L'apartheid israeliano afferma la superiorità

Medio Oriente e giornalismo mancante su conflitto e pace

Johan Galtung

La cultura locale sembra richiedere una breve introduzione nella propria lingua prima di passare all’inglese globalizzato. Io seguo l’esempio:
[Jeg tror ikke man kan snakke om Midtösten, og spesielt ikke legge frem et fredsforslag slik jeg har tenkt å gjöre, uten dyp medfölelse med verdens jöder for shoa, og med palestinenserne for okkupasjon og generasjoner i leire.  Jeg har levd nær begge siden jeg begynte å sette meg inn i konflikten en natt i januar 1964 på jernbanestasjonen i Gaza og tror jeg forstår og opplever traumenes dybde.  Ordet “fred” blir problematisk, en dröm et sted mellom forræderi og oppgivelse.  En oppfordring uten like].
Traduzione dal norvegese (a cura di TMS editor):

Non credo sia possibile parlare del Medio Oriente, e specialmente presentare una proposta di pace, come intendo fare, senza una profonda simpatia con gli ebrei del mondo per la shoah, e con i palestinesi per l’occupazione e le generazioni vissute nei campi [profughi]. Sono vissuto accosto ad entrambi da quando una notte di gennaio 1964 alla stazione ferroviaria di Gaza cominciai a capire il conflitto, dacché credo di capire e provare la profondità dei traumi. La parola “pace” diventa problematica, un sogno da qualche parte fra tradimento e abbandono. Un invito senza uguali.

*****

Stando così le cose, mi si lasci procedure con cautela. Comincio allora con due immagini di affari internazionali, affari umani a dire il vero, due discorsi: l’approccio securitario e l’approccio pacifista; che competono per la nostra attenzione trattando la stessa preoccupazione per la violenza ma in modo diametralmente opposto:

L’approccio securitario si basa su quattro componenti:

  1. Un contendente cattivo, con grosse capacità d’intervento e brutte intenzioni;
  2. Un pericolo chiaro e attuale di violenza, reale o potenziale;
  3. Forza, per sconfiggere o scoraggiare il cattivo, che a sua volta produce
  4. Sicurezza, che è anche il miglior approccio alla “pace”.

L’approccio funziona quando contendenti cattivi/forti sono indeboliti da sconfitta o deterrenza, e/o convertiti a diventare buoni.

L’approccio pacifista si basa pure su quattro componenti:

  1. Un conflitto, che non è stato risolto/trasformato;
  2. Un pericolo di violenza per “sistemare il conflitto”;
  3. Trasformazione del conflitto, empatica creativa nonviolenta, che produce
  4. Pace, che è il miglior approccio alla “sicurezza”.

L’approccio funziona mediante risultati accettabili/sostenibili.

L’approccio securitario presuppone una forza superiore (di qualunque genere, Sun Tzu o Clausewitz), che implica disuguaglianza.

L’approccio pacifista presuppone un esito conflittuale accettabile a tutti i contendenti e sostenibile, che implica uguaglianza.

Credo siano riconoscibili come copioni in filigrana a pensieri, discorsi e azioni su tutta quanta la tematica del Medio Oriente – o di qualunque altro conflitto, dopo. I discorsi si traducono in giornalismo come due stili:

GIORNALISMO DI VIOLENZA GUERRA/VITTORIA

 

I. ORIENTATO A VIOLENZA/GUERRA?

focus sull’arena conflittuale,

2 parti, 1 obiettivo (vincere), guerra

orientato in generale a somma zero

spazio chiuso, tempo chiuso;

cause ed effetti nell’arena,

chi ha scagliato la prima pietra;

povero di contesto

focus solo su effetto visibile della

violenza (uccisi, feriti e

danno materiale)

rende le guerre opache/segrete

giornalismo “noi?loro”,

propaganda, voce per “noi”

vedere “loro” come il problema,

focus su chi prevale in guerra

disumanizzazione di “loro”;

più così, peggiore l’arma

reattivo: aspetta che avvenga la violenza prima di riferire

 

II. ORIENTATO A PROPAGANDA

espone le “loro” non-verità

aiuta le “nostre” coperture/bugie

 

III. ORIENTATO ALL’ELITE

focus sulla “loro” violenza  e  la ”nostra”  sofferenza; subìta dai   maschi nel loro vigore

impreca contro i “loro” malfattori

focus sui pacificatori d’élite, da loro megafono

 

IV. ORIENTATO ALLA VITTORIA

pace = vittoria + cessate-fuoco

nasconde iniziative di pace prima che sia a portata la vittoria

focus su trattato, istituzione, la società controllata

lascia il campo per un’altra guerra,

ritorna se riavvampa la vecchia storia

 

GIORNALISMO DI CONFLITTO/PACE

 

 

I. ORIENTATO AL CONFLITTO

esplora la formazione del conflitto,

x parti, y obiettivi, z problematiche

orientato in generale a un “win-win”

spazio aperto, tempo aperto;

cause ed esiti ovunque,

anche in storia/cultura;

ricco di contesto

focus anche su effetti invisibili della

violenza (trauma e gloria,

danno alla struttura/cultura)

rende i conflitti trasparenti

dà voce a tutti i contendenti;

empatia, comprensione

vedere conflitto/guerra come problema,

focus su creatività nel conflitto

umanizzazione di tutti i versanti;

più così, peggio le armi

proattivo: rtferisce anche prima che avvenga la violenza/guerra

 

II. ORIENTATO ALLA VERITA’

espone le non-verità su tuttii i versanti

svela tutte le coperture

 

III. ORIENTATO ALLA GENTE

focus sulla violenza da tutti i versanti e la sofferenza su tutti i versanti; subìta anche da donne, anziani, bambini

impreca contro tutti i malfattori

focus sui pacificatori del popolo, dando voce ai senza-voce

 

IV. ORIENTATO ALLA SOLUZIONE

pace = nonviolenza + creatività

esalta le iniziative di pace, anche per evitare ulteriore guerra

focus su struttura, cultura, sulla società  pacifica(ta)

dopoguerra: risoluzione, ricostruzione, riconciliazione

 

La scelta dello stile giornalistico è una scelta implicita del discorso da svolgere, attingendo a quel copione soggiacente. E io sostengo, ovviamente, che la seconda colonna è in complesso mancante.

In linea di principio abbiamo dieci tipi di media: per leggere, ascoltare, osservare a livello locale, nazionale e globale, e l’internet, il solo che approccia il livello globale significativamente. Che i media nazionali rispecchino le élite nazionali in posizione corretta o meno non è sorprendente, il che ci lascia accessibili i media locali come i più promettenti per un discorso di pace. Però, essendo locali sono probabilmente al loro meglio sui conflitti di livello micro- e meso-, mentre a livello macro e mega sono oltre il proprio orizzonte. Dunque siamo piuttosto malmessi. Ma la cosa può migliorare.

Nella Tabella ci sono quattro dimensioni principali che definiscono la cesura fra i due stili giornalistici. In uno l’essenza del discorso è l’atto violento e l’attore violento e se su questi si possa prevalere con una vittoria. Nell’altro l’essenza del discorso è un conflitto, cioè un focus su almeno due attori. Un tantino più complesso intellettualmente, in altre parole, ma non poi molto.  Quegli attori sono di solito disponibili a interviste; anzi, ambirebbero spegare i propripunti di vista sul conflitto. Che è appunto ciò su cui si focalizzerebbe il giornalismo di conflitto.e-pace, il suo pane:

“Che cosa c’è, secondo lei, sotto questo atto di violenza?”

“Che cosa, secondo lei, potrebbe essere un modo eventuale di risolvere quel conflitto?”

Giornalisti, comprendete queste due domande nel vostro repertorio standard e allora siamo in un giornalismo di pace. Più avanti potremmo chiedere lo stesso livello d’expertise che per, diciamo, sanità e finanza. Come si è espresso una volta il caporedattore del Toronto Star: Tutto ciò che chiedete è: date una pagina alla pace!  il punto non è che i giornalisti debbano patrocinare qualunque cosa; non dovrebbero far altro che rendere la pace più visibile, come segni di vita in un paziente in coma. Mentre invece il primo stile giornalistico di cui sopra si focalizzerebbe su chi vince, considerando qualunque tendenza a capire l’altra parte come un tentativo di giustificarne la violenza.

La tabella è auto-esplicativa e ampi commenti saranno presto disponibili su Reporting Conflict: Un’introduzione al Giornalismo di Pace, di Jake Lynch, Annabel McGoldrick e il sottoscritto. Concretamente, ecco cinque modi di fare giornalismo di pace, cinque “angolature di pace”:

  1. Consideriamo la pace in generale. E se fosse dedicare più giornalismo a riferire sulla pace? E magari riferire sulla pace notevole fra tante nazioni a Toronto e Sydney? Fra gli stati nordici, europei, dell’ASEAN? E generare un po’ di ottimismo?  Troppo estremista?
  2. Consideriamo la pace nel bel mezzo della violenza. Perfino durante un’estrema violenza in Jugoslavia e in Medio Oriente si poteva trovare e creare un po’ di pace; zone, arcipelaghi. Esploriamoli.
  3. In retrospettiva: la pace in passato. “Ma la situazione era pacifica prima, nevvero? Che cosa andò storto, e che cosa si sarebbe potuto fare a quel tempo? O qualcosa era sbagliato tutto il tempo?” Queste sono domande standard da mediatori e producono valide comprensioni interiori. Si potrebbero aggiungere al repertorio giornalistico, per tutte le parti in causa.
  4. In prospettiva: la pace in futuro. Di nuovo un esempio di domanda standard da mediatore: “Come sarebbe la Corea/Jugoslavia/regione del Golfo (Persico/Arabico)/Iraq etc. in cui le/vi piacerebbe vivere?”  Suscitare proposte e, ovviamente, stare attenti a proposte che siano già state fatte, e farne un profondo sondaggio giornalistico.
  5. Sguardo laterale: la pace da qualche altra parte. Tutti i conflitti sono unici, e tutti condividono qualcosa con altri, come per pazienti e malattie. Si cita spesso la Svizzera. Varrebbe forse la pena controllare tali analogie? Qualcosa di esistente da qualche parte potrebbe diventare fattibile altrove?

Poiché il conflitto fa parte della condizione umana, e la violenza potrebbe risultare ovunque al mondo quando i contendenti non vedano uscite, il dove cominciare è ovunque e quandunque; senza aspettare che accada la violenza, bisogna anticiparla.

Una proposta di pace può essere già pace in statu nascendi. Eccone una:

Israele/Palestina/Medio Oriente – Una prospettiva trascendente

Per Israele e Palestina non c’è sicurezza in fondo a questa strada di violenza; solo violenza intensificata e insicurezza.

Israele è attualmente nel periodo più pericoloso della sua storia: sempre più militarista, impegnato in guerre invincibili, sempre più isolato e con sempre più nemici, esposto a violenza, non?violenza e boicottaggio dall’interno e dall’esterno, con gli USA che prima o poi condizioneranno il proprio sostegno a concessioni. Torna in mente il cambiamento di base in SudAfrica, da dentro e da fuori:

  • Il capitale morale d’Israele si sta rapidamente svalutando, è probabilmente negativo in gran parte dei paesi, e sta pur lentamente cambiando anche in USA;
  • Israele soffre di un colpo di stato militare de facto, che offre all’elettorato una scelta fra generali, con agende limitate;
  • La violenza e intransigenza israeliane mobilitano la resistenza e la lotta nei mondi arabo e musulmano, se non nel senso di stato di guerra fra stati, però nel senso postmoderno di terrorismo contro il terrorismo di stato israeliano; con scorta illimitata di volontari molto motivati disposti ad entrare in lotta;
  • Prima o poi ciò riguarderà il 18% di israeliani [in quanto] arabi;
  • Prima o poi ciò può portare a una lotta nonviolenta di massa, come 100.000 donne in nero arabe in marcia su Israele;
  • Può farsi sentir il boicottaggio economico d’Israele, come per il SudAfrica initiato dale Ong e seguito dalle autorità locali, e forse come per il SudAfrica più importante moralmente che economicamente;
  • Ancora come per il SudAfrica, la politica USA può cambiare:
    • economicamente Israele sta diventando una passività, dati i problemi negli scambi e per il petrolio con i paesi arabi non più disposti a vedere gli USA come un terzo; con imminenti boicottaggi e pressioni per disinvestire;
    • militarmente Israele può impegnare gli USA a una guerra molto ambigua, e di basi ce ne sono disponibili anche altrove (Turchia, Kosovo, [Nord-]Macedonia);
    • politicamente Israele è una passività all’ONU; la UE e degli alleati NATO possono non legittimare interventi violenti. Gli USA possono preferire un accordo ragionevole piuttosto di sostenere un perdente (lo Shah [R.Pahlavi], Marcos). Questa proposta di pace potrebbe essere più attraente per persone ragionevoli?
  1. La Palestina è riconosciuta come stato secondo le risoluzioni del Cons.Sicur. ONU 194, 242, 338; con i confini del 4 giugno 1967 e piccoli scambi territoriali;
  2. Gerusalemme-est diventa la capitale della Palestina;
  3. Una Comunità MedioOrientale con Israele, Palestina, Egitto, Giordania, Libano, Siria come membri a pieno titolo, con regimi idrici, d’armi, commerciali basati sul consenso multilaterale; e una Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Medio Oriente con una base più ampia;
  4. Tale Comunità è sostenuta dalla UE, dalla Comunità Nordica e dall’ASEAN finanziariamente e per l’expertise costitutiva istituzionale;
  5. Egitto e Giordania affittano territorio aggiuntivo alla Palestina;
  6. Israele e Palestina diventano federazioni con 2 cantoni israeliani in Palestina e 2 cantoni palestinesi in Israele;
  7. Le due capitali vicine diventano una confederazione urbana, anche sede delle istituzioni regionali, ONU ed ecumeniche principali;
  8. Il diritto di ritorno anche ad Israele è accettato in linea di principio e negoziato nei numeri entro la formula cantonale;
  9. Israele e Palestina hanno associazioni aziendali di scopo congiunte ed eque, un’educazione alla pace congiunta e un pattugliamento dei confini congiunto;
  10.  Stazionamento massiccio di forze di monitoraggio ONU.
  11.  Prima o poi un procedimento di Verità e Riconciliazione, la cui mediazione non dovrebbe essere svolta da un paese né un gruppo di paesi (la UE dovrebbe essere un modello più che un mediatore); bensì da personaggi di generale rispetto, e una conferenza stile Helsinki?[specificamente] per il Medio Oriente.

Dietro questa [ipotesi] c’è un certo lavoro svolto dal 1964, centinaia di dialoghi di varia consistenza, i commenti sui quali, vostri e miei, riempirebbero agevolmente non solo tale conferenza ma un semestre universitario. Quindi mi si faccia semplificare. Non aspettandomi che i media israeliani facciano la fila per intervistarmi, m’intervisto da solo seguendo una piccola guida in 12 punti. Questo con un paio di precisazioni: Non c’è nulla di sacro in una prospettiva di pace; dovrebbe essere resa leggibile, udibile, visible.; a anche esposta a interviste profonde, penetranti, addirittura scorticanti, da parte di giornalisti ben preparati all’uopo – e chiunque avanzi una proposta di pace farebbe bene ad essere almeno altrettanto preparato..

Allora, eccoci:

[1] Qual è stato il metodo dietro al piano? Dialogo con le parti, e in tal caso con tutte? Un qualche negoziato sperimentale? Analogia con altri conflitti? Intuizione?

     Il metodo è stato dialogare, ricercare, sempre far/si domande, sondare. Ma in quel dialogare c’era sovente una domanda iniziale che ho trovato utilissima: “Come sarebbe il Medio Oriente in cui le/vi piacerebbe vivere?” I politici potrebbero essere sorpresi nel sapere quanti se ne escono con idee di una comunità mediorientale.

[2] Fino a che punto il piano è accettabile a tutte le parti? Se no, che cosa ci si può fare?

     La risposta tipica quando chiedo a politici prominenti dei paesi coinvolti è positiva, d’accettazione, seguita dall’ovvio “ma i tempi non sono maturi”. La questione è come farli maturare.

[3] Fino a che punto il piano, se realizzato, è auto-sostenibile? Se no, che cosa ci si può fare?

     Io asserirei che è auto-sostenibile. Una comunità del Medio Oriente con caratteristiche di mercato comune genererebbe abbastanza introiti da sostenersi e non essere puntellata da poteri esterni di diaspore.

[4] Il piano si basa sull’azione autonoma delle parti, o dipende da estranei? Che cosa può renderla autonoma?

     Allo stadio attuale è indispensabile qualche sostegno esterno. L’Unione Europea potrebbe convocare una conferenza e presentare la propria expertise, spalleggiata dalle comunità Nordic e ASEAN. L’ONU, con il suo Consiglio di Sicurezza – il cui nome già pesca nel primo discorso – non è purtroppo una sede adeguata. Ma la conferenza potrebbe cominciare piuttosto come seminario sull’integrazione regionale per partecipanti mediorientali. Magari la generazione più giovane?

[5] Il piano è solo un programma conclusivo o solo di procedimento su chi debba fare che cosa come quando e dove, o entrambe le cose?

     Attualmente è solo un piano conclusive sui risultati programmati. Si stanno conducendo dialoghi a proposito di eventuali procedimenti. In una democrazia parlamentare come Israele ci vorrebbe una maggioranza che si faccia carico del procedimento.

[6] Fino a che punto il piano si basa su quel che solo le èlite possono fare, o quel che può fare la gente comune, o quel che possono fare entrambi?

     Davvero gran parte su entrambi. L’esperienza Nordic ed europea in generale è che è molto utile un ricco sottobosco di Ong al di qua e al di là dei confini. L’esperienza ASEAN è che il processo può essere generato da dinamiche governative senza esserne diretto. C’è molto da costruire in Medio Oriente. Si può attingere anche all’esperienza dell’Impero Ottomano, con i suoi elementi di famiglia di nazioni.

[7] Il piano prevede un processo di progressive risoluzione del conflitto, o l’idea è di un accordo da attuarsi in una sola fase?

     Questione chiave di qualunque piano di pace. Una comunità avrebbe un’agenda a scorrimento che tratti i conflitti man mano che insorgono. La Comunità [sic] Europea ha due agende in quaqnto sia territoriale – una comunità di stati presieduta dal Consiglio – sia funzionale – una comunità di funzioni ossia direttorati presieduti dalla Commissione.

[8] L’educazione alla pace e alla trasformazione del conflitto, per la gente, le élite o gli uni e gli altri, è incorporata nel piano?

     Quello dev’esser fatto. Il piano considera la soluzione a Due Stati troppo asimmetrica, essendo Israele troppo forte o la Palesatina troppo debole. Dev’esserci un àmbito per livellare quelle differenze, come nella CEE/UE per il rapporto tra Germania e Lussemburgo. C’è stato bisogno di molto pensiero nuovo in Europa, lo stesso sarà il caso in Medio Oriente.

[9] Se c’è stata violenza, fino a che punto il piano contiene elementi di riconciliazione?

     Quello dev’essere fatto, lungo le direttrici del libro di testo Tedesco e della Verità e Riconciliazione sudafricana, non secondo l’approccio anglo?americao di tribunali molto divisivi.

[10] Se c’è stata violenza, fino a che punto il piano contiene elementi di riabilitazione / ricostruzione?

     Finora no. Un lavoro congiunto sarebbe un approccio alla riconciliazione.

[11] Se il piano non funziona, è reversibile?

     Decisamente. Uno stato può lasciare una comunità, e può riassociarsi.

[12] Se anche il piano dovesse funzionare per questo conflitto, crea però nuovi conflitti o problemi? E’ davvero un buon accordo?

     Un problema importante sarebbe una Comunità del Medio Oriente abbastanza forte da minacciare i suoi vicini. Non molto probabile tanto presto! Ma anche se l’Unità araba ha una storia tormentata c’è anche quel movimento cui ai cinque stati arabi potrebbe anche piacere di partecipare.


EDITORIAL, 4 Jul 2022 | #752 | Johan Galtung – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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