Guerre interne

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Recensione di Elena Camino


Joseph Zárate, Guerre interne, gran via, Narni 2020, pp. 160, € 15,00


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Joseph Zárate, Guerre interne.

Il titolo mi aveva colpita: guerre interne a che cosa? Quale confine – geografico o sociologico – era sottinteso? E a quale scala si sviluppavano i conflitti? La citazione in esergo, tratta da un libro di Svetlana Aleksievic (Ragazzi di zinco), aiuta i/le lettor* a orientarsi:

«Che cosa succede con i grandi avvenimenti? Restano fissati nella Storia. Invece quelli piccoli, che tuttavia sono importanti per l’uomo piccolo, spariscono senza lasciare traccia […]».

Guerre interne, dunque, nel senso che sono narrate, o meglio vissute, dall’interno: da singole persone che ne vengono attraversate, e che vi partecipano, in parte volontariamente e in parte per strani giochi del destino. A caratterizzare questo libro è la dimensione umana dei suoi protagonisti, che sono presentati all’interno del loro ambiente di vita: la famiglia, le relazioni, i conflitti, e anche il loro aspetto fisico, il carattere, le contraddizioni, i sogni.

Siamo in America Latina, ferita e sconvolta – da secoli – da sanguinosi e devastanti conflitti per l’accaparramento di risorse sempre più scarse, sempre più ambìte: il legno, l’oro, il petrolio.  L’autore, Josef Zàrate, ricostruisce la storia di tre persone il cui destino è segnato da questi materiali, che i potenti della società ‘moderna’ hanno scelto come indispensabili per la ‘crescita’, per il ‘benessere’.

Edwin Chota – 53 anni, magro come un ramo secco – aveva il naso affilato e la pelle scurita dal sole. Imitava il canto del passero e il ruggito del gatto tigre. Era nato a Pullcalpa, il secondo centro più popoloso della foresta peruviana. Fu ucciso nella foresta di Alto Tamaya, mentre si recava a un’assemblea nei pressi della frontiera con il Brasile, per coordinare la difesa dei territori di una comunità indigena contro i tagliatori illegali di legname. Edwin Chota era vissuto in ambienti cittadini: era stato operario, soldato, installatore di di cavi. Una vita affettivamente turbolenta, con diverse fidanzate e alcuni figli.

Poi… l’immersione nella foresta, l’inizio di una vita nuova: per gli ultimi anni della sua vita egli diventò parte di una comunità Ashaninka, un gruppo etnico che abita aree di foresta in Perù e Brasile. Si fece amare e rispettare, ne divenne il capo imparò la lingua, ebbe una compagna e due figli, e dedicò tutta la sua energia, intelligenza e passione a difendere quel mondo meraviglioso e indifeso. Un suo amico ricorda «per Edwin la protezione dei boschi era una battaglia spirituale». 

Josef Zárate ricostruisce gli ultimi anni di vita di Chota: i contatti, le iniziative, le denunce, la calma tenacia con cui cercò di fermare la distruzione della foresta e dei suoi abitanti – umani e non umani.  Neppure da morto è diventato famoso: non come Chico Mendez, non come Berta Càceres. Ma come loro, e come centinaia di attivisti che continuano a morire, il suo esempio suscita rispetto e riconoscenza, e ci sprona ad agire.

Màxima Acuña Atalaya non è alta neppure un metro e mezzo ma si carica sulle spalle pietre di quasi due volte il suo peso. Tranne le pentole di acciaio inossidabile e un dente di platino, non possiede un anello, né un braccialetto, né una collana. Vive tra le montagne della regione di Cajamarca, a più di quattromila metri di altitudine, dove non ci sono grandi alberi né canti di uccelli né fiori.  Di fronte alla sua proprietà, a pochi metri c’è la Laguna Azul, dove fino a qualche anno fa Màxima e la sua famiglia pescavano trote.  L’impresa mineraria Yanacocha ha in programma di prosciugare la laguna per depositarvi milioni di tonnellate di roccia e fango, residui degli scavi di una enorme miniera d’oro a cielo aperto: il Progetto Conga.

A differenza di Edwin Chota, Màxima Acuña è diventata famosa in seguito alla controversia in cui è impegnata: Màxima si oppone da anni, in una lotta durissima – con denunce, carte bollate, intimidazioni, minacce – alla cessione dei 25 ettari di terreno, di sua proprietà dal 1994, che la Minera Yanacocha rivendica come suoi.  Grazie all’attività di informazione di giornalisti e di associazioni il suo caso ha ricevuto risonanza mondiale, tanto da farle assegnare il prestigioso premio Goldman per i difensori dell’ambiente. Il suo caso è emblematico perché mette in luce il gravissimo problema dell’estrattivismo: lo scavo di miniere, soprattutto in aree ambientalmente delicate, presenta un enorme rischio non solo per le comunità umane, ma per estesi ecosistemi, dove la presenza di ampie riserve d’acqua – come la Laguna Azul – è indispensabile per la sopravvivenza di ogni forma di vita. 

Anche nel caso di Màxima, il libro di Josef Zàrate sposta il livello dell’attenzione dal grande scenario della drammatica guerra che a livello mondiale vede contrapporsi il potere finanziario e le grandi multinazionali, da un lato,  e le comunità indigene sostenute da attivisti e associazioni ambientaliste dall’altro. E ci racconta le ‘guerre interne’ di Màxima, quelle che da anni essa affronta a colpi di documenti, denunce, processi, dinamiche complesse di relazione con parenti e vicini, in una condizione di vita quotidiana complessa, precaria e faticosa.

Osman Cuñachì ha undici anni, è magro come uno spaghetto, e a Dio – se potesse esaudire un suo desiderio – chiederebbe uno smartphone, o un pallone da calcio.  Osman fa parte di una comunità indigena dell’etnia Awajun, che vive a Nazareth, nel nord del Perù, vicino al confine con l’Ecuador. Fuori dalla casa comunale sta guardando un enorme manifesto che lo ritrae: nella foto si vede infatti Osman, un metro e mezzo di statura, macchiato di nero sul viso, sulle braccia, sui piedi, che sorride mentre tiene tra le mani un secchio sporco. Con questa descrizione Josef Zàrate introduce i lettori al terzo capitolo del suo libro: Petrolio.

Quella foto è stata scattata da una signora col cellulare il giorno in cui la sua comunità, Nazareth, con i suoi quattromila abitanti e il suo fiume marrone, è diventata protagonista, di un terribile disastro ecologico nel 2016. Una spaccatura in un tratto corroso dell’oleodotto Nordperuviano lasciò fuoriuscire una gran quantità di petrolio, che presto raggiunse il vicino fiume e scese a valle, contaminando insetti, radici, pesci, canoe, piantagioni. Gli ingegneri della Petroperù arrivarono a Nazareth di sera, e annunciarono alle famiglie che avrebbero pagato chi li avesse aiutati a raccogliere il petrolio dal fiume. Fu così che Osman e tutta la comunità andarono con secchi e bottiglie al fiume, dove erano abituati a fare il bagno, lavare i panni, pescare: ma adesso il fiume emanava un odore nauseante, faceva bruciare gli occhi, si appiccicava alle mani.  La notizia si diffuse, arrivarono giornalisti, scattarono foto, ci furono indagini.

Anche presentando questo caso Joseph Zárate lascia sullo sfondo il dramma che si sta consumando a livello globale – l’estrazione, il trasporto e il consumo di combustibili fossili – per avvicinarsi al vivere quotidiano, alle ‘guerre interne’ in cui si dibattono le esistenze di innumerevoli persone, incluse loro malgrado in situazioni e conflitti che interferiscono e spesso modificano drammaticamente le loro esistenze.

Edwin, Màxima, Osman sono testimoni, come milioni di altre persone, di una guerra che nell’ultimo secolo è diventata globale. Una grande guerra ‘interna’ al nostro pianeta, che un ristretto gruppo di potenti, avidi e violenti, continua a sferrare contro la vita: dai pesci avvelenati nei fiumi ai grandi pascoli montani prosciugati, dalle fitte foreste abbattute alle comunità indigene private delle loro terre, nulla e nessuno trova scampo. 

Questo libro di Joseph Zárate, Guerre interne, oltre a farci conoscere i tragici risvolti di questa grande guerra nelle vite quotidiane e a presentarci alcuni esempi di coraggio e resistenza, ci invita a diventare più consapevoli, e ad agire.