Dalla fragilità “bianca” al potere “bianco” ai tempi del Covid-19 | Alex Khasnabish

Durante l’emergenza coronavirus, la “fragilità bianca” intensifica quel senso collettivo di pericolo, spianando la strada al fascismo. Come possiamo intervenire?

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Oggi, il mondo è alle prese con un’emergenza sanitaria che sembra aver messo in pausa tutto il resto, politica compresa. In realtà, le forze politiche e le coalizioni contro cui lottavamo prima della pandemia non sono scomparse. Infatti, se il coronavirus rappresenta una sfida diretta e radicale all’ordine globalizzato neoliberale, per alcuni attori politici, problemi come questi offrono ricche opportunità.

Non è una novità che l’estrema destra sfrutti momenti di crisi per accrescere ulteriormente il proprio potere. Negli Stati Uniti, il Dipartimento di Giustizia ha proposto al Congresso di redigere una normativa che preveda detenzione indefinita, arresti senza alcun capo d’accusa, sospensione del procedimento giudiziario e negazione del diritto d’asilo per coloro che risultano positivi al COVID-19.

In Ungheria, il Parlamento ha varato una legge che non pone alcun limite temporale allo stato di emergenza dichiarato per fronteggiare la pandemia, consentendo al Primo Ministro Viktor Orbán, rappresentante della destra nazionalista, di governare per decreto.

In Canada, il governo ha chiuso le frontiere ai rifugiati e ai richiedenti asilo, sfruttando il coronavirus come pretesto per irrigidire maggiormente le regole a danno dei gruppi più disperati , vulnerabili ed emarginati.

Qualunque sia la strategia, si tratta in ogni caso dell’azione (abbastanza prevedibile) messa in atto da parte di una classe dirigente pronta a tutto pur di consolidare il proprio potere. E quel che il risorgente estremismo di destra, impregnato di nazionalismo identitario, sta tentando di fare è sfruttare la pandemia per rafforzare la propria immagine come unica alternativa a un futuro drammatico.

Sin da subito, un gruppo di estrema destra ha diffuso una serie di teorie complottiste sulle origini del coronavirus e le misure volte a ridurne i rischi, delineando ipotesi assurde, oltre che disgustosamente razziste. Il COVID-19 è stato un potente fattore di attrazione per un’ampia varietà di soggetti: difensori del movimento anti-vaccini, attivisti per il “potere bianco”, influencer di estrema destra, membri delle milizie e tutti coloro che sostengono  queste teorie  razziste, spesso contraddittorie e prive di senso.

L’unico elemento che accomuna queste cospirazioni di estrema destra è che tutte sono immerse in una identità politica “bianca”, che rafforza il proprio potere ricorrendo a un opprimente e diffuso senso di fragilità. Utilizzando linguaggi diversi e le più disparate tipologie di storytelling, queste teorie complottiste orbitano tutte attorno al mito del “genocidio bianco”, in agguato ai tempi del coronavirus.

Assisteremo sempre più spesso a episodi di tossico nazionalismo e a tentativi, disperati e violenti, di “assicurare la salvezza della razza bianca e un futuro per i suoi figli”, per citare le ignobili parole del terrorista suprematista David Lane. Ciò che più spaventa di questo cocktail letale è che spesso minimizza il reale pericolo che il virus rappresenta per gli individui, enfatizzando invece la presunta minaccia nei confronti di tutta l’umanità bianca.
Per di più, in drammatico aumento soprattutto nelle cerchie neo-naziste, sono le esortazioni a utilizzare il COVID-19 come “arma biologica” per dare inizio alla tanto attesa “guerra di razza”.

Se non si riesce a porre fine alla dicotomia tra potere e fragilità, in un contesto in cui si fa sempre più acuta la crisi sociale dettata dalle forme brutali del capitalismo,  non sarà difficile assistere a una spietata escalation delle forme più autoritarie di nazionalismo e supremazia bianca.
Capire la relazione tra il potere politico e questo senso diffuso di vulnerabilità è essenziale al fine di elaborare strategie efficaci per ostacolare e interrompere le organizzazioni di estrema destra.

TERRENO FERTILE PER IL FASCISMO

Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dalle democrazie “mature”, l’esperienza dimostra che queste sono terreno fertile per l’insorgere di movimenti fascisti. E lo diventano ancora di più in momenti di crisi. Lo storico e politologo, Roger Griffin, ha identificato il nucleo “mitico” del fascismo con una aggressiva forma di populismo, un ultranazionalismo rivoluzionario.
Nel libro The Anatomy of Fascism, Griffin e alcuni colleghi, tra cui Robert Paxton, hanno segnalato la patologica ossessione del fascismo per la condizione decadente e degradata della nazione e per una sua agognata rinascita rivoluzionaria. Nel mezzo di questa indistricabile rete di  oppressione e sfruttamento, tecnocrazia e anomia della vita moderna, e alienazione prodotta dal sistema capitalista, il fascismo inizia a fermentare. Quando, poi, queste dinamiche di potere vengono inserite in un contesti di crisi, il fascismo entra in metastasi.

Nell’immaginario comune, il fascismo è stato sconfitto con la fine della seconda guerra mondiale. Ma, in realtà, si è trasformato, radicandosi in molti paesi del mondo. Nel saggio From Fascism to Populism in History, lo storico Federico Finchelstein sostiene che il populismo di estrema destra debba essere visto come “il successo del fascismo –  un post-fascismo ai tempi della democrazia”.

Non  necessariamente il fascismo va identificato con la supremazia bianca ma, data la centralità di quest’ultima nel mondo moderno, non sorprende che i due siano politicamente connessi.
Tra gli studiosi rimane aperto il dibattito circa la reale portata del fascismo oggigiorno. Tuttavia,  chi è interessato ai temi di giustizia sociale, la crisi attuale offre un esempio chiaro di quanto il fascismo metta le radici in un contesto scalfito da un profondo senso di insicurezza, ingiustizia e degrado, alimentando le perverse fantasie di una violenta purificazione per la rinascita.

La malattia viene spesso utilizzata dai fascisti come metafora per descrivere i loro nemici o la disastrosa condizione della politica, ma una reale pandemia offre l’opportunità di manipolare lo  stato emotivo delle persone.  Come scrive l’autrice e attivista Rebecca Solnit, “non c’è modo di sapere in anticipo quando una calamità si trasformi in insurrezione”. A questo potremmo aggiungere: né c’è alcuna garanzia circa gli obiettivi e gli interessi che la animano.

L’INGIUSTIZA E LA FRAGILITÀ BIANCA

Sebbene siano le comunità emarginate a patire maggiormente gli effetti della crisi economica iniziata nel 2008, viene spesso esaltata la situazione drammatica vissuta dalla classe operaia “bianca”.  L’estrema destra ha da sempre cercato un capro espiatorio, attribuendo la colpa all’altro per alimentare il panico, diffondere un senso di disagio e limitare le libertà individuali… Questo processo di disumanizzazione è alla base del dilagante odio razziale. In altre parole, quando a conoscere il dolore e la sofferenza è la popolazione bianca, le conseguenze possono essere esplosive.

Il giornalista Ta-Nehisi Coates sostiene che Trump emani potere già solo per il semplice fatto di incarnare e condividere apertamente l’ideale di supremazia bianca. Nel libro Angry White Men, il sociologo Michael Kimmel descrive i sentimenti che rianimano i sostenitori dell’estrema destra. In uno scenario caratterizzato da importanti passi in avanti verso la conquista dell’uguaglianza da parte delle donne, dei membri di minoranze etniche, degli immigrati e degli altri gruppi emarginati, nonché dalla precarietà del sistema capitalistico e dal senso di alienazione e austerità che ne deriva, l’uomo bianco, in particolare, ha sempre vissuto cambiamenti e sfide come una sottrazione di qualcosa che gli spettava “di diritto”.

L’ingiustizia è l’alibi del potere, la scusa che legittima la disumanizzazione degli altri popoli, la loro sottomissione alla supremazia bianca, l’autorizzazione per scatenare la violenza.
Da quando Donald Trump ha soprannominato  il COVID-19 “il virus cinese”, abbiamo assistito a un aumento di attacchi razzisti contro le popolazioni asiatiche e l’FBI ha segnalato che molto probabilmente ci sarà una escalation in questa direzione.  C’è stata anche una irrefrenabile diffusione di assurdi commenti sui social, che accusano alcuni esseri umani di essere il vero virus. Definire “eco-fascisti” questo tipo di atteggiamenti non è una esagerazione, in quanto portano a identificare un nemico comune da punire.

Il senso di ingiustizia che anima le identità politiche neo-fasciste può essere reale senza tuttavia essere vero, non essendo accuratamente diagnosticate le origini del problema. Queste dinamiche mettono in luce la dicotomia ingiustizia/fragilità. Come lo studioso anti-razzista Robin DiAngelo spiega nel sui libro White Fragility, “chiusi in un senso di superiorità estremamente interiorizzato di cui neghiamo l’esistenza o ne siamo forse inconsapevoli, diventiamo terribilmente vulnerabili in una conversazione sulle razze.” Qualunque tentativo di connettere la popolazione bianca a una supremazia di tipo strutturale e al fenomeno del razzismo viene vissuto come una profonda offesa morale,  un attacco personale, e attiva una serie di emozioni contrastanti, da comportamenti ostili e rabbia, a senso di colpa e  atteggiamenti difensivi, odi rinuncia.

Abbiamo già assistito ai primi episodi di “terrorismo bianco” ai tempi del coronavirus e non sorprende che sia esattamente com’era prima della pandemia. Da quando le persone hanno iniziato a utilizzare piattaforme come Zoom per lavorare e partecipare a conferenze sulle tematiche più disparate, sono comparsi gli alt-right troll che, con i loro virtuosismi, si “imbucano”  in questi incontri virtuali per infastidire e fare propaganda.

Nel caso di Patrik Mathews, un ingegnere della Canadian Armed Forces, le dinamiche di fragilità/potere risultano ancora più evidenti. Il 16 gennaio di quest’anno, Mathews è stato arrestato dall’FBI insieme ad altri due membri del gruppo neo-nazista The Base.

Quando Ryan Thorpe ha riportato la notizia sul Winnipeg Free Press, Mathews ha varcato il confine, lasciando il Canada per addestrare i membri statunitensi del The Base.
Emblematico, a proposito di innocenza e fragilità bianche, è che l’indagine sia stata condotta da un giornalista d’inchiesta, che Mathews non sia stato arrestato quando è emerso che si stesse organizzando per commettere atti di terrorismo, che sia stato quindi lasciato libero di attraversare il confine e che venga descritto dai media come un “stravaganza” piuttosto che come una seria minaccia per la sicurezza pubblica.

Quando Mathews e gli altri membri del gruppo terroristico sono stati arrestati, erano in partenza per il Virginia, dove avrebbero preso parte a una manifestazione pro-armi. Avevano portato con sé 1500  pallottole e fucili d’assalto, e fatto propaganda incoraggiando gli altri a deragliare treni, assassinare persone e avvelenare le fonti d’acqua potabile. Inoltre, avevano in mente di uccidere un officiale di polizia e commettere atti di terrorismo durante la manifestazione a Richmond, per incitare l’odio razziale.

Quella di estrema destra è stata la più pericolosa forma di terrorismo degli ultimi anni negli Stati Uniti e in Canada (73% dei casi dal 2009 al 2018). La maggior parte dei responsabili di tali crimini sono maschi bianchi ma, a differenza di quanto avviene per le violenze commessa dagli altri, queste due caratteristiche non sono mai state utilizzate per incriminare un’intera categoria di esseri umani. Infatti, spesso il messaggio sottointeso è che questi uomini siano stati condotti a commettere “atti disperati” a causa di qualcos’altro… Diversità, multiculturalismo, femminismo. Gli uomini bianchi sono responsabili, ma mai colpevoli.

Pochi giorni dopo l’arresto di Mathews, ha iniziato a circolare un articolo del Postmedia News, intitolato “Alleged Manitoba white supremacist had an African-Canadian girlfriend, his mother says”, il quale riporta alcuni racconti sull’infanzia e l’adolescenza dell’imputato. Ci è stato detto che aveva la sindrome di Asperger, che ha frequentato una donna nera e che è stato vittima di bullismo a scuola.
L’articolo insiste sugli aspetti contraddittori della vita di Mathews e dipinge un quadro assolutamente compassionevole del soggetto. Mathews è una vittima e la sua radicalizzazione è vista come pura stravaganza. Quello che emerge da questo articolo non è, quindi, un messaggio trasparente sul terrorismo e la supremazia bianca, ma una sconcertante storia di solidarietà umana.

La fragilità è l’alibi per le azioni che, compiute da qualunque altro gruppo etnico, sarebbero categoricamente marcate come gravi minacce per la libertà, la democrazia e la società nel suo complesso.

DISARMARE LA FRAGILITÀ

E se fosse vero che fragilità e potere sono facce della stessa medaglia e che entrambe sono legate non solo alla supremazia ma anche alla ricomparsa del populismo di estrema destra e del fascismo? Che dovremmo fare allora? L’analisi critica rimane essenziale  per monitorare, documentare e scoprire coloro che cercano di giustificare il potere utilizzando il pretesto della fragilità. Già prima dell’emergenza coronavirus, appariva necessario organizzare mobilitazioni di massa contro gruppi fascisti e di estrema destra, ma ora come intervenire? Come possiamo attuare una strategia di difesa collettiva se siamo obbligati al distanziamento sociale? Le piattaforme online sono assolutamente necessarie in questo momento, ma a volte il lavoro richiede presenza fisica e collaborazione.

La crisi sanitaria ha sicuramente spianato la strada ai fascismi, ma ha anche creato importanti opportunità per una sorta di liberazione collettiva, una battaglia che sarà vinta da coloro che sapranno dimostrare la giusta dose di creatività, impegno e audacia, come ha sostenuto l’attivista Arundhati Roy: “La rottura esiste. E nel mezzo di questo terribile dramma, ci offre l’opportunità di ripensare alla macchina dell’apocalisse che abbiamo costruito con le nostre stesse mani. Niente potrebbe essere peggio di un ritorno a quella che chiamiamo normalità.”

Prima del COVID-19 facevamo fatica a escogitare strategie realmente efficaci per destrutturare il pretesto della “fragilità bianca”, la corazza sotto la quale si nasconde la stragrande maggioranza delle società. Che si voglia o no, è assolutamente essenziale definire delle tattiche per affrontare il problema, soprattutto in un periodo di crisi globale in cui tutto appare sospeso. Nel caso in cui le forze al potere si dovessero dimostrare incapaci di gestire l’emergenza, la situazione rischia di divenire sempre più esplosiva, aprendo le porte ai gruppi di estrema destra e al loro immaginario di collasso sociale, al quale è possibile porre rimedio solo con le guerre razziali e l’instaurazione di un regime fascista.

Con l’intensificarsi della crisi sociale aumenteranno anche le rivolte populiste. Il 15 aprile, in Michigan, migliaia di manifestanti di estrema destra hanno disatteso l’obbligo di distanziamento sociale per condurre l’”Operazione Gridlock”, richiedendo la sospensione delle misure di sicurezza volte a prevenire la diffusione del coronavirus. Anche in Kentucky e in North Carolina ci sono state proteste del genere, in cui le norme adottate dal governo sono state additate come espressione di pura tirannia. In Canada, i nazionalisti hanno sfruttato la condizione diffusa di ansia e vulnerabilità per fare propaganda, reclutare nuovi membri e degradare le popolazioni native.  L’obiettivo è di inaugurare un futuro fascista, nato dalle fiamme che bruciano e consumano l’ordine corrente.

La percezione della minaccia posta dal coronavirus non farà altro che rafforzare questa fragilità bianca. Le nuove dinamiche di distanziamento fisico rappresentano una sfida importante rispetto al modo in cui pratichiamo politica. Come dovranno essere organizzate le proteste ora e quali saranno le inevitabili implicazioni delle manifestazioni di massa?

Come possiamo affrontare l’eventualità (molto alta) che gruppi estremisti facciano un uso improprio e rischioso delle piattaforme online per fare propaganda e istigare odio e violenza? Non esistono delle risposte precise. Tutto dipende dal tempo. Se le misure di sicurezza saranno protratte ancora a lungo, dovremo imparare a percepire noi stessi in modo diverso, a cercare delle alternative. Ma se nulla sarà fatto in merito, una cosa è certa: usciremo da questa crisi profondamente plasmati dagli interessi, le angosce e i privilegi, gelosamente custoditi, della classe dominante.

Non dovremmo mai incoraggiare coloro che traggono beneficio dall’oppressione ma, fin quando la corazza della fragilità bianca rimarrà intatta, razzisti e fascisti continueranno a farla franca.

È necessario prendere consapevolezza che quello della fragilità è un problema da risolvere, non un fatto oggettivo e irremovibile. Per chi non ricade nella categoria di maschio bianco può essere molto frustrante tentare di elaborare una strategia per smantellarlo. In realtà, il compito spetterebbe proprio agli attivisti che rientrano in quella definizione e che siano fermamente convinti della necessità di portare avanti quel processo di liberazione collettiva difficilmente attuabile da altre persone.

Non si può pensare a una “terapia individuale”, perché un approccio del genere andrebbe solo ad alimentare l’anima narcisistica della fragilità. Si tratta di un vero e proprio lavoro attivo di de-radicalizzazione, volto a  coinvolgere persone bianche in luoghi a loro familiari e privi di pregiudizi. Può sembrare un modo controverso di ricreare relazioni di potere ma, per citare Ajay Parasram, “non si può trasportare un vaso di porcellana in un bagaglio da stiva.”

SCONFIGGERE L’ESTREMA DESTRA

Il populismo di estrema destra, il neo-fascismo e il paradigma diffuso di supremazia colonialista etero-patriarcale e capitalista, sono reali. E quando usciremo da questa pandemia, saranno lì ad aspettarci. Che tipo di società abbiamo intenzione di costruire dopo la crisi?

Come ci si relaziona agli altri esseri viventi e al mondo in modo non oppressivo e degradante? Come si costruisce una società che sia realmente giusta, democratica e libera?

Dal momento che le infrastrutture e le linee di rifornimento sono spesso bloccate, le reti di mutua assistenza diventano sempre più importanti non solo perché si occupano dei bisogni essenziali delle comunità, ma anche perché offrono loro una visione alternativa di come stare al mondo.Utilizzare queste reti non solo per rispondere alle esigenze delle persone ma anche per intrattenere con loro conversazioni attente e aperte sul tema della fragilità e vulnerabilità è uno dei modi migliori per sradicare le radici della supremazia bianca.

Senza voler in alcun modo sminuire o razionalizzare il terribile dolore causato dalla pandemia, questo virus, in qualche modo, rappresenta un momento di pausa che può portare alle conseguenze più imprevedibili. Iniziare ad avere la percezione di come sarà la vita da ora in avanti è fondamentale. Stiamo vivendo un momento storico connotato da una grave recessione economica  e una crisi sanitaria di dimensioni globali.

Come possiamo sopravvivere a tutto questo? Come possiamo ancora aggrapparci alle istituzioni come unica possibilità di tornare a quella “normalità” sempre più lontana? Che alternative esistono?  Partecipare all’elaborazione di queste alternative è un potente punto di partenza per sconfiggere il fascismo.

La classe dominante può dichiarare lo stato di emergenza in ogni momento, ma non può in alcun modo prevedere quando finirà e cosa accadrà dopo. Contrariamente a quanto avviene in caso di crisi politica o economica, la pandemia pone importanti sfide alle operazioni di potere. Il fascismo è aggressivo, ambizioso e opportunista. Chi vuole davvero opporsi all’estremismo di destra, deve essere in grado di gestire la situazione attuale e tutto ciò che farà seguito più abilmente dei suoi avversari.


Alex Khasnabish

Alex Khasnabish è uno scrittore, ricercatore e insegnante impegnato nella liberazione collettiva che vive a K’jipuktuk, Mi’kma’ki (Halifax, Nuova Scozia), il territorio “libero” del popolo Mi’kmaq. È professore associato di Sociologia e antropologia alla Mount Saint Vincent University. La sua ricerca si concentra sull’immaginazione radicale, sulla politica radicale e sui movimenti sociali.


Roar Magazine, 25 aprile 2020

Traduzione di Benedetta Pisani per il Centro Studi Sereno Regis

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