Signornò! Torino, città protagonista della storia dell’obiezione di coscienza in Italia

Signornò! Torino, città protagonista della storia dell’obiezione di coscienza in Italia” In occasione del 50° anniversario della Legge Marcora n. 772 del 15 dicembre 1972 (1972 – 2022)

La possibilità del contrasto tra un ordine, o una disposizione, proveniente da un potere riconosciuto e le più intime convinzioni morali o religiose di un individuo certamente non appartiene unicamente alla sensibilità contemporanea. La si riscontra, ad esempio, in modo chiaro e documentato alle origini del cristianesimo.

Durante il Novecento la collisione tra la «coscienza» del singolo e l’autorità sembra però diffondersi maggiormente e allargarsi a strati più ampi della popolazione. Il rifiuto di prendere le armi e di eludere un servizio richiesto dallo Stato rappresenta un esempio emblematico di disobbedienza civile, che in Italia, dopo alcuni casi sporadici nella prima metà del secolo, comincia a diventare storia di interesse pubblico a partire dal secondo dopoguerra con la nascita di un regime repubblicano.

L’Archivio del Centro Studi Sereno Regis attraverso i suoi documenti permette di ripercorrere le fasi essenziali di questa storia, in una prospettiva sia locale che nazionale. Si tratta di una storia che in un primo tempo ebbe a coinvolgere direttamente un numero limitato di persone, ma che, soprattutto negli anni della contestazione giovanile, finirà per diventare se non storia di massa, certamente di partecipazione allargata e di movimenti. Soprattutto si tratta di una vicenda capace di raccontare un pezzo importante della società italiana sorta dalle ceneri del regime fascista. La contestazione dell’obbligo di servire nell’esercito e le istanze pacifiste che ne alimentano le radici rappresentano infatti una parte non secondaria di quelle lotte in favore dei diritti civili che l’Italia, uscita dalla guerra, ha mano a mano sentito l’esigenza di rivendicare e accrescere durante il processo di affrancamento dalla dittatura precedente. I valori democratici di limitazione del potere e di garanzia della libertà individuale, affermati dalla Costituzione, hanno trovato nella mobilitazione in favore dell’obiezione di coscienza un terreno fertile nel quale precisarsi, svilupparsi e consolidarsi, in parallelo con altre battaglie civili e di riforme del costume.

Si può facilmente osservare come le lotte per l’obiezione intersechino e siano parte di alcuni momenti centrali degli ultimi settant’anni di storia italiana: il tema della pace in un mondo minacciato dal pericolo nucleare (Norberto Bobbio affermerà la necessità di diventare tutti obiettori di coscienza in un’epoca nella quale gli eserciti annoverano l’arma atomica all’interno dei propri arsenali militari); la protesta giovanile; il rinnovarsi della religione cattolica nel suo tentativo di dialogare e meglio comprendere la cultura laica e gli stessi bisogni pastorali dei propri fedeli;

l’esigenza di ripensare gli schemi tradizionali della politica, cercando di favorire una più ampia partecipazione dal basso.

  Nella foto: Fila 2 Secondo a sinistra Domenico Sereno Regis; primo a destra Giuseppe Marasso, secondo a destra Alberto PerinoFila 1, Primo a destra Giovanni Salio 

Il concetto di rifiuto del servizio militare, nella storia dell’obiezione di coscienza dell’Italia repubblicana, si è infatti sovente declinato, nel pensiero e nell’azione di quanti lo hanno fatto proprio, all’interno di un perimetro più ampio: quello della ricerca di relazioni fra uomini e nazioni improntate alla riduzione della violenza, con l’obiettivo di spingere la società a ripensare le proprie forme di convivenza per mezzo di culture e pratiche capaci di maggiori spazi di solidarietà e di assistenza reciproca (attraverso, ad esempio, l’impegno del servizio civile). Non bisogna naturalmente dimenticare che il rifiuto del servizio militare comportava l’esperienza del carcere, che l’obiettore non solo accettava ma, in qualche misura, rivendicava; l’obiezione di coscienza non è infatti volta a eludere la legge per un proprio tornaconto personale, ma a contestarla a viso aperto allo scopo di migliorarla in vista di un bene – l’ampliamento di un diritto – offerto alla collettività.

Le tappe storiche dell’obiezione di coscienza rappresentano dunque un’importante radice e un’eredità ancora viva e attuale perché il loro fuoco principale – il rapporto tra individuo e istituzioni, tra libertà della persona e autorità legittima – si trova ancora al centro del nostro mondo e della riflessione su di esso.

Il patrimonio archivistico del Centro Studi Sereno Regis può ritenersi un significativo punto di osservazione sul complesso di queste dinamiche politiche e sociali che segnano i decenni italiani della seconda metà del Novecento, attraversando sia il mondo secolare che quello religioso. Nella prospettiva locale, piemontese e torinese, tutti questi aspetti e queste implicazioni saltano all’occhio in modo evidente, a partire dal coinvolgimento trasversale di alcune delle figure di riferimento del territorio cittadino, appartenenti tanto alla cultura laica che a quella cattolica (Franco Antonicelli, Luigi Bettazzi, Norberto Bobbio, Guido Ceronetti, Bianca Guidetti Serra, Michele Pellegrino, Bruno Segre).

Il Centro Studi Sereno Regis conserva nella propria memoria archivistica una storia di partecipazione civile che costituisce l’humus stesso dal quale è nato e, sin da allora, l’asse portante del proprio impegno civile, volto alla promozione di una cultura della nonviolenza intesa anche come tutela dei diritti e costruzione di una cittadinanza attiva, rispetto alla quale le lotte in favore dell’obiezione di coscienza al servizio militare possono considerarsi un caso esemplare e un punto di partenza.

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