Un tentativo di conciliare tutte le spiritualità

Un tentativo di conciliare tutte le spiritualità: il libro “Introduzione alla vita interiore” di Lanza del Vasto

Antonino Drago

(Con il crollo dei Paesi socialisti, nel 1989 sono cadute le ideologie di cui l’Europa aveva vissuto per due secoli e che aveva propagato nel mondo. In assenza di un forte messaggio politico dei nonviolenti (che implicitamente erano i vincitori politici di questo cambiamento), ne è seguito un ripiegamento su se stessi. Esso è stato maggiorato dalle persone di sinistra; avendo vissuto fino ad allora secondo un’ideologia forte, quasi militare, queste persone dopo il 1989 hanno riscoperto il lato umano e soggettivo della vita. Anche la teologia della liberazione si è spenta per la perdita di Stati socialisti esemplari; per cui i cristiani (e soprattutto i cattolici sostenitori del Concilio) hanno limitato la loro vita alle piccole comunità.

L’ondata di soggettivismo che ne è derivata ha avuto il merito di andare alla scoperta di tutte le religioni, senza più preoccuparsi delle accuse di sincretismo o orientalismo. Ma, la accelerazione senza precedenti del progresso tecnologico i cui nuovi strumenti di comunicazione di massa hanno assorbito la vita quotidiana, la gente ha dimenticato le strutture sociali e ha dato alla loro vita spirituale un ruolo residuale di sopravvivenza della vita umana originaria. L’articolo seguente dice che la nonviolenza gandhiana (in particolare l’insegnamento dell’Arca) ha un messaggio forte per il nostro tempo; il cambiamento del 1989 non l’ha sminuito, anzi l’ha reso unico nel suo genere.)


Un tentativo di conciliare tutte le spiritualità: il libro Introduzione alla vita interiore di Lanza del Vasto

Di ritorno dall’India in Occidente, nel 1948 Lanza del Vasto fonda in Francia una comunità non violenta di tipo gandhiano. in particolare è prereligiosa e unisce con continuità la vita interiore all’etica e alla politica; in essa egli ha concretizzato questa spiritualità con pratiche regolari quotidiane. Successivamente, nel 1962, volendo proporre in tutta la sua ampiezza la spiritualità non violenta di tipo gandhiano, pubblicò il libro del titolo di questo scritto. Il suo biografo, il Compagno Arnaud de Mareuil ha scritto una prima presentazione dell’opera in Lanza del Vasto. Sa vie, son oevre, son message (Dangles, St. Jean-de-Braye, Parigi, 1998, pp. 270-271).

Egli aveva un progetto entusiasmante: trovare una spiritualità comune a tutte le religioni. Per cominciare ad attuarlo si riferiva principalmente alle tre grandi religioni (abramica, indù e buddista) anche se esse sono molto diverse; ad esempio nella loro caratteristica affermazione sul rapporto tra il vero sé e Dio: identificazione dei due, solo un avvicinamento a Dio, l’immersione nel vuoto (p. 64). Lanza del Vasto sapeva che questo progetto era molto ambizioso, ma sapeva anche che doveva provarci, a prescindere dal risultato.

Da un’attenta lettura del libro scopriamo che il suo progetto era basato su dodici idee guida (molte delle quali sono molto innovative anche per i maestri di spiritualità del nostro tempo):

1) in tutte le religioni la vita spirituale è soprattutto una vita interiore (vedi il titolo del libro);

2) questa vita interiore si basa su una ricerca incessante del vero sé (secondo paragrafo);

3) la vita spirituale deve impegnare anche il pensiero della persona, affinché comprenda la propria vita; a questo scopo bisogna attraversare quattro cerchi: la vita intellettuale, la vita artistica, l’osservazione di sé e degli altri, la coscienza morale (pp. 65-86);

4) «il motivo dominante della dottrina è l’unità della vita e il suo carattere fondamentale è formare un’unità vivente» (p. 9);

5) per trovare un quadro generale per la propria vita spirituale, bisogna “cercare ciò che hanno in comune le tre grandi tradizioni di vita spirituale nel mondo” (p. 64);

6) questa vita spirituale, come ha indicato la vita di Gandhi, deve essere costantemente verificata nei rapporti con gli altri, cioè deve essere legata all’etica (l’agire bene più che il credere bene);

7) in questa grande apertura dell’orizzonte di riferimento, l’attenzione spirituale deve essere guidata dall’“occhio semplice”. Esso vede: “tre verità, quella della Luce, quella del Me e quella del Tu… La Luce, o verità o Dio, il Sé o Vita interiore, il Tu o il rispetto, la giustizia, la carità, attraverso la non violenza e l’attesa attiva del Regno dei Cieli. In questi tre punti sta tutto il nostro insegnamento» (p. 15);

8) nell’etica si deve sapere che l’origine del male nella persona e nella società è il peccato originale, o violenza originaria (pp. 165ss.); questa violenza consiste nel degrado della conoscenza-contemplazione dell’altro e del mondo nella conoscenza-calcolo del proprio interesse individuale, applicata agli altri, ora ridotti a cose;

9) le relazioni sociali degli onesti e dei disonesti, dei buoni e dei cattivi, degli intelligenti e degli stupidi possono accumulare queste violenze individuali fino a costituire strutture sociali negative, le quali, divenute autonome, agiscono sulle persone come flagelli;

10) a tutto questo si deve rispondere con una conversione totale; vale a dire, è necessario convertirsi non solo dalle proprie colpe, ma anche liberarsi dalle strutture sociali e intellettuali negative della società (pp. 253-264);

11) la conversione deve recuperare l’empatia e la collaborazione con tutti; e nei conflitti sociali deve portare all’atteggiamento non violento di Gandhi; cioè lavorare per la riconciliazione e per la ricerca di una nuova vita sociale, basata sulla solidarietà e sulla giustizia;

12) la novità storica della spiritualità di Gandhi è stata la sua capacità di risolvere i conflitti senza violenza. Ha così stabilito un legame tra spiritualità e politica; e in generale, ha insegnato che gli obiettivi della politica dei nonviolenti sono combattere i principali mali sociali e allo stesso tempo costruire istituzioni sociali alternative.

Tuttavia, in merito all’idea guida decisiva, l’undicesima, la non violenza, che avrebbe dovuto indirizzare tutto l’insegnamento del suo libro, Lanza del Vasto, pur avendo dedicato sette paragrafi (su quasi cinquanta) alla chiarificazione delucidazione di questo tema, ha dichiarato (p. 215) di non aver trovato una definizione del tutto soddisfacente (ancora oggi non c’è una definizione condivisa di questa parola).

Avendo così compreso di non saper completare il suo progetto, a metà del libro (da pagina 179) ha reso più concreta la sua esposizione di spiritualità; indirizzava il lettore a partecipare alla comunità di tipo gandhiano da lui fondata e che a suo tempo ne rappresentava la realizzazione più avanzata sul piano personale e sociale. A tal fine ha suggerito una serie di insegnamenti per superare la spiritualità preconciliare che allora dominava il mondo cristiano, quella di vivere pienamente il proprio ruolo sociale. Ha incoraggiato le persone a uscire dall’organizzazione sociale occidentale per entrare nella sua comunità (pp. 183-188).

Oggi vediamo che l’esposizione del suo progetto generale ha dei difetti; che però possono essere superati e quindi possiamo avanzare notevolmente il suo progetto.

In primo luogo, possiamo superare la difficoltà di una definizione precisa della parola “non violenza”; Lanza del Vasto le si avvicinò molto quando presentò un parallelismo tra il ruolo di Cristo e quello di Gandhi nelle storie delle rispettive religioni (pp. 298-299 e anche nel commento al voto di non violenza). Il Messia è venuto per “adempiere la legge del Padre”; perciò ha insegnato che l’antico “Non uccidere” vale non solo nei rapporti interpersonali, ma anche nella vita sociale e anche durante le guerre: “Ama i tuoi nemici” (sì, ha detto esattamente “nemici”).

Lo stesso fece Gandhi con un antico insegnamento indù, l’ahimsa (non violenza), intesa prima di lui come benevolenza solo nei rapporti interpersonali; l’applicò con coraggio anche alla sfera sociale e politica. Il Messia ha insegnato con la sua vita e la sua morte che per amare i nemici anche nei peggiori conflitti sociali (vedi la dominazione romana) non si deve “rispondere al male con il male”, ma con il bene; questo è esattamente ciò che fece Gandhi che lottò contro i suoi nemici in maniera amorevole; e ha anche dimostrato che si può portare la gente a combattere in modo non violento contro i peggiori mali sociali (colonialismo mondiale britannico). Pertanto, le idee di non violenza e di amore cristiano non sono distinte, come ha ben compreso Lanza del Vasto sin dall’incontro con Gandhi nel 1938.

Oggi possiamo definire la parola “non violenza” con precisione scientifica. Lanza del Vasto aveva capito che era necessario scoprire una logica diversa da quella classica. Questa ci fa ragionare solo con “sì” e “no”, come una macchina o un soldato. Dopo cinquant’anni dalla morte di Lanza del Vasto riconosco questa nuova logica in quella intuizionista, secondo la quale due negazioni non affermano (C. Mangione e S. Bozzi, Storia della Logica, Garzanti, Milano, 1993, p. 590).

Infatti, la parola “non violenza” è una doppia negazione che non ha una parola affermativa equivalente; per questo motivo essa (e anche l’equivalente logica modale) porta a ragionare in una logica del tutto diversa da quella classica: essa è a fondamento di una concezione di tutto un altro mondo, quello che si vede così bene negli insegnamenti di Gandhi: è il mondo che si prende cura delle relazioni umane invece del mondo formale delle relazioni tipiche delle macchine o dei comandi militari.

Il libro illustra molte azioni esemplari che fanno immaginare quale potrebbe essere la soluzione non violenta di un conflitto. In un libro successivo (Che cosa è la nonviolenza, orig. 1971, Jaca book, Milano, 1978) Lanza del Vasto ha raccontato le numerose azioni pubbliche non violente compiute da lui stesso o dalla Comunità; esse hanno dimostrato che anche in Occidente si può lottare non violentemente per giuste cause e si può vincere. (Inoltre, si trovano suggerimenti teorici in La Trinità Spirituale (orig. 1971, Ed. Satyagraha, Pisa, 2014, pp. 66-68 e in “Justice et Charité”, Le Grand Retour, Rocher, Monaco, 1993, pp. 42-55).

Ma nel libro Lanza del Vasto ha trattato solo in parte la lotta spirituale contro le strutture sociali negative. In “Domande e risposte sulla nonviolenza” e più avanti nei sette paragrafi sulla nonviolenza egli parla di come affrontare la struttura sociale negativa più importante per lui, la guerra. Ma qui non la chiama mai flagello, né ricorda la sua precedente analisi di tutte le strutture sociali negative; ne I quattro flagelli del 1959 aveva riconosciuto in Apocalisse 6 e 8 quattro flagelli sociali “fatti dalla mano dell’uomo”: Guerra e Rivoluzione (violenta), Miseria e Servitù.

Lanza del Vasto ha visto la motivazione profonda dei primi due flagelli (“attivi…, con il loro carattere di invitabilità e quasi fatali”, p. 5) nel “666” che conclude Apocalisse 13; lo interpretava come un “666…”, cioè una serie infinita; la quale è simbolo di una tensione per raggiungere l’infinito, inteso come traboccamento dei limiti umani, anche attraverso l’uccisione di altri; per questo motivo avvengono i più gravi disastri sociali (Guerra e Rivoluzione).

La motivazione dei secondi due flagelli (“passivi”) è quella delle persone più abili nell’organizzare per loro stessi il paradiso in terra a costo di cambiare la struttura stessa degli altri (fino a stampare un segno sulla fronte di ciascuno (= ragionare come una macchina) e un segno sulla mano destra (= rendere formali tutti i rapporti interpersonali)) per ridurli a rotelle di un ingranaggio che subiscono la Servitù e la Miseria. (A ben vedere, queste due motivazioni, l’ebbrezza della ricerca dell’infinito e la riduzione del regno dei cieli agli aspetti materiali, rappresentano esattamente le prime due tentazioni di Gesù in Matteo 4).

Lanza del Vasto ha completato la sua analisi delle strutture sociali attraverso l’interpretazione di Apocalisse 13, la quale presenta i mali sociali estremi per mezzo di due terribili bestie. Secondo Lanza del Vasto rappresentano rispettivamente la Scienza (ricerca dell’infinito delle conoscenze solamente razionali sulla natura oggettivata) e la Tecnica (organizzazione del Paradiso in Terra mediante la moltiplicazione dei beni materiali) come le responsabili della “secolarizzazione” avvenuta durante gli ultimi secoli. Con questa interpretazione l’insegnamento di Lanza del Vasto sulla vita spirituale gandhiana è ora completo. Va dal suo fondamento nella vita interiore personale alla definizione dei massimi mali sociali e spirituali.

Le sue interpretazioni dei testi sacri suggeriscono che nella vita personale e nella vita sociale esistono due dimensioni fondamentali, l’infinito e l’organizzazione. Possono essere orientate dalla persona e dalla società o al bene, o al male, anche estremo (questa idea potrebbe specificare bene la nona idea guida). La nuova vita interiore, per essere veramente spirituale, deve imparare a discernere le direzioni buone dalle cattive per separarsi dai mali sociali, combatterli e costruire alternative.

Dal XX secolo le religioni hanno subito l’aggressione della “secolarizzazione” da parte della Scienza e della Tecnologia. Di questa aggressione Lanza del Vasto ha dato la prima interpretazione basata sull’antica saggezza dei testi sacri di una religione (Apocalisse 13); per sopravvivere all’attuale secolarizzazione tutte le altre religioni dovranno rinnovare questa interpretazione attraverso i loro specifici testi sacri.

Quindi c’è un buon lavoro da fare sul cammino che Lanza del Vasto ha iniziato con tanto coraggio spirituale. C’è molto da applicare della nuova spiritualità che egli ha già esemplificato nel libro. E c’è molto su cui pensare per portare avanti il progetto di presentare la spiritualità nonviolenta gandhiana in una forma coerente e completa anche nel suo rapporto conflittuale con le strutture della vita sociale. Infine, quest’opera specificherà una spiritualità universale; in particolare la spiritualità gandhiana, in maniera tale da indicare con precisione come affrontare i mali strutturali, anche quelli del nostro tempo.

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