India: tragedie vere, invisibilità, parole finte | Elena Camino

Il razzismo è contro i poveri e i vulnerabili

L‘importanza degli ‘invisibili’

Mentre in Italia si continua – compulsivamente – a fare la conta dei sani, malati, morti e guariti dal COVID 19, e i media continuano a riproporre pareri, critiche, riflessioni sulla situazione nostrana, nel resto del mondo succedono eventi di ben altra portata. In questi giorni l’attenzione mondiale è focalizzata sugli USA, dove la brutalità della polizia ha fatto emergere il razzismo e le ingiustizie sociali. Tra i paesi di cui meno si parla c’è l’India, che pure ospita 1 miliardo e 380 milioni di persone: quasi tante quanto la Cina. In India le sfumature di colore sono meno marcate che in USA, e sono le soprattutto le differenze di casta a marcare le disuguaglianze sociali. Ma c’è un insieme di condizioni che accomuna tutti coloro che subiscono ingiustizie: la povertà, la vulnerabilità, l’invisibilità sociale, che sono il frutto di inaccettabili discriminazioni.

Si fa fatica ad accettare l’idea che gli ‘invisibili’ siano ‘indispensabili’: uomini e donne che con il loro lavoro tengono in vita le economie dei loro paesi). Ed è ancora lontana la consapevolezza che solo grazie a loro si potrà vincere la sfida climatica: sono loro infatti i più colpiti dai cambiamenti climatici, perché vivono e lavorano nei luoghi e nelle situazioni più a rischio. Come ha sottolineato Ayana Elizabeth Johnson (biologa marina, consulente politica, nativa Brooklyn) pochi giorni fa sul Washington Post parlando della popolazione afro-americana in USA, più di 23 milioni di americani sono risultati più vulnerabili dei ‘bianchi’ al contagio da coronavirus. E sono anche coloro che hanno profondamente a cuore l’ambiente, e potrebbero dare un enorme contributo al gran lavoro che occorre fare per affrontare la sfida climatica.

In India sono centinaia di milioni le persone che sono state di recente colpite da eventi distruttivi correlabili con i cambiamenti climatici – invasioni di insetti, cicloni, la pandemia e le sue conseguenze. Sono queste comunità – braccianti, contadini, popolazioni indigene – le forze in grado di agire concretamente per ridurre l’impatto umano sul pianeta, riprendendo il lavoro agricolo, ripristinando luoghi danneggiati e degradati, utilizzando con parsimonia le risorse, riallacciando relazioni rispettose con i viventi non umani.  In India, a differenza di altri paesi, sono ben conosciute le strategie da utilizzare: quelle suggerite da Gandhi, che un secolo fa aveva denunciato l’insostenibilità del modello di sviluppo occidentale, che avrebbe portato al disastro. Ma come allora, anche adesso la prospettiva gandhiana fa paura ai potenti, che la distorcono e la manipolano per continuare a mantenere potere e privilegi.

Le locuste

Le disastrose invasioni di locuste, che nei mesi scorsi hanno devastato vaste regioni dell’Africa orientale e del Medio Oriente, stanno dilagando in Asia: a milioni, entrando dal Pakistan, hanno attraversato gli Stati di Gujarat, Rajasthan, Madhya Pradesh, Punjab e parti di Maharashtra, devastando raccolti e centri urbani, in quella che i media locali indicano già come la peggiore invasione di locuste degli ultimi 25 anni. Come spiega Matteo Miavaldi in un recente articolo, ogni sciame può essere formato da un minimo di 40 a un massimo di 80 milioni di locuste adulte per km quadrato, ed è in grado di coprire 200 km al giorno e mangiare, in 24 ore, cibo che sfamerebbe 35mila persone. Non era mai successo che sciami così grandi, e ripetutamente, invadessero regioni così estese: molti contadini hanno perso il raccolto, ma gli aiuti di stato tardano ad arrivare.

Tra le cause di questo nuovo flagello ci sono cambiamenti climatici che hanno portato maggiore umidità in aree desertiche, favorendo la riproduzione degli insetti: non più – dunque – un flagello naturale – ma la conseguenza di azioni umane che hanno perturbato gli equilibri degli ecosistemi.

Ancora un ciclone

Il 21 maggio il ciclone Amphan si è abbattuto nella regione settentrionale dell’India, il Bengala Occidentale, vicino ai confini con il Bangladesh. Si tratta del ciclone più intenso mai registrato nella Baia del Bengala. Circa 300.000 persone nelle zone costiere sono state dichiarate in pericolo, ma l’evacuazione è stata resa difficile dalla presenza del coronavirus, che imponeva il distanziamento sociale.  Le intense piogge che hanno accompagnato il ciclone hanno causato esondazioni di fiumi e grosse frane in vari stati nord-orientali dell’India (Assam, Sikkim ecc.) e hanno obbligato decine di migliaia di persone ad abbandonare case e villaggi.

Migliaia di libri e pagine galleggiavano nell’acqua di College Street la mattina dopo, il 21 maggio | Photo Suman Kanrar. Fonte: People’s Archive of Rural India

Secondo il «New York Times»  circa 3 milioni di persone in India e in Bangladesh sono state evacuate: tuttavia i ripari predisposti per queste circostanze non permettono il distanziamento necessario per evitare il contagio da coronavirus.

L’aumento di frequenza e intensità dei cicloni è accompagnato da una crescente instabilità dei versanti, resi fragili dall’intensa deforestazione e dagli scavi di miniere. Anche in questa tragedia, dunque, le cause principali sono di origine antropica (riscaldamento climatico e deforestazione). Da studi scientifici recenti raccolti dal 2010 al 2017 sulle tempeste tropicali risulta che la probabilità che in un ciclone si registrino venti che soffiano ad almeno 180 Km/h è aumentata del 15% negli ultimi decenni. A fare le spese di questi disastri sono le popolazioni più povere, vittime innocenti di comportamenti e scelte altrui. Anche in questa tragedia il sostegno dello Stato è risultato tardivo e inadeguato.

La pandemia

Le foto apparse su alcuni giornali e siti hanno documentato la tragedia delle decine (forse fino a un centinaio) di milioni di lavoratori ‘migranti’ che sono rimasti intrappolati dall’improvviso ordine di lockdown emesso dal Primo Ministro Narendra Modi il 26 marzo scorso.  Un ordine chiaramente in contraddizione con l’esigenza per cui era stato emesso: come era possibile rispettare il ‘distanziamento sociale’ in assenza di un qualunque mezzo di trasporto che permettesse a queste masse di persone di disperdersi, o di strutture adeguate di ricovero? La perdita del lavoro, di una casa, della possibilità di spostarsi, e la chiusura di tutti i luoghi in cui trovare cibo e acqua, hanno causato una situazione drammatica sia per le persone direttamente coinvolte, sia per l’intero paese, dove l’interruzione di tutte le filiere produttive – e in particolare quella alimentare – sta portando alla fame milioni di famiglie. In tutto il mondo ci sono situazioni analoghe all’India: nel Report TheState of India 2019 appena pubblicato si segnala che le iniziative conseguenti alla diffusione del COVID-19 espongono 265 milioni di persone nel mondo al rischio di soffrire la fame. Di questi, il 76% sono persone che svolgevano lavori informali.

Anche la responsabilità sulla diffusione del virus ha una componente antropica (come le invasioni di locuste e i cicloni): è stata infatti attribuita al ‘salto di specie’ – da viventi selvatici all’uomo – favorito dall’interazione tra habitat un tempo separati (le foreste e gli stanziamenti umani) e ora sempre più a contatto, in conseguenza all’espandersi prepotente di certe attività molto invasive.

La violenza sottile dell’invisibilità

Tra le tragedie dell’India si deve includere anche un aspetto meno concreto, ma almeno altrettanto devastante. Arundathi Roy, nota scrittrice indiana, si è espressa così in due suoi recenti interventi: in un articolo del 3 aprile sul Financial Times osserva: «Il Primo Ministro si comporta come se i suoi cittadini  fossero forze ostili, che necessitano l’imboscata,  che devono essere colti di sorpresa, di cui non ci si può fidare». In una intervista del 27 maggio rilasciata a Newsclick riporta il commento di un gruppo di persone che – dopo l’improvviso lockdown – si sono messe in marcia per cercare di raggiungere il proprio villaggio: «Forse lui non sa che esistiamo…».

Con il passare del tempo, e con l’avvicendarsi di ordinanze contraddittorie, sembra emergere un orientamento politico che il giornalista Umang Kumar ha definito ‘Vivi e lascia morire’, a conferma che le preoccupazioni del governo sono rivolte a proteggere l’élite e l’economia: si capisce – egli afferma – che il blocco indiano è stato disastroso per il segmento più vulnerabile della sua popolazione, la grande parte della sua forza lavoro che è impiegata nell’economia informale. Quindi, continuare il blocco nel modo in cui è stato imposto dal governo indiano non ha senso. Di fatto, l’imposizione iniziale del lockdown, e adesso la sua revoca, sono stati entrambi frutto di ill-thought exercises’: cattivi pensieri. Più semplicemente, forse, le decisioni sono state prese senza tenere in conto l’esistenza di questa massa di ‘migranti’.

La sensazione di non contare, di non esistere è davvero molto intensa e dolorosa, soprattutto visto che ad essere considerate invisibili sono proprio le persone – molte decine di milioni di persone – che reggono l’intera struttura economica di questo immenso paese. Mentre si inizia a fare i conti sulle conseguenze socio-economiche delle scelte governative, e aumentano le preoccupazioni di una crescente scarsità di cibo per le fasce di popolazione più indifese, è importante restituire dignità, visibilità e diritti a quanti in questi mesi hanno subìto mortificazioni e violenze: sia dirette, da parte delle forze dell’ordine, sia indirette, da parte di un governo cinico e arrogante.

Smettetela di chiamarli migranti

Un commentatore politico indiano, Biju Negi, ha pubblicato alcuni giorni fa un articolo nel quale fa notare come certe parole vengano usate in modo improprio e inadeguato, contribuendo ad aumentare disuguaglianze e ingiustizie.  Leggete cosa scrive: «Sono nato e cresciuto Dehra Dun. Poi ho vissuto per qualche anno a Delhi e Ahmedabad, dove avevo trovato lavoro. In tutti quegli anni nessuno mi ha chiamato ‘migrante’. Oggigiorno giovani uomini e donne, che hanno studiato ingegneria, medicina, economia…lavorano e vivono in contesti urbani, spesso cambiano città. Soldati e ufficiali dell’esercito vengono trasferiti spesso da un luogo a un altro. Nessuno li ha mai chiamati ‘migranti’. Invece, quelle migliaia e migliaia di persone che sono state costrette a lasciare I loro luoghi di lavoro, perché le chiamiamo ‘migranti’?
Le persone che si prendono cura delle nostre città con il sudore della fronte, la forza lavoro del paese, senza le quali non possiamo immaginare la nostra esistenza; senza le quali gli edifici a più piani con “balconi” non avrebbero potuto essere costruiti, né le stanze all’interno pulite; senza le quali tutte le imprese commerciali e industriali si fermerebbero; senza le quali non saremmo in grado di muoverci – stiamo cercando di dire loro che non sono residenti in quelle città, che sono degli “estranei”? […] forse chiamandoli migranti, e non cittadini o residenti, speriamo di non condividere con loro i diritti e i privilegi che godiamo noi cittadini, in modo da poter continuare a esercitare il controllo su di loro, e a sfruttarli più facilmente».

Altre parole, altre espressioni – oltre a ‘migranti’ – sono state abbondantemente utilizzate in questi mesi, spesso in modo improprio o deviante, proponendo al pubblico uno scenario distorto della realtà. Il lockdown, cioè il blocco delle attività sociali e produttive, in realtà, è stato soprattutto in ordine di coprifuoco: come sarebbe stato possibile realizzare un ‘distanziamento sociale’ in situazioni in cui le persone si sono trovate loro malgrado intrappolate in assembramenti (per esempio a causa del blocco dei mezzi di trasporto), o sono costrette da sempre a vivere, come negli slum delle grandi città?

Le parole sono spesso ingannevoli, e vengono abilmente utilizzate per mascherare ingiustizie e soprusi: il caso dell’India mette bene in evidenza le ambiguità e le falsità di un governo che utilizza parole ‘gandhiane’ per esercitare – in realtà – un potere violento contro il suo popolo.

Satyagraha. La forza della verità

Narendra Modi in visita all’Ashram di Sabarmati nel 2017 | Photo: Account twitter di Narendra Modi

Ashish Kothari, uno dei membri fondatori del gruppo ambientalista Kalpavriksh, esperto di biodiversità, autore di numerosi saggi e co-autore di un importante libro che documenta la progressiva erosione delle condizioni sociali, economiche e ambientali dell’India, ha pubblicato pochi giorni fa una immaginaria ‘conversazione’ tra il Mahatma Gandhi (MG) e il Primo Ministro indiano Narendra Modi (NM), dalla quale emerge l’uso strumentale del linguaggio e del pensiero gandhiano da parte di NM.  

Mohandas Gandhi (MG): “Modiji, ho sentito bene? Il 24 aprile hai detto che la più grande lezione che ci ha insegnato la crisi del COVID-19 è stata quella di orientarci verso la capacità di contare sulle nostre forze e l’autosufficienza… e l’hai ripetuto in un’altra occasione, il 12 maggio…”

Narendra Modi (NM): “Si, è vero, Gandhiji. In entrambe le circostanze ho affermato che ogni villaggio, distretto, la nazione intera deve imparare a contare sulle proprie forze”.

MG: “Sorprendente! Era proprio quello che sognavo quando lottavamo per l’indipendenza dagli Inglesi! Avevo persino detto, nel mio libretto Hind Swaraj, che la libertà dagli Inglesi non significava molto se non era accompagnata da un effettivo swaraj, cioè da comunità in grado di governarsi da sole, e da sole provvedere alle proprie necessità.

NM: “Ho sempre creduto nel tuo messaggio, Gandhiji.”

MG: “Mi fa piacere sentirlo! Ma, dimmi, come mai c’è voluto un virus per convincerti ad agire? Ad ogni anniversario della mia morte tu e i tuoi predecessori avete ricordato i miei ideali, ma senza metterli in pratica. Come mai adesso?”.

NM: “No, no, Gandhiji, il mio governo ha sempre tenuto in conto lo swaraj. Sono stati i tuoi seguaci del Congresso a perdere la strada: ora stiamo cercando di riportare l’Hindustan sulla retta via.”

MG: “Lo sai, ho sempre avuto forti dubbi sul modello di sviluppo scelto dopo l’indipendenza, che faceva assegnamento sulle grandi industrie, sulle infrastrutture, sulla centralizzazione del potere a Delhi, invece di puntare al decentramento, come suggeriva il mio collega Kumarappa con la sua ‘Economia della permanenza’. Ma l’India ha seguito il modello occidentale, e io sono stato molto triste quando, dal 1991, si sono scelte globalizzazione e liberalizzazione. Ma…”

NM (interrompendolo): “Mi spiace interromperti, Gandhiji, ma è proprio questo che intendevo quando dicevo che il Congresso è andato fuori strada…”

MG: “Si, è vero, ma almeno qualche legge importante era stata approvata: quella sul diritto all’informazione, la legge per il lavoro rurale garantito, la legge di tutela delle foreste… ma dopo il 2014 non c’è stata più alcuna attenzione per lo swaraj. Ero abbastanza sorpreso di vederti correre in giro per il mondo, alla ricerca di investimenti industriali da società e governi stranieri. E adesso, durante il COVID, stai cercando di attirare centinaia di imprese che attualmente operano in Cina perché vengano in India… comprese le industrie tessili e quelle di trasformazione alimentare. Un po’ strano rispetto all’autosufficienza, non trovi? Come si concilia con i tuoi discorsi di ‘non dover mai guardare fuori’?

NM: “Er, um … vedi, Gandhiji, non c’è contraddizione. L’Hindustan ha una storia così antica che chiunque venga a lavorare in India diventa Hindustano… e potrà marciare insieme a noi verso l’auto-sufficienza”.

[…] MG: “Mi sembra che ci siano delle contraddizioni: nel programma con cui ti sei presentato per le elezioni del 2019 non ho letto nulla che riguardasse un sostegno ai villaggi perché conquistassero la loro autonomia e decidessero il loro destino. 

NM: “Ma dobbiamo fornire loro I beni primari, no? Abbiamo dato loro l’accesso alle banche, e fatto arrivare internet. Non è abbastanza perché un villaggio realizzi il suo destino?”

MG: “Io intendevo che ogni villaggio deve essere in grado di auto-mantenersi, ma nessun governo finora ha ceduto i poteri alle assemblee di villaggio e agli organi locali. Non solo: hai negato il potere finanziario e legale ai villaggi, e hai avocato al governo centrale il controllo di terre, foreste e acqua. E il tuo Ministro dell’Ambiente sta concedendo sempre più autorizzazioni per la costruzione di dighe, miniere, impianti industriali… In nome dello ‘sviluppo’ c’è stato un crescente furto di terre. Inoltre, dagli anni ’90 del secolo scorso il governo ha promosso una politica basata sul consumismo. Come si concilia tutto questo con l’idea di semplicità volontaria, che è necessaria per realizzare l’autosviluppo?

NM: “Gandhiji, con il dovuto rispetto, lo sai che I contadini sono come bambini, e devono essere aiutati dal governo. Per conseguire lo sviluppo dobbiamo togliere loro la terra e darla alle industrie, se no come fanno a trovare un lavoro, e a uscire dalla povertà?”

MG: “Sicuramente il modo più semplice è sviluppare la produzione locale, decentrata, che fornisce molti posti di lavoro, e non certo favorire le grandi multinazionali a fare tutto con le macchine. Ho anche sentito che in alcuni stati non sono rispettate le leggi sul lavoro”.
NM “Oh, è solo per stimolare artigiani e braccianti a lavorare più intensamente. Ma ti voglio rivelare un piccolo segreto: a tutte le compagnie che invitiamo in India chiediamo di prendere un nome di origine Indiana: come Vedanta, per esempio, che è un’azienda inglese, ma con un bellissimo nome indiano..”

MG: “Oh, è quella che stava per aprire una miniera sulle colline delle popolazioni adivasi  dei Dongria Kondh in Odisha? Una comunità che era auto-sufficiente, mi pare! Così la tua idea è di convertire sempre più villaggi a seguire questo modello?”.  
NM (di nuovo interrompendo): “SI! Hai sempre detto che dovremmo avere un’economia ad alta intensità di lavoro… Il problema è che le comunità come i Dongria Kondh vivono di natura e non contribuiscono all’economia, dobbiamo trasformarle”.  

MG: “E’ questo il motivo per cui il tuo governo ha reso così difficile per I lavoratori migranti tornare a casa durante la pandemia, così potevano essere a disposizione della lobby degli industriali e degli impresari edili? Non è certo questo che intendevo quando parlavo della dignità del lavoro!”

NM: “Sei stato ingannato dalle bugie di quei Naxaliti urbani. Vedi, è per questo che dobbiamo punirli, non dicono la verità, si allontanano dal tuo santo cammino, Gandhiji. Siamo noi i veri difensori della verità…”

MG (con un gemito): “NO NO! Se non avessi avuto esperienza della doppia parola degli Inglesi ai miei tempi, sarei rimasto senza parole, inorridito dalla tua interpretazione di  satyagraha! Gli Inglesi mi chiamavano terrorista, perché dicevo la verità al potere… e ora tu fai la stessa cosa con chi dissente; applichi le leggi coloniali come è stato fatto con me. La gente ha il diritto di protestare quando lo stato prende provvedimenti contro le persone … devono potersi impegnare nella disobbedienza civile. Sai che cosa sostenevo: “lo swaraj non arriverà attraverso la conquista del potere da parte di pochi, ma dall’acquisizione della capacità di tutti di resistere all’autorità quando viene abusata” (silenzio dall’altra parte).

MG: “Modiji?”.

NM: “Mi spiace, Gandhiji, ci sono disturbi sulla linea, non riesco a sentirti …”  

MG: “Non importa … Per parafrasare qualcosa che ho detto molto tempo fa, puoi comunicare con qualcuno che è sordo, ma non con qualcuno che finge di non sentire …Ma su un altro punto, tutta questa industrializzazione non mina le basi ecologiche della nostra civiltà? Mi hanno detto che sei un Hindu fedele … quindi sicuramente sai che le nostre scritture sono esplicite sul rispetto della natura e delle altre specie? “

NM: “Certo, Gandhiji, questo è molto presente nella nostra idea di Vasudhaiv Kutumbakam [il mondo è una famiglia]… in effetti stiamo migliorando la natura, per ogni ettaro di foresta che abbattiamo, piantiamo il doppio degli alberi! ”

MG: “Ma una foresta che è cresciuta da migliaia di anni non può essere sostituita una volta distrutta, vero?”

NM: “Non so chi ti abbia consigliato, Gandhiji, ma in realtà una piantagione con 2-3 specie di alberi è molto meglio di una foresta disordinata con centinaia; proprio come gli umani, dovrebbero anche essere gli stessi. Mi è stato persino detto che tali piantagioni sono in grado di assorbire carbonio meglio delle foreste … Non sono sicuro che tu sia aggiornato sulle questioni relative ai cambiamenti climatici, sono emerse ben dopo il tuo tempo.”

MG: “Oh, ne sono ben consapevole; so anche che hai vinto il premio ‘Campione della Terra’ per i tuoi sforzi per controllarla, cosa che mi ha particolarmente confuso, dato che le leggi ambientali si sono indebolite sotto il tuo governo. E tornando a swaraj e all’autonomia dei villaggi, come è possibile realizzarla se si toglie il diritto alle comunità di dire “no” ai progetti che portano via la loro terra e le risorse naturali? O se si privano del diritto di essere consultati o di far parte di audizioni pubbliche, opportunità che hai rimosso per molti tipi di progetti? Ho sentito che stai addirittura dando autorizzazioni senza controlli ambientali a progetti nel mezzo della crisi COVID-19, quando le persone non riescono a riunirsi per protestare”.

NM: “Senti, Gandhiji, ho già detto che la mia gente … sono come bambini, a volte non conoscono bene la loro stessa mente … quindi hanno bisogno di genitori forti come me!”

MG: “Oh, ora mi rendo conto, per autosufficienza in realtà intendi dire che le persone dipendono da te!”

NM: “Precisamente!” […]

Il dialogo “immaginario” tra il Mahatma Gandhi (MG) e il Primo Ministro indiano Narendra Modi (NM) è è stato originariamente pubblicato su The Bastion il 28 maggio 2020:

Fermare una tragedia in atto

Anche in India, come in molti altri Paesi, si stanno allentando le misure di lockdown: riprendono molte attività industriali, alcuni servizi di trasporto, i centri commerciali, i grandi cantieri… Ma la situazione socio-economica di ampie aree, soprattutto rurali, sembra irrimediabilmente compromessa. Da una recente testimonianza portata dai giornalisti di IndiaSpend, che hanno visitato 10 villaggi nello Stato dell’Uttar Pradesh, emerge una situazione tragica: bambini, donne incinte, braccianti a giornata, operatori sanitari e insegnanti – tutti dicono che con la chiusura delle scuole si è interrotta la preziosa distribuzione dei pasti, l’unica fonte di cibo nutriente che moltissimi bambini ricevevano.

Un rapporto dell’UNICEF pubblicato in maggio segnala che lo stato di denutrizione e la mortalità dei bambini al di sotto dei 5 anni potrebbe aumentare moltissimo, in conseguenza all’interruzione della distribuzione del pasto scolastico conseguente alla chiusura delle scuole.

In una toccante intervista fatta a P. Sainath, giornalista assai noto, e fondatore di uno straordinario archivio che raccoglie testimonianze del mondo rurale, artigianale e contadino dell’India, si delinea il destino di questi milioni di ‘migranti’, che dopo essere stati espulsi dalle città si ritrovano nei villaggi dai quali erano partiti proprio perché mancava il lavoro. Hanno perduto tutto, sono privi di tutele, nell’impossibilità di sostenere le proprie famiglie. Durante il lockdown numerosi stati dell’India hanno sospeso le leggi sul diritto del lavoro, e hanno esteso le ore lavorative, per far fronte a una situazione paradossale: da un lato i migranti hanno perso il lavoro, dall’altra il paese non può funzionare senza di loro. Come ricorda Sainath, «abbiamo sempre usato un doppio criterio, uno per i poveri, o uno per gli altri. Eppure, quando si elencano i servizi essenziali, si scopre che solo i poveri lo sono (esclusi i medici). Lavoratori e lavoratrici del settore educativo, assistenti sanitari, elettricisti, operatori del settore energetico, operai… Improvvisamente si scopre quanto poco essenziale sia l’élite in questo paese».

Secondo Sainath, l’élite Indiana e il governo pensano che si possa tornare alle condizioni di prima: una situazione destinata a creare una enorme e crescente oppressione e violenza. Occorre invece interrompere la strada finora intrapresa, sganciarsi da un modello di sviluppo che ha creato così tanta sofferenza e disuguaglianza, mettere in pratica i valori della Costituzione (che sottolineano l’importanza della giustizia per tutti: sociale, economica, e politica) e realizzare il programma costruttivo di Gandhi, straordinariamente valido e attuale dopo cento anni, attraverso la pratica del satyagraha, e la realizzazione di autosufficienza, autogoverno, economia circolare, semplicità volontaria.


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