Ancora oggi quiete e inquietudine della Napoli di Giancarlo Siani | Benedetta Pisani

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“Ué, lo sai che Giuseppe tiene il coltellino in tasca?”, dice Ciro – di dodici anni – a mia sorella.

Foto di Alessandra Pisani

Domenica mattina, Rione Materdei. Alessandra non era lì per caso. Voleva portare testimonianza fotografica di quella realtà “parallela” eppure così vera e presente. Le è parso di essere catapultata senza pietà in una Napoli antica, lontana. Quella Napoli che Giancarlo Siani ha ricostruito come un puzzle, i cui tasselli, quelli più piccoli e fastidiosi ma essenziali per completare il quadro, vengono spesso persi, dimenticati, nascosti.

Lui li ha cercati, perché la realtà merita di essere indagata, tutta e fino in fondo alla scatola. E così, ha iniziato a definire un orribile mosaico, fatto di  sangue, corruzione, malavita, politica e morte.

disegno di Margherita Caretta

Giancarlo Siani ha raccontato la verità, in poche pagine e con parole semplici, senza veli né pomposità. Perché uno dei principi fondamentali del giornalismo è la trasparenza e Giancarlo ci ha sempre creduto, nonostante tutto. Non era un ingenuo. Per lui era normale, faceva il suo lavoro. Faceva il giornalista.

Napoli è come lui: caparbia e brillante, quasi mai ingenua. Accogliente e solitaria. Napoli è casa e galera. Incantata e disillusa. Gioiosa e pericolosa. 

Foto di Alessandra Pisani

Entusiasta, incalzante e inflessibile nella denuncia, con la sua cronaca raccontava gli orrori della malavita vent’anni prima di Gomorra. Giancarlo era pericoloso. Una minaccia per quel lurido profluvio alimentato dalla  criminalità giovanile e dalla violenza delle baby gang, ma la cui fonte originaria risiede tutt’ora tra i vertici istituzionali di una catena mostruosa.

“La criminalità, la corruzione… non si combattono soltanto con i carabinieri. Le persone, per poter scegliere, devono conoscere i fatti. Allora quello che un giornalista-giornalista dovrebbe fare è questo: informare”.

Tratto dal film Fortapàsc, di Marco Risi

Oggi, i fatti sono dati per scontato. Si sanno e non s’anna ricr pe’ campa’ quieti.

Quiete e inquietudine. Il silenzio in cambio della vita… Il patto con il diavolo a cui i giornalisti, aspiranti o affermati, sembrano essersi incatenati con le loro stesse mani. Ma sono tantissimi – molti più di quanto si possa immaginare – i giornalisti-giornalisti che queste catene le hanno spezzate e, per questo, vengono minacciati ogni giorno a causa del loro tentativo di smantellare il fenomeno della criminalità e  indagarlo nella sua poliedricità. Loro devono a Giancarlo la tutela che gli viene garantita dal valoroso lavoro svolto dagli uomini della scorta. Generosi e integerrimi. Instancabili e umani. Nel riportare i fatti legati alle stragi compiute dalla malavita, la presenza di queste persone è data per scontata, così come lo è la loro morte.

Foto di Alessandra Pisani

Sono ormai trascorsi 35 anni dall’assassinio di Giancarlo Siani. Lui ne aveva 26 quando gli spararono alla testa numerosi colpi, vigliacchi e gelidi. Si trovava sotto casa, nella sua  Citroën Méhari, simbolo di una gioventù zittita ed eterna, oggi in mostra al Pan di Napoli.

Giancarlo Siani però non è un eroe. Non è un mito. Era un osservatore attento, un dedito ascoltatore. Una bella persona. Perché io ci credo alle parole di Kapucinsky: “Un bravo cronista dev’essere innanzitutto una brava persona”. E Giancarlo era un vero cronista, quindi, una vera persona. Sapeva ascoltare e trasmettere emozioni ai suoi lettori. Emozioni contrastanti, atroci e agghiaccianti. Rabbia e paura. Ammirazione e recriminazione. Apprezzamento e commiserazione. Fiducia e rassegnazione.

Foto di Alessandra Pisani

La Napoli che conosco non è poi così tanto diversa da quella del 1985. La bellezza delicata dei suoi palazzi in stile liberty, appannata dall’incuria che li erode. I gelsomini di via Posillipo che, con il loro profumo piacevolmente invadente, avvolgono il viandante in un’atmosfera dal fascino orientale. La bottiglietta di plastica lasciata impunemente sul muretto in corso Umberto e, poco più avanti, Officina Vegana, il bistrot più buono del centro storico, che ogni giorno delizia con pietanze vegane ed eco-friendly i palati di chi ha fiducia. Di chi ci spera. E in quelle speranze ripone tutte le più grandi incertezze.

Quelle speranze sono il presupposto per sviluppare una cultura della legalità: conoscere la criminalità e condannarla come atto ingiusto e immorale, dannoso per l’intera comunità.

Dobbiamo dare alla  cultura la chance di vincere la battaglia contro la camorra. Lo dobbiamo a noi stessi e a donne e uomini come Giancarlo Siani. Con libri, ricordi, racconti, mostre, film si può strappare via quel maledetto coltellino dalle tasche di Giuseppe. Il  suo destino non è segnato. È tutto da scrivere.

“Napoli è una città problematica”, mi hanno detto. Si certo, lo so.  Mi è capitato di darle un volto. La immagino come una donna dinamica, colta, curiosa. Con un mondo emotivo immenso, intricato, disordinato ma sotto controllo. A volte, Napoli è stanca, arranca. Pare che non abbia voglia di guardare in faccia la realtà, di fare i conti con se stessa. Ma all’improvviso si rianima e ride. 

È successo anche a me, pochi giorni fa. Di arrancare, demoralizzata. Avevo subito una rapina in pieno giorno e in pieno centro. Ero sotto casa, anche io. Mi sono sentita violata. Poi la fiducia è ritornata a insinuarsi con fierezza, trovando accoglienza nelle mani calde di un uomo che ha stretto forte le mie, per non farmi più tremare. Nello sguardo gentile del Maresciallo Capo dell’Esercito italiano che si è preso cura di me. Nella dedizione di Mario, il giovane Carabiniere che ha riportato per iscritto la mia denuncia e in quella dell’assistente telefonico mentre mi elencava  con logorroico entusiasmo le eccezionali qualità del nuovo Huawei.

Non occorrono disgrazie e orrori per diventare cronisti. La realtà merita tutta di essere indagata e tutti meritano di conoscerla. Ed è proprio in questa interconnessione tra giornalista e lettore che risiede la vera forza della democrazia. L’informazione libera corrobora l’anima e ci fa sentire parte di una comunità, generosa e accogliente, di cui dovremmo sempre avere cura.