Novità libri – L’amore che non scordo. Storia di comuni maestre – Recensione di Cristiana Vaglio


DVDscuola_vitaVita Cosentino (a cura di), Marina Santini (a cura di), L’amore che non scordo. Storia di comuni maestre, Libreria delle donne, Milano 2008, pp. 94
Daniela Ughetta (regia di), Manuela Vigorita (regia di), L’amore che non scordo. Storia di comuni maestre, 2007, 74 minuti, dvd

In tempi di grandi dibattiti sulla scuola, di polemiche accese e di scontri sui principi educativi che hanno diritto d’asilo oppure no nella scuola di oggi, questo è il libro-video che mancava, e che occorreva: mostra cos’è la scuola primaria nella realtà, cosa succede davvero nelle nostre aule tra l’insegnante e i bambini che stanno crescendo e imparando.

Io sono un’insegnante e in questo libro, e soprattutto in questi documentari commoventi, ho ritrovato in pieno il mio mondo, la mia scuola di tutti i giorni. Per un insegnante la scuola rappresenta una parte grande della propria vita, nella quale, consapevolmente o meno, mette in gioco se stesso interamente.
Le immagini di questo dvd e il libro che lo correda parlano proprio di una scuola normale («[…]le maestre sono brave nel loro essere comuni, non è l’eccezionalità che determina la qualità della scuola elementare» dice una delle insegnanti); non raccontano neanche di qualche illustre educatore, ma dell’umanità messa in gioco di tutti quegli insegnanti impegnati nella relazione con dei piccoli che crescono; il libro e le immagini parlano dello speciale e delicato rapporto che si costruisce – con impegno, fatica e problematicità sempre aperte – tra gli adulti e i bambini loro affidati, in una relazione educativa in cui tutti crescono.
Costruire le conoscenze infatti, come emerge con chiarezza dalle immagini, non è «trasmettere» saperi, ma è creare, riscoprire insieme; è un’opera creativa a più teste, indissolubilmente legata alla relazione. Come dice la maestra Cristina (pp. 6-7-8).
«Le maestre non fanno questo mestiere ad arte, lo fanno con arte e questo salva la scuola elementare, e questo vuol dire che le maestre ci mettono dentro tutto, tutta l’invenzione, tutto quello che non è scritto nei libri di didattica; se si guarda la scuola elementare non ci si trova la lezione, l’unità didattica, un percorso lineare, un processo codificato che tu puoi programmare, perché quello che mettiamo in gioco è a partire dalla nostra umanità. Con le bambine e con i bambini ciò che funziona è tutto ciò che passa, di più vero, tra te e loro; non è che funzioni la tecnica o il fare scuola in un modo specialistico […]».
Il sapere non è solo una questione cognitiva, ma è anche, e prima ancora, un fatto di emozioni e sentimenti. Nella scuola primaria in particolare, il sapere passa attraverso la relazione. Ormai da decenni, i più significativi studi sui processi di apprendimento-insegnamento sottolineano come, nella costruzione delle conoscenze, non si possa prescindere dagli aspetti emotivi e relazionali.
Troviamo nel testo di G.Blandino e G.Granieri, “La disponibilità ad apprendere” (Raffaello Cortina): «[…]La crescita e lo sviluppo della mente sono possibili solo all’interno di una relazione […]. Il processo educativo è un’interazione tra due menti che si influenzano reciprocamente […] La possibilità che abbiamo di pensare, l’installazione di una funzione  cognitiva nella nostra mente dipende dunque dall’aver potuto incontrare una relazione in cui l’altro è stato in grado di contenerci e di aiutarci a mettere dentro di noi una mente che pensa […]. La funzione svolta da un docente dovrebbe essere dunque quella di mediare tra la realtà interna di chi apprende e la realtà esterna […] Si impara quando si ha la possibilità di elaborare la fatica emotiva che è concomitante all’imparare e quando chi ci aiuta nel processo di apprendimento ci permette di vedere le cose in una prospettiva diversa in quanto è capace di creare un ambiente fisico e relazionale per cui nella nostra mente possa accadere qualcosa di nuovo; un ambiente ‘facilitante’ per dirla con Winnicot […]. In altre parole potremmo dire, recependo la lezione di Bion, che nel processo di apprendimento non è importante aumentare la quantità di informazioni ma la disponibilità ad apprendere […]; non è un problema di sapere, ma di modo di mettersi in rapporto con gli altri […]»; e ancora: «[…]Le funzioni cognitive superiori dipendono dalle funzioni emotivo-affettive […]Il pensiero, l’apprendimento e la conoscenza, che sono funzioni cognitive superiori, sono strettamente correlate con le funzioni affettive» da cui consegue che «[…] la relazione con gli allievi non è dunque solo un fatto cognitivo, intellettualistico, o meramente teorico o tecnico, anche quando sia tale per definizione – per es. nel caso della matematica e della grammatica – ma è sempre anche un fatto emozionale; […] la funzione del docente non è quindi solo quella di lavorare sugli aspetti cognitivi ma soprattutto quella di ascoltare, riconoscere, accogliere e raccogliere questi elementi, in modo da renderli visibili, permettendo all’allievo di riconoscerli […]».
Bellissimi ed esplicativi i documentari presentati nel video, nei quali ritroviamo, raccontata attraverso i  gesti consapevoli, fermi e delicati insieme, delle maestre Chiara, Alice, Daniela, Cristina e del maestro Bardo questa capacità di ascoltare, contenere  e raccogliere sia gli aspetti emotivi sia quelli cognitivi dei bambini, per aiutarli a costruire conoscenze e per guidarli ad evolvere verso un piano di autonomia.
Queste consapevolezze ormai da decenni sono divenute buone pratiche nella scuola primaria e sono presupposti certi della progettazione educativa in gran parte della scuola pubblica italiana. Ma non è scontato che tali rimangano (p. 4); perché questo accada occorre che permangano le condizioni che nella scuola primaria hanno consentito tempi sufficientemente dilatati e distesi, occorre la libertà di sentirsi svincolati da principi meritocratici e selettivi, per poter continuare ad occuparsi del processo di crescita nei suoi aspetti più complessi e profondi, che va ben oltre il possesso di singole competenze disciplinari (pp. 53 e ss.). Così, nel primo documentario, Chiara riflette sul fatto che per lei «[…] la cosa essenziale è che i 5 anni della scuola elementare siano stati anni in cui i bambini sono stati bene, che si siano sentiti accolti, ascoltati, accettati; certo, che abbiano imparato cose, ma soprattutto che siano stati bene».
Il dare priorità agli aspetti affettivi e al benessere nella scuola non deve però far pensare ad una scuola che privilegia soprattutto gli aspetti «materni e infantili» della relazione educativa, bensì significa «[…]riconoscere che ogni autentico apprendimento, indipendentemente dall’età e dalle fasi formative, si fonda sulla qualità della relazione […] (p. 63): «[…] Non funziona più la scuola come trasmissione del sapere, perché questa presupponeva certezze condivise e quindi trasmissibili, e non è più così; la trasmissione è possibile pensarla dove si ipotizza una identità tra chi insegna e l’altro, quando chi insegna tende ad assimilare l’altro a sé […]» (p. 64). E questo è ancora più valido in una società in continua trasformazione come la nostra, anche dal punto di vista delle contaminazioni culturali.
Interessante è leggere, nello stesso capitolo, gli atti del convegno “La maestra e il professore” dove appare evidente come «[…] sia l’idea aziendalistica dell’insegnamento sia quella gentiliana poggino su una precisa gerarchia di potere fatta di valori simbolici legati all’essere donna o uomo [….] in cui al fondo si trovano le maestre e  un sapere che tiene assieme conoscenze e affetti a cui viene assegnato un valore pari a zero, e man mano si tratta di emancipare l’insegnamento per passare ad un sapere neutro, condensato nella figura del professore, considerato più nobile e più vicino all’accademia, depurato dagli aspetti emotivi. Mettere in cattedra le maestre significa rifiutare le gerarchie maschiliste […] rovesciare questo sistema di valori è mostrare un’altra strada di approccio al sapere e alla sua costruzione».
I nuovi venti che soffiano sulla scuola pubblica non sembrano voler salvaguardare il patrimonio di competenze accumulate, attraverso l’esperienza sul campo, negli ultimi decenni: si guarda nuovamente ad una struttura competitiva e gerarchizzante nella scuola, si ripropone il ritorno alla solitudine del maestro unico o, peggio ancora, la figura di un maestro prevalente, il superamento di un’idea di scuola come luogo di confronto e scambio, di costruzione comune, di condivisione di pareri e responsabilità nella cura di un gruppo di allievi nella loro crescita; l’attenzione posto al benessere del bambino nella scuola può venir messa in discussione dalla reintroduzione di una meritocrazia cieca calata già fin dall’infanzia, da tempi più stretti e ritmi più serrati, dal ritorno ad una concezione punitiva della disciplina, dove potrebbe esserci meno spazio per la comprensione delle dinamiche emotive che stanno dietro alla trasgressività dei tanti Pierini e alla fatica di imparare di tanti bambini.
Al di là delle concezioni pedagogiche però, ci dice questo bellissimo video, la cui visione consiglio a tutti gli insegnanti, rimane la quotidianità con i bambini della tua classe, che crescono, l’impagabile privilegio di accedere alla loro vita in formazione e di sentire che a te, proprio a te, stanno chiedendo ascolto, aiuto e guida.

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