La Turchia che si va staccando – Johan Galtung

Istanbul – Immaginiamo un paese che perda un impero che possedeva da oltre cinque secoli, finendo con l’occupazione di Istanbul nel 1918 alla fine della prima guerra mondiale. L’Inghilterra (Mr. Sykes), la Francia (M. Picot) e i russi avevano cospirato, organizzando le rivolte arabe contro gli Ottomani (con il coinvolgimento di “Lawrence d’Arabia”) – promettendo loro la libertà se avessero svolto tale compito, poi colonizzandoli – Palestina-Iraq alla Gran Bretagna, Libano-Siria alla Francia, causando enormi problemi e sofferenze, scaricandone le conseguenze sul futuro.
Immaginiamo che tale paese si reinventi sotto la guida di uno dei più grandi statisti: Mustafa Kemal-padre dei turchi, Kemal Atatürk (1881-1938). Sparito l’impero relativamente benigno, una famiglia di nazioni sotto i patriarchi d’Istanbul, egli si diede a secolarizzare e modernizzare = occidentalizzare. Il sapere e le competenze al di sopra della fede. Via la barba e il fez (la Legge del Cappello del 1925), un codice d’abbigliamento per uomini e donne (Legge sull’Abbigliamento del 1934), l’alfabeto cambiato (1928), donne e uomini politicamente paritetici (1934), e il Corano tradotto in turco (1935).
Con la fine dell’impero, la repubblica nel 1923, il Califfato svanito anch’esso nel 1924, e la capitale trasferita ad Ankara, fu davvero un nuovo inizio. Da lì provenne la costruzione nazionale, ed è lì dove Atatürk mise il piede in fallo. La Turchia non divenne una famiglia di nazioni, bensì uno stato dei, per i, e da parte dei, turchi. Come tanti altri in Europa.
(E qui c’è un messaggio per gli USA: quando cadrà il vostro impero secolare, reinventatevi. Gli USA offrirono generosamente un “nuovo inizio” a milioni di immigranti; siate ora altrettanto generosi verso voi stessi. Secolarizzatevi, non siete “sotto l’ala di Dio” più di chiunque altro. Oltrepassate la modernizzazione e la struttura statuale, fate rifiorire il locale, regionalizzatevi con i vicini, globalizzate ma equamente, non imperialmente, trasferite la capitale da Washington, più prossima alla gente reale; il luogo ha acquisito un brutto nome. Imparate dalla Turchia.)
Ma la Turchia si cacciò in un pantano di problemi: dittatura militare; greci contro turchi a Cipro, curdi contro turchi; armeni contro turchi; secolarismo contro islam; modello occidentale liberal-capitalista contro quello marxista-socialista, Turchia contro UE. E più di recente Turchia contro USA per le armi nucleari, l’invasione dell’Iraq, la guerra in Afghanistan, e Turchia contro Israele per il massacro di Gaza. Tutto quanto in parte dovuto a divisioni interne, in parte a implicazioni di politica estera. Tutte con le loro ombre ottomane.
Tali contraddizioni irrisolte assorbono quantità enormi di risorse che potrebbero invece incidere sul vivere quotidiano della popolazione. Le spese militari in una guerra che nessuno può vincere col PKK dal 5 agosto 1984, 40.000 uccisi ed energie emotive e cognitive sprecate hanno paralizzato questo grande paese. Una Turchia bloccata nelle problematiche cipriota, curda e armena (1) può essere facilmente manipolata dagli USA come pedina dell‘alleanza e umiliata in sala d’attesa dall’UE.
La risposta non era in un esercito secolare kemalista in un paese a maggioranza musulmana, in cerca di risultati militari passati, presenti e futuri a tutti questi problemi. Sottoporli al controllo civile voleva dire non solo democrazia, ma anche una voce udibile per la maggioranza musulmana. L’AKP, il partito giustizia e sviluppo, con una leadership eccezionale – il presidente Gül, il primo ministro Erdögan, il ministro degli esteri Ahmet Davutoglu – padroneggia con equilibrio una situazione alquanto minata, dando al kemalismo e all’Islam ciò che gli compete rispettivamente.
Si è appena aperta una breccia promettente nelle relazioni interstatali fra Turchia e Armenia, sotto la supervisione delle grandi potenze che hanno procurato alla Turchia tanti dei suoi problemi: USA, Inghilterra (il confine con la Turchia è dove non c’è petrolio!), Francia (la linea Sarkozy contro la Turchia in ambito UE) e Russia. Come e quando l’inter-stato si espanderà a inter-nazione, con riconciliazione e cooperazione in una tematica complessa, costruendo un futuro insieme, resta da vedersi.
La problematica curda è all’orizzonte, anche al di là dei diritti umani per i curdi entro la Turchia, con il capo del PKK Abdullah Ocalan rinchiuso in una prigione per un solo uomo sull’isola d’Imrali che ha un ruolo da giocare.
Oltre la razionalità del secolarismo, i turchi, come molte nazioni, sono in cerca di una spiritualità: forse il sufismo, un tempo bandito?
Oltre l’entità stato-nazione c’è la regione. La Turchia non si limita all’UE, e molti turchi si stanno già intiepidendo alla prospettiva indicata dal professor Sahin Alpay nel suo eccellente articolo in Today’s Zaman. Si stanno aprendo le relazioni con la Russia al di là del petrolio e dell’energia nucleare. Poi c’è l’RCD – Regional Cooperation for Development, Cooperazione regionale per lo Sviluppo – dalla Turchia all’Afghanistan, in morte apparente ma struttura profonda di qualche importanza che comprende dieci paesi.
La Turchia e la Siria hanno giusto abrogato le proprie norme sui visti; e Ankara parla con l’Iran, Hezbollah e Hamas, i punti ciechi della “diplomazia” USA. L’aprirsi ai vicini era la politica del padre fondatore, candidato al premio Nobel ma senza possibilità in quanto contro l’impero britannico, come Gandhi.
Al tempo stesso le relazioni con USA e Israele si stanno indurendo. Figurarsi che i detentori segreti del potere nucleare a Washington non aveveno neppure informato il presidente Kennedy che c’erano armi nucleari schierate in Turchia fino al brutale risveglio della crisi di Cuba del 1962.
La Turchia non permise il proprio attraversamento da parte delle truppe USA nell’attacco all’Iraq nel 2003, e ha solo truppe non-combattenti in Afghanistan – a differenza della subalterna Norvegia dove una donna-soldato recentemente ha sparato uccidendo 20-25 afghani, dicendo che così aveva disposto il parlamento. Democrazia all’opera.
Erdögan – profondamente critico del massacro di Gaza- si è assentato durante l’intervento di Shimon Perez a Davos. E il rapporto Goldstone verrà probabilmente sostenuto con fermezza, come merita decisamente. In breve, un paese che si va staccando, pur mantenendo l’amicizia in tutte le direzioni.
Le luci del Bosforo splendono su una veranda di vetro – trascendenza di contraddizioni interno/esterno. Possano altri essere altrettanto illuminati.

Note:
(1) TRANSCEND ci ha lavorato su, dal 1964, 1991 e 2006: 50 Years: 100 Peace & Conflict Perspectives, TRANSCEND University Press 2008, capitoli 15, 23 e 89; vedi www.transcend.org/tup .

19 ottobre 2009
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: TURKEY GETTING UNSTUCK
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=1946

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