proteggere le popolazioni meridionali, ma di fatto il nord si sviluppò mentre i villaggi del sud rimasero arretrati. Oggi il nord è interessato alle risorse che esistono nei territori del sud, come ad esempio il petrolio.
I fratelli mussulmani cercarono di eliminare l’accordo di Addis Abeba e dal 1983 al 2005 si ebbe una guerra civile, che fu sostanzialmente una guerra di guerriglia. Dapprima il nord usò la strategia di mettere una tribù del sud contro l’altra.”
Da chi riceveva le armi il sud?
“Le prendevano alle truppe sconfitte. Le truppe del sud si erano ammutinate, si erano date alla macchia e si erano ovviamente tenute le armi che avevano a disposizione. Oggi c’è un governo nazionale, con rappresentanti del sud e del nord e i ministeri importanti sono suddivisi fra il sud e il nord. L’accordo prevedeva che i confini del sud fossero quelli stabiliti nel 1956. Ma il nord non ha accettato questi accordi e li ha disattesi. La guerra è l’ultima risorsa, ma il più forte cerca sempre di dominare il più debole, come nella favola di Fedro del lupo e dell’agnello. Ad esempio in questi giorni [siamo a inizio agosto, n.d.r.] una giovane donna in Sudan è sotto processo perché portava i pantaloni!
Il Sudan è un paese povero?
“Sì, c’è molta povertà.”
Come ha vissuto la popolazione questo conflitto?
“Molte persone sono state traumatizzate. Persone come noi erano obbligate a entrare nell’esercito e per loro diventava normale uccidere, cosa che invece non faceva parte della loro cultura. Molti bambini sono diventati bambini di strada. C’è stata distruzione di cose e di case. Molti sono fuggiti negli stati vicini.”
Avete combattuto con metodi nonviolenti?
“L’accordo prevedeva che i pozzi del nord appartenessero al nord e che i pozzi del sud fossero divisi al 50% fra il nord e il sud. Era un accordo ingiusto, ma è stato accettato, anche perché gli oleodotti sono stati impiantati da aziende del nord. Ma ora il nord ha spostato i confini per occupare anche i pozzi del sud. La situazione non è tranquilla. Nel 2011 ci sarà un referendum per l’indipendenza del sud. Spesso gli accordi sono scritti bene, ma poi vengono vissuti male. Ad esempio è difficile avere un esatto censimento e quindi è difficile capire chi può votare.”
C’è crisi alimentare?
“Sì, ma è soprattutto la guerra che ha causato carestie, perché in realtà il cibo ci sarebbe per tuttti. Questa non è una guerra che ha voluto la popolazione, perché una mamma mussulmana piange la morte di un figlio come fa una mamma cristiana.”
C’è un leader del sud, che possa perorare la causa del sud?
“ Sì, ci sono alcuni leader. Ma, facendo un raffronto, la situazione in cui si trovò a operare Gandhi era diversa da quella che viviamo noi. Il nostro problema è quello delle risorse.”
Due guerre civili e trentaquattro anni di guerra civile: con la lotta armata il nord non è riuscito a cancellare il sud e il sud non è riuscito a far valere i propri diritti. Che cosa intendono fare oggi i sudanesi?
“Molte speranze si sono accese con gli accordi del 2005. E’ necessaro che le istituzioni internazionali stiano dietro alla realizzazione degli accordi. Questa deve essere la strategia: che gli amici sostengano gli accordi. Anche l’Italia ha fatto parte degli osservatori internazionali. Una distanza di mille miglia incomincia con un passo. Gli accordi internazionali devono quindi essere sostenuti. Le nazioni che hanno avuto un ruolo hanno una responsabilità. Oggi i pozzi sono in mano a potenze straniere, cinesi, canadesi, birmani, ecc.”
Qual è la situazione sanitaria nel paese?
“Drammatica. Ad esempio la mortalità infantile e delle partorienti è una delle più alte del mondo.”
Ci sono differenze fra la situazione sanitaria nel nord e nel sud?
“Nel sud c’è molta meno mano d’opera specializzata, come le ostetriche. Durante la guerra molte strutture del sud sono state distrutte e ora ricostruirle costerebbe molto. Così il prossimo campo del Movimento Nonviolento potremmo organizzarlo nel sud Sudan! Ci sono piccoli ospedali in cui è possibile portare aiuto. Dovreste finanziarvi il viaggio e poi per la sistemazione ci penseremmo noi.”
Chi va a combattere è consapevole che non si tratta di una guerra di religione ma di un conflitto per il petrolio?
“Tu sai come si comporta un soldato; egli riceve un ordine e lo esegue, sia che ci creda sia che non ci creda. Quindi bisognerebbe lavorare sulla comunicazione ad alto livello. Non è possibile fare un’opera di convincimento sui soldati. Spesso quando fanno le azioni non sono neppure informati su che cosa fanno: dicono loro di sparare qui o là ed essi eseguono. Ma ultimamente nessuna delle due parti in causa ha molta voglia di ritornare alla guerra.”
Il nostro dialogo ha termine. Sarebbe stato interessante ascoltare qualche rappresentante del nord, per poter capire le loro ragioni e avere un quadro più preciso della situazione. Comunque quello che possiamo fare è divulgare le informazioni, affinché quella del sud Sudan non sia una delle tante guerre dimenticate del mondo, ma un’occasione in cui il nostro paese, l’Italia, si distingua come mediatore, per arrivare a una pace condivisa dalle parti e duratura.

Sergio Albesano

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