Rieducarsi alla pace è possibile

Autrice
Benedetta Pisani


Rieducarsi alla pace è possibile
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Rieducarsi alla pace è possibile. E il processo giudiziario che ha avuto luogo a Teramo pochi giorni fa, lascia ben sperare. Un uomo di 29 anni ha aggredito fisicamente il padre ma il giudice, Domenico Canosa (vincitore del Premio Borsellino per la Legalità nel 2012), ha deciso di assolverlo perché l’accusato è stato a sua volta vittima di un modello educativo sbagliato, in cui l’esempio preponderante era rappresentato da una figura paterna violenta e negativa.

Un individuo che cresce e conduce la propria esistenza in una bolla di violenza, non conosce alternative. È oppresso ma non sa di esserlo, e il non sapere lo costringe a una inevitabile condizione di isolamento e distacco dal pensiero critico, dalle relazioni empatiche e dalle interazioni costruttive.

L’aggressività è una tendenza comportamentale potenzialmente presente in ciascuno di noi. Si palesa in forme e in modalità più o meno esplicite, a seconda del contesto e dell’indole personale. Quando, però, diviene espressione diretta della volontà di provocare un danno fisico e/o psicologico a noi stessi o agli altri, questa aggressività “trasformata” indossa una nuova veste, quella della violenza, intrisa di condizionamenti culturali esterni che prescindono dalla nostra natura di esseri umani.

Se vuoi la pace, preparati alla guerra. Per quanto sia intuitivamente paradossale che per fare la pace si debba essere pronti ad affrontare il suo diametrale opposto – la guerra – la società attuale si basa proprio su questo convincimento. Sembra che le relazioni umane – intime, interpersonali, interstatali, internazionali… – siano destinate a un percorso a ostacoli, in cui pace e guerra si alternano in un circolo vizioso e pericoloso. Ci siamo abituati a questa narrazione di senso, non riusciamo più a vederne l’atrocità… quasi fossimo assuefatti. Ma la violenza non è il nostro ineludibile destino. È una scelta e in quanto tale può essere modificata.

Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che devono essere poste le difese della pace

Preambolo Carta dell’UNESCO

Se vuoi la pace, quindi, preparati a metterla in pratica, a decostruire e delegittimare la violenza strutturale e sistemica. Preparati a una scelta etica sana, che si traduca concretamente in azioni e soluzioni nonviolente.

La realtà che viviamo non va accettata per quella che è. Dobbiamo avere dubbi e paure, contestare, contraddire, dissentire, pensare. E l’educazione alla nonviolenza può guidarci in questo percorso di auto-responsabilizzazione, fornendoci gli strumenti necessari per sviluppare un pensiero critico in una società complessa e interconnessa ma sempre più evanescente. Una società che, attraverso un’indecifrabile varietà di mezzi, ci bombarda di notizie e informazioni, fino a darci l’illusione di un’effimera sazietà. È in questa abbuffata che noi ci perdiamo e dimentichiamo che “la stessa specie che ha inventato la guerra può inventare la pace” (Dichiarazione di Siviglia sulla violenza – UNESCO).

Educare alla nonviolenza significa riprendere consapevolezza di se stessi e degli altri, e rispettare tutti indipendentemente da qualsiasi inutile specificazione e pregiudizio. Significa allenarsi all’ascolto attivo e alla libera espressione di pensieri e emozioni, necessari per destrutturare ruoli sociali, stereotipi e dinamiche giudicanti e auto-difensive, che contribuiscono di giorno in giorno a costruire una società egocentrata, materialista, occidentocentrica, razzista e violenta.

La nonviolenza, al contrario, implica una pluralità di prospettive e di scenari possibili, in cui l’esplorazione e la centralità delle emozioni ci consentono di muoverci in modo molto più vasto e consapevole nella società complessa in cui ci troviamo. Di riprendere il contatto con noi stessi e con le innumerevoli situazioni che viviamo, verso un percorso evolutivo di empatia e di gestione nonviolenta dei conflitti – di qualsiasi natura – in cui ciascun essere vivente emerge sempre come un valore aggiunto e mai come un mezzo da devalorizzare per sentirci vivi.

La nonviolenza è appassionamento all’esistenza, alla libertà ed allo sviluppo di ogni essere.

Aldo Capitini

Tutto può essere insegnato, anche l’azione nonviolenta e la compassione. Ma affinché questo avvenga realmente e in modo sostenibile, è fondamentale partire dall’infanzia, lavorando a scuola e a casa sulla creazione di relazioni positive e paritarie, al fine di prevenire fenomeni di violenza perpetrata in età adulta. Non si tratta di trasmettere, ancora una volta, conoscenze teoriche e evanescenti, che lasciano il tempo che trovano. Bisogna piuttosto mettere in pratica un metodo di lavoro interattivo e trasversale, costituito da alcune regole essenziali e da una gamma variegata e interconnessa di percorsi esperienziali e di vissuti, in cui gli apprendimenti formali si intrecciano e collaborano con quelli informali e non formali.

In questa sfera educativa, si inserisce il metodo del peer-to-peer, in cui l’assenza di pressioni reverenziali e l’interazione paritaria e complementare, mettono in moto una dinamica spontanea di condivisione di esperienze, nonché un influsso positivo di conoscenze che sono in grado di stabilire profondi legami tra i partecipanti, aumentandone la capacità di fiducia in se stessi e negli altri… tutti presupposti essenziale per la costruzione di una società nonviolenta.


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