I MOLTI E LA FUGA – Jake Lynch

Fugue (fyo  o  g)
sostantivo
Definizioni:
1.(MUSICA) una composizione per un numero definito di parti o voci, in cui un soggetto viene annunciato in una voce, imitata in successione da ciascuna delle altre voci, e sviluppato in contrappunto;
2.(PSICHIATRIA) uno stato di amnesia psicologica durante il quale il soggetto sembra comportarsi in modo conscio e razionale, sebbene tornando a normale consapevolezza non sia in grado di ricordare il periodo trascorso né che cosa abbia fatto durante lo stesso; fuga temporanea dalla realtà.
La notizia che il pianista polacco Krystian Zimerman abbia interrotto un recital a Los Angeles per tenere un discorso improvvisato di critica della politica estera USA non dovrebbe sorprendere. I musicisti classici possono non corrispondere all’idea comune di estremisti, ma non dovremmo dimenticare che fra i primi in piazza Venceslao a Praga, durante le poderose dimostrazioni popolari che fecero cadere il regime comunista nel 1989, c’era l’intera compagnia della Filarmonica Ceca. E qui in Australia, i principali musicisti della Sydney Symphony Orchestra sono spesso pronti a saltar fuori per una buona causa, come i solisti di Sydney recentemente in collaborazione con la Sydney Peace Foundation per raccogliere fondi per organizzare assistenza medica in Zimbabwe.
Sono molte le fughe da loro intonate, nel senso della prima definizione citata sopra da yourdictionary.com (“l’ultima parola nelle parole”). Lo sfogo di Zimerman si potrebbe interpretare come effetto collaterale della seconda definizione, che descrive una sindrome psichiatrica diagnosticata, ma potrebbe servire altresì da metafora della  manipolazione dell’opinione pubblica negli USA e paesi alleati durante la cosiddetta guerra al terrorismo.
Quest’argomento fu in effetti annunciato da una voce – quella di George W Bush – e imitata da una successione di altre, nessuna più avidamente che quella del primo ministro d’Australia, John Howard. Sia l’uno che l’altro si sono ora ritirati nell’onta: Bush, dell’inesorabile verdetto della storia, Howard del frullare vuoto dell’urna elettorale che lo ha spodestato. Il pubblico di entrambi i paesi si è sfregato gli occhi chiedendosi come esattamente avesse assecondato la fuga dalla realtà che collegò gli attacchi dell’11 settembre con l’invasione dell’Iraq. Le politiche perseguite in modo apparentemente conscio e razionale risultarono essere state, sì, un po’ una fuga.
L’esperienza ha lasciato impronte durevoli. Gli australiani non vollero mai prendere parte alla campagna per spodestare il regime di Saddam Hussein, ma molti si adeguarono riluttanti. Dopo tutto, Howard – avendo preso misure per tenere alla larga i soldati dalle dislocazioni più pericolose – sopravvisse ancora a un’elezione, frattanto, prima dell’ignominia finale. Ora, gran parte dei sondaggi d’opinione mostrano che si è stufi anche della missione australiana in Afghanistan. Un ampio studio condotto dall’Australian National University questa settimana indicava un sostegno lievemente maggiore, ma rivelava pure che ben il 69% ritiene che i propri compatrioti stiano battendosi per una causa persa.
L’altro risultato degno di nota dello stesso sondaggio ha mostrato una storica inversione degli australiani nella disposizione verso le spese militari. Che da anni ormai crescono al 3% annuo più dell’inflazione, e i capi della difesa si sono crogiolati nell’approvazione pubblica per la presunta espansione di capacità sotto il loro comando. Oggi, tuttavia, per la prima volta in vent’anni, più persone sono a favore di tagli piuttosto che aumenti ulteriori alle spese per la difesa
E qui la pubblica opinione minaccia d’interrompere il tranquillo procedere dei governi per conto dei propri membri e clienti. Alternanze nel partito al governo recano con sé ancora qualche aspettativa di cambiamento. Negli USA, con l’amministrazione Obama apparentemente intenta ad adempiere alle aspettative degli elettori almeno in quanto al rimpatriare le truppe da combattimento dall’Iraq, si prevedevano tempi magri per un potente gruppo cliente in particolare – l’industria delle armi. Anthony Mirhaydari, di MSN Money, consigliava tipicamente ai lettori di “evitare” d’investire nei quattro grossi appaltanti della difesa – Lockheed Martin, Northrop Grumman, General Electric e Raytheon.
Ed effettivamente a fine febbraio, i ‘quattro cavallerizzi’ stentavano in un mercato finanziario già flaccido. Il calo dei prezzi delle loro azioni era percettibilmente più brusco di quello stabile della media industriale Dow Jones. Poi, intorno alla prima settimana di marzo, arrivò un repentino cambiamento di sentimento. Mentre Wall Street ribalzava in vita, il quartetto si godeva un apprezzabile recupero. Come era stato all’ingiù, anche la curva di rialzo del settore era oltre la media generale.
Mentre Obama preconizzava la fine della “missione di combattimento” USA in Iraq per l’agosto 2010, segnalava un’estensione della guerra in Afghanistan, sia per portata che per intensità. Robert Gates – il repubblicano rinominato al Pentagono nel nuovo gabinetto – annunciò il 7 aprile un bilancio di 564 trilioni di $. La spesa militare, sembrava, era destinata a continuare a crescere sfrontatamente, come anno dopo anno durante l’era Bush. Come spesso accade, chi ebbe il coraggio di sfidare la saggezza comune, le tasche profonde per sostenere il loro giudizio e – neanche per idea – accesso ad informazione interna, fece un colpaccio.
Quel che colpì una nota discordante con il virtuoso, Zimerman, fu la decisione di Obama di continuare senza indugio con il cosiddetto scudo missilistico in Europa, parte del quale è situato su suolo polacco. Questa è l’estrema follia del complesso militar-industriale, con un nuovo standard di rendicontazione finanziaria – la cosiddetta contabilità a spirale in sviluppo – da inventare per esimere il programma multi-miliardario dal mostrare dei risultati o anche solo specificare all’inizio quali risultati tenda a conseguire. L’infattibilità intrinseca dello schema – chiara a qualunque osservatore moderatamente informato – non deve poter impedire la spesa di 130 trilioni di $ nell’arco di 10 anni.
L’annuncio del bilancio della difesa australiano è stato prefigurato da un processo di revisione, con udienze pubbliche presiedute dall’ex-senatore del partito laburista al governo Stephen Loosley, nominato l’anno scorso al consiglio d’amministrazione di Thales Australia, uno dei maggiori fornitori del ministero della difesa australiano. L’alto papavero della società Paul McClintock promise agli azionisti che il nuovo acquisto avrebbe aiutato Thales a “continuare a crescere e mantenere le proprie strategie”. Il che, dato che la sua maggiore strategia di crescita sta nell’allettare il governo a comprare ancor sempre altra attrezzatura da guerra, si potrebbe supporre equivalere a un conflitto d’interessi.
Nozione che peraltro sembra avere poco senso nella politica australiana. O, effettivamente, nei media: quando il primo ministro Kevin Rudd annunciò che venivano inviate altre 450 truppe in Afghanistan, il principale programma informativo serale alla radio ABC si rivolse, per un commento indipendente, a un membro dell’ASPI (Istituto Australiano di Politica Strategica), finanziato dal ministero della Difesa, il che rende le sue opinioni interessanti per molti versi ma davvero non indipendenti.
La discussione pubblica di questi temi qui è strozzata dall’abitudine giornalistica (indexing) di comportarsi come se i limiti della legittima controversia possano essere individuati contrapponendo le opinioni dei due partiti principali. La cui prima fila è per entrambi favorevole all’impegno militare in Afghanistan, sicché l’opinione opposta viene raramente trasmessa, anche quando se ne annunci una notevole intensificazione. E’ notevole quanto i non convinti riescano a sostenere e sviluppare le proprie opinioni (forse leggendo da fonti esterne ai media mainstream, come ora).
Uno sviluppo apparentemente importante – che ce l’ha fatta a sgusciare dalle viscere dell’apparato di sicurezza fino alle stampe, almeno a quelle davvero attente – è un certo dissidio fra funzionari della Difesa e la loro organizzazione di intelligence riguardo a come considerare le relazioni con la Cina. In quanto a Rudd, è apparentemente sinofobo: quando annunciò lo scorso novembre che voleva che la Marina avesse una nuova generazione di navi e sottomarini, disse ai giornalisti in incontri privati che era essenziale per permettere all’Australia di contrastare la ‘minaccia’ cinese.
In effetti, ha fatto del presunto riarmo asiatico una ragione per il continuo aumento di spese di ‘difesa’ dell’Australia. (Quale autorevole think-tank ha edito una nuova relazione in sincronia con l’inizio del processo di revisione, facendo proprio solo una tale asserzione? Beh, i nostri soliti amici dell’ASPI…) Il guaio è che la sua logica sia stata silurata dallo stesso capo della Marina, il vice-ammiraglio Russell Crane, che ha fatto notare che la Cina e l’India sono impegnate solo in una “normale modernizzazione” delle proprie forze armate, non in una corsa regionale di armamenti. L’opinione della Defence Intelligence è che la Cina stia prendendo precauzioni contro un attacco USA, non preparandosi a straripare con il suo peso. Come a Washington, così a Canberra: una lotta per la supremazia, fra dirigenti con e senza divisa.
In pubblico, almeno, le voci di establishment tendono a scimmiottare un ‘discorso di sicurezza’ standard: il vecchio motto spera nel meglio ma intanto preparati al peggio. Peccato che prepararsi al peggio contribuisca a materializzarlo, giacché tutti gli altri ci si adegueranno, in una fuga di reciproco sospetto auto-amplificantesi. Facendo il gioco dell’induastria delle armi, che venderà a tutti indistintamente: ci s’aspetta che Rudd apra un fiotto di denaro pubblico garantito per finanziare le capacità manifatturiere australiane in settori chiave, dagli sviluppi radar alla riparazione e manutenzione dei caccia.
Il discorso di pace assume la prospettiva opposta: il mondo cui andiamo incontro in futuro è in parte una nostra creatura, quindi dobbiamo tutti assumerci una quota di responsabilità operando verso risultati ottimali. Se tale prospettiva viene efficacemente esclusa dalle trasmissioni perfino dell’emittente pubblica, almeno su questo tema, come può farsi sentire? E’ una sfida e un’occasione classica per impegnarsi nella nonviolenza strategica. Il lavoro che svolgiamo al Centre for Peace and Conflict Studies si potrebbe considerare come azione nonviolenta, nella categoria che Gandhi chiamava programma costruttivo. L’autrice Judith Hand, che pubblica una newsletter regolare, A Future Without War (1), sottolinea che questo dev’essere congiunto in talune situazioni a un’azione nonviolenta nell’ambito di un programma costruttivo, vale a dire varianti di disobbedienza civile.
Noi abbiamo un corso di formazione in attivismo di pace, in collaborazione con la Sydney Peace Foundation, per i prossimi due mesi (2), che culminerà in un viaggio al luogo di protesta contro l’Operation Talisman Sabre, il war game biennale fra migliaia di truppe USA e australiane che imperverseranno per giorni e giorni nel selvaggio entroterra del nord-Queensland. La volta scorsa si è introdotta nell’esercizio una nuova installazione d’addestramento, una ‘città fantoccio’, una disposizione di container accatastati l’uno sull’altro per simulare edifici, allo scopo di fare pratica di guerra urbana. La grossa struttura al centro pare essere nota ai soldati partecipanti come ‘la Moschea’.
I militari australiani, in altri termini, fanno le prove di un’invasione di paese musulmano, insieme agli americani, pur non essendoci alcun mandato, nell’opinione pubblica, per una qualche avventura del genere. L’ABC e gli altri media attireranno l’attenzione sul tema? Se no, sarà il caso di intraprendere un programma costruttivo anche lì. In un qualche momento durante l’esecuzione della prossima fuga a The Pretentious Hour della radio nazionale ABC, può darsi che si senta il flebile suono di dimostranti. Potrebbe giusto servire a scuoterci dalla nostra amnesia collettiva.
Note
1.www.afww.org
2.Inizia il 15 maggio. Richieste d’info.: [email protected]

04.maggio.2009
Traduzione italiana a cura di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: THE MANY AND THE FUGUE
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=1214

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