Ma dove è nata la democrazia? | Massimiliano Fortuna

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Nel nostro canone culturale, dove «nostro» intende in primo luogo riferirsi all’appartenenza al mondo occidentale, si trova fra le altre una solida certezza: gli inventori della democrazia sono i greci. Più precisamente, gli ateniesi, capaci di creare tra VI e V secolo a.C. una forma di governo popolare che implicava la partecipazione di tutti alla sfera della decisione politica, anche se si trattava di un «tutti» declinato solo al maschile e radicato in un’economia schiavistica.

Otane, il persiano

Eppure già i lettori greci di Erodoto potevano trovare nelle sue Storie un riferimento esplicito a un’idea di regime democratico estranea al mondo greco e anteriore alla riforma di Clistene. È un passo famoso quello in cui, dopo la morte di Cambise, in un consiglio di nobili persiani uno di loro, Otane, propone l’instaurazione di un governo del popolo (plethos): «quando è il popolo che detiene il comando in primo luogo il governo ha il nome più bello di tutti, uguaglianza davanti alla legge (isonomia); in secondo luogo non fa nulla di quello che fa il monarca, perché sceglie a sorte le magistrature, ha un potere soggetto a controllo e tutte le decisioni sono prese in comune» (III, 80).

Ma i riferimenti democratici relativi a mondi extraeuropei non si fermano certo qui. Il premio Nobel per l’economia Amartya Sen, nelle pagine di La democrazia degli altri (A. Mondadori, 2004), ha sostenuto che se per democrazia ci si intende innanzitutto riferire a una pratica decisionale fondata su una discussione egualitaria e plurale, questa non può essere ritenuta un’idea esclusivamente occidentale. Sen porta esempi di simili pratiche di discussone pubblica appartenenti al mondo africano e a quello asiatico, per concludere che le radici storiche delle idee democratiche costituiscono un’eredità globale, non riconducibile alla sola antichità greca.

Alberto Cacòpardo, in un libro di recente uscita (Chi ha inventato la democrazia?, Meltemi 2019; poi AC), propone un analogo ordine di considerazioni, richiamando innanzitutto la fondamentale importanza delle indagini condotte in quest’ambito dall’antropologia politica: «in questi ultimi tempi si sta progressivamente costruendo una narrazione alternativa a quella canonica, che va ricercando e scoprendo al di fuori dell’Occidente una varietà di forme politiche fondate sul potere popolare, nate e cresciute al di fuori di ogni influenza occidentale. La massa di dati accumulata nell’ultimo secolo dall’antropologia politica è una delle principali risorse su cui una simile impresa può contare» (AC, p. 6). Per studiare davvero le società umane nel loro complesso infatti, e per provare a dire qualcosa di attendibile a questo riguardo, è impensabile non tenere conto di tutti gli agglomerati sociali privi di scrittura che si sono succeduti nella storia umana: «delle società senza scrittura sappiamo poco, proprio perché non ebbero scrittura: ma sappiamo che esse ospitarono la totalità degli esseri umani per circa il 98% dei forse 200.000 anni di presenza della nostra specie sulla terra […]. Se vogliamo vedere la storia con occhi un po’ meno miopi, riconoscendo che essa non è data solo da quella minuta frazione del nostro passato di cui possediamo tracce scritte, allora dobbiamo ammettere che la storia dell’uomo è soprattutto storia degli uomini senza scrittura» (AC, pp. 6-7).

Modello paterno e modello fraterno

Cacòpardo segue una chiave interpretativa che individua nella storia due principali modelli di organizzazione politica: uno lo si può definire paterno, l’altro fraterno. Il primo modello si fonda su un’idea di aggregazione verticistica e gerarchica, basata su un rapporto di subordinazione. Nell’altro caso invece le relazioni politiche si dispiegano su un asse orizzontale, all’insegna di un rapporto paritario tra i componenti della società: «possiamo definire più precisamente sistemi a modello paterno quelli che tendono a concentrare l’autorità politica nelle mani di un singolo soggetto, che si colloca in posizione sovraordinata rispetto al corpo sociale, mentre i sistemi a modello fraterno sono quelli che concepiscono l’autorità come funzione non sovraordinata in una comunità politica di uguali» (AC, p. 28). Naturalmente questa opposizione non va assunta in modo eccessivamente rigido e astratto, ma intesa come un continuum che presenta diversi gradi intermedi, i quali, a seconda dei casi, si possono considerare maggiormente vicini a un polo piuttosto che all’altro.

In parole di sintesi, Cacòpardo sostiene che la tendenza all’uguaglianza nelle dinamiche decisionali, propria del modello fraterno, nella storia umana premoderna non ha preso vita soltanto grazie alle forme democratiche di alcune poleis greche, ma la si è potuta vedere all’opera anche in svariati altri momenti e contesti. Nel libro citato si fa carico di documentare, con profondità e ricchezza di dettagli, il caso delle culture k?fir del Peristan, da molti anni oggetto dei suoi studi e delle sue ricerche.

Tutto ciò naturalmente non deve indurci a sminuire l’importanza che ebbe l’esperienza democratica ateniese e il suo riferimento culturale nelle epoche successive, ma può aiutarci a non considerarla un unicum e a guardare in modo meno parziale e, va detto, meno provinciale alla complessa e variegata storia del mondo, rispetto alla quale l’Occidente euro-americano non può certo ritenersi l’unico motore, né il centro da cui tutto transita: «non è stato l’Occidente a inventare la democrazia, e nemmeno Otane. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi. Alle spalle della meravigliosa immaginazione politica del nobile persiano, intravediamo i segni di una tradizione antica forse migliaia di anni» (AC, p. 23).

La democrazia da inventare

Alla fine dei conti, però, forse la domanda più coinvolgente per noi oggi non è tanto quella declinata al passato, bensì quella rivolta al futuro. Chiedersi dove è nata la democrazia porta, quasi inevitabilmente, a interrogarsi sulla direzione verso la quale essa sta andando. Immettere la pratica democratica in grandi stati organizzati, tradizionalmente retti con il modello di potere paterno, è un tentativo che la storia umana ha cominciato a sperimentare da poco tempo, un paio di secoli su per giù. Siamo ancora in cammino e se al momento pare di assistere a un riflusso verso idee di sovranità escludenti, non bisogna dimenticare che i tempi della storia non si misurano in anni, né in decenni. «Questi stati – scrive Cacòpardo – che si credono sovrani mentre sono prigionieri di se stessi, devono fare i conti con l’ingresso inarrestabile della nuova era dell’interdipendenza planetaria. Per i nostri bisogni più essenziali dipendiamo da tutto il resto del pianeta […]. Ecco la profezia di Edgar Morin: la patria che la storia ci consegna coincide coi confini del pianeta. E qui si gioca la partita più decisiva: il modello fraterno non l’avrà avuta vinta finché non regnerà su questa patria, in un nuovo patto fra i popoli e gli stati che regga il mondo intero su basi democratiche […]. Nella patria che la storia ci consegna, la democrazia non è stata ancora inventata» (AC, pp. 241-42).